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«Italia ferma? Non è colpa mia». Meloni, una premier per caso

«Italia ferma? Non è colpa mia». Meloni, una premier per caso

 

Politica Italiana

10/01/2026

da Il manifesto

Andrea Carugati

La conferenza stampa Dall’Ilva ai salari alle pensioni, tre ore in difesa. «Con Mattarella non sempre d’accordo»

La crisi Ilva «è il dossier più complesso che abbiamo ereditato, nessun governo ha saputo trovare soluzioni stabili», la crisi dell’auto è colpa del green deal europeo ma «lo stiamo correggendo», sui prezzi dell’energia «interverremo», il piano casa per i giovani «arriverà», il potere d’acquisto «è aumentato di 20 miliardi nell’ultimo anno». E ancora: sui salari al palo «l’Istat certifica il lordo, ma noi siamo intervenuti sul netto con il cuneo e i premi di produttività». Certo, la crescita «è bassa», e così anche la produttività ma lo scenario dell’economia italiana «non è catastrofico come voi lo dipingete».

GIORGIA MELONI si presenta alla stampa, nella sala dei gruppi della Camera, dopo un anno esatto dall’ultimo incontro ufficiale, un’eternità: l’ultima volta Trump non si era ancora insediato. Tre ore di domande, dietro di lei un discutibile mosaico di piante tricolori, con alloro e grano e una composizione di ortensie. Se le domande le consentono di bastonare i giudici, dal referendum fino alle presunte scarcerazioni facili, o vertono sulla politica estera, la premier scivola leggera, rivendicando anche l’asse con Trump («Se non sono d’accordo lo dico a lui, mica mi posso mettere a assaltare i McDonald’s»). Così come è a suo agio quando spiega perché alle opposizioni converrebbe la legge elettorale iper maggioritaria, un simil Porcellum, che lei vuole imporre «anche con i voti della sola maggioranza».

I PROBLEMI SORGONO quando si parla di economia, salari, pensioni, bollette, le sempre più numerose crisi industriali. Meloni si innervosisce, ironizza sarcastica sul mancato «ottimismo» del cronista, si aggrappa ai dati sorvolando sui 12 milioni di italiani inattivi che il lavoro nemmeno più lo cercano. Non risponde sul perché abbia affossato il salario minimo, vagheggia un «salario di ingresso» per limitare la fuga all’estero dei giovani che «hanno la percezione di poter trovare in altri paesi salari migliori». Chissà perché.

Sulle pensioni, dopo i proclami elettorali contro la Fornero, balbetta spiegando di aver aumentato l’età pensionabile solo di un mese, mentre la legge dell’ex ministra ne prevedeva tre. «Abbiamo messo miliardi per calmierare le bollette e per abbassare la tasse. L’inflazione ora è all’1,5%, a occhio qualcosa abbiamo fatto»!», s’infervora. «Certo che volevo fare di più, ma non avevo le risorse»!, sbotta. Senza citare la mole di miliardi che il suo governo si appresta a spendere in armi, anche con uno scostamento di bilancio, per onorare i patti Nato firmati con l’amico Trump. «Con noi i salari hanno iniziato a recuperare terreno, ma ci vuole tempo, l’erosione dura da decenni».

Sull’Ilva ricorda che la crisi dura da 13 anni, che la situazione trovata era «compromessa da tutti i punti vista: economico, finanziario e ambientale», che si tratta del dossier a cui il governo «ha dedicato più riunioni, il nostro impegno non è mai venuto meno». «Quando non ci sono annunci significa che ce ne stiamo occupando», ha detto, specificando che il suo governo non accetterà «nessuna proposta che abbia un intento predatorio e opportunistico». Di nuovo, arriva l’invito a magistratura e enti locali a «remare tutti nella stessa direzione. Non possiamo ripetere gli errori del passato».

MOLTO MEGLIO, PER LEI, quando può rispondere alle domande sui maranza (ovviamente annuncia una stretta), o sulle manifestazioni di sinistra e Cgil contro il golpe di Trump in Venezuela: «Mi stupiscono i sindacati, che non vedono la povertà dilagante che c’era con Maduro, una sinistra che piega la realtà alla sua ideologia, sempre dalla parte sbagliata della storia».

Parole incredibili in bocca a una dirigente politica nata nell’Msi, che oggi appoggia il golpe americano contro uno stato sovrano («Ma attaccare la Groenlandia sarebbe un errore e Trump non lo farà»). E così sull’arresto del palestinese Mohammad Hannoun, accusato di aver finanziato Hamas: «Se io fossi come la sinistra direi che loro sono complici de 7 ottobre per averlo invitato ovunque e avergli steso tappeti rossi, ma io non lo farò…».

SULLA SICUREZZA AMMETTE che qualcosa non va, «i risultati sono insufficienti, bisogna cambiare passo». Con ancora più repressione, ovviamente, anche verso i minori. «La sinistra ora mi chiede sicurezza dopo aver contestato il nostro decreto», s’infuria la premier, e via un altra bastonata ai giudici che «non hanno convalidato l’espulsione dell’imam di Torino Shahin».

E così, mentre la premier contesta i manifesti referendari dell’Anm che accusano la riforma di voler sottomettere i pm al governo, nel suo racconto emerge tutta l’insofferenza per una magistratura indipendente. Che spesso «non rema nella stessa direzione del governo». Con tanto di «appello» a reti unificate: «Lavoriamo rutti nella stessa direzione per garantire sicurezza». Per farlo, dice Meloni, no a amnistie o indulti, ma più carceri, con la promessa di «11mila nuovi posti entro il 2027».

TRA UN ATTACCO E L’ALTRO alle toghe, Meloni comunica che il referendum sulla giustizia sarà il 22 e 23 marzo. Spende parole al miele per Salvini e soprattutto Tajani, «il lavoro che ha fatto in Forza Italia ha del miracoloso, nessuno pensava che il partito dopo Berlusconi avrebbe avuto questo stato di salute». Assicura che la sua maggioranza è compatta anche se discute, «non siamo una caserma», che il governo arriverà a fine legislatura senza tentazioni di elezioni anticipate.

E concede un momento di verità, quando racconta il suo rapporto con Sergio Mattarella: «Non siamo sempre d’accordo ovviamente, l’ha dichiarato anche lui, però c’è una cosa che per me fa totalmente la differenza: quando si tratta di difendere l’interesse nazionale il presidente Mattarella c’è. E questo per me vale tutto, soprattutto nei rapporti con l’estero. Entrambi sappiamo qual è il nostro ruolo e collaboriamo in maniera ottima».

Infine, un passaggio sul suo ipotetico trasloco al Quirinale: «Mi basta quello che sto facendo, non c’è nei miei radar quello di salire di livello. Volentieri vorrei essere pagata per lavorare con Fiorello…».

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