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Italiani e greci più poveri oggi di 20 anni fa: perché?

Italiani e greci più poveri oggi di 20 anni fa: perché?

Economia

29/11/2025

da Remocontro

Remocontro

Tra il 2004 e il 2024 solo due paesi nell’Unione in cui i redditi non sono aumentati in termini reali. Uno è la Grecia, e l’altro è l’Italia. Secondo nuovi dati di Eurostat nei paesi europei il reddito pro capite reale è aumentato del 22,3 per cento, mentre in Italia è diminuito del 3,9 e in Grecia del 5,1. Chi ci nasconde la verità e perché accade?

‘Reddito reale’ per non farci prendere in giro

Il reddito misura su quanti soldi possono effettivamente contare le persone, ed è un indicatore del benessere economico degli individui più completo del solo dato sugli stipendi, che restano comunque la voce che più incide sulla condizione economica delle persone. Ed è per questo che un ragionamento sui redditi non può prescindere da come vanno gli stipendi.

Nelle povertà la crescita è ricchezza

Straordinari picchi positivi in paesi dell’Est, come la Romania, dove i redditi sono aumentati del 134 per cento in vent’anni, e dei paesi baltici, come la Lettonia, i cui abitanti hanno avuto un incremento del 95 per cento dei loro redditi. Paragonarli con l’Italia sarebbe improprio: sono tutti paesi che partivano da condizioni più svantaggiate, e le cui economie hanno beneficiato della adesione all’Unione Europea e all’euro, che hanno dato una spinta alla crescita e che li hanno aiutati ad avvicinarsi al tenore di vita degli altri paesi membri, come sottolinea il Post.

Ma tra i ‘ricchi’ perché solo noi in peggio?

«Ma il confronto resta impietoso anche rispetto alle economie paragonabili con quella italiana per dimensione e importanza, come quella tedesca, francese e spagnola: in Germania i redditi reali sono cresciuti del 24,3 per cento, in Francia del 21,2, e in Spagna del 10,7. Nella pratica significa che i tedeschi, i francesi e gli spagnoli stanno meglio oggi rispetto a vent’anni fa. In Italia invece si sta peggio».

Questioni internazionali per tutti

Le ragioni hanno sicuramente a che fare con questioni internazionali condivise da tutti, come le tre crisi economiche che si sono susseguite (quella del 2008, quella del 2011, e la crisi dovuta alla pandemia a partire dal 2020). Ma c’entra soprattutto il recente aumento del costo della vita, che ha ridotto il potere di acquisto delle persone. Altrove però i redditi crescevano lo stesso, più che compensando le crisi e l’inflazione; in Italia invece non è successo per motivi che hanno a che vedere con questioni tutte italiane che la politica di governo e il giornalismo complice cercano di nascondere.

L’economia italiana non è cresciuta

Oggi in Italia il PIL – il Prodotto Interno Lordo, cioè la migliore approssimazione di come va l’economia – è solo leggermente superiore agli inizi degli anni Duemila. C’entrano le crisi economiche, sì, ma molto dipende soprattutto dalle scelte industriali del paese, che ha puntato più sui settori tradizionali (e che pagano peggio), che su quelli più innovativi e ad alta potenzialità di crescita. Gli stipendi cronicamente bassi nella scelta di incentivare settori come il turismo o l’edilizia, con scarse prospettive di sviluppo e con stipendi molto bassi.

‘Piccolo è bello’, per chi?

Poi la narrazione diffusa del cosiddetto ‘piccolo è bello’: la convinzione per cui le piccole e medie imprese italiane, che sono la stragrande maggioranza, avrebbero migliori prospettive e flessibilità per crescere rispetto alle grandi. La ricerca economica ha dimostrato negli anni che in realtà è più un punto di debolezza, e che i vantaggi sono sminuiti dal fatto che in queste imprese si innova poco e c’è una cultura imprenditoriale poco evoluta.

La produttività del lavoro

Un altro problema meno solidale con noi lavoratori, è che negli ultimi vent’anni non è cresciuta la cosiddetta ‘produttività del lavoro’, cioè il reddito prodotto da ciascun lavoratore: dal 2004 è rimasto più o meno lo stesso, mentre è aumentato negli altri paesi. Ma attenti, non è una questione di pigrizia dei lavoratori italiani, fatti lavorare in contesti inefficienti, come aziende inadeguate alla concorrenza internazionale, lente a innovare processi e tecnologie, azzoppate da una legislazione poco chiara e da una burocrazia onerosa.

Sindacati rispetto a patronato e governo

Poi la questione legata alle organizzazioni che rappresentano i lavoratori e quelle della loro controparte. Con un dato clamoroso: in Italia circa la metà dei lavoratori lavora con un contratto scaduto. Contratti nazionali triennali da rinnovare. Ma in Italia tra una rinegoziazione e un’altra passano anche diversi anni, in cui gli stipendi restano fermi: secondo l’Istat in media si aspettano due anni e mezzo da quando il contratto è scaduto.

  • Mentre occorre recuperare il grande aumento del costo della vita che c’è stato come conseguenza della pandemia e della guerra in Ucraina. Secondo i dati OCSE, l’Italia -magra consolazione-,  è il terzo paese europeo per dimensione del divario ancora da colmare, dopo Repubblica Ceca e Svezia.

Più occupazione povera

Nel 2024 il tasso di occupazione ha raggiunto il 62,2% (più 0,7% in un anno). Nonostante il vanto della maggioranza, l’Istat spiega meglio. Nel 2023 un quarto degli occupati, il 26,7%, si posiziona nel gruppo delle attività a basso reddito. Tra i nuovi entrati, quelli che fanno esultare il governo, il 42,7% ha trovato lavoro in quella fascia di attività. Il motivo lo spiega l’Istat: queste sono le attività che in prevalenza sono stagionali e intermittenti, come nei settori dell’agricoltura e del turismo, perciò chi è impiegato lì più spesso ricade nella categoria dei «nuovi occupati». Anche in termini di retribuzione, scrive l’Istat, il reddito medio da lavoro del 2022 ancora non ha recuperato i livelli del 2018. Segno che all’aumentare dell’occupazione non corrisponde un lavoro migliore.

E anche l’Inps

  • L’Inps ha diffuso i risultati del proprio osservatorio sulle politiche occupazionali: nel 2024 i beneficiari di Naspi (l’indennità mensile di disoccupazione per chi ha un lavoro subordinato) sono stati oltre due milioni, il dato più alto degli ultimi sei anni, con un incremento del 6,5% rispetto all’anno precedente. In confronto al 2020, l’aumento è di quasi 400mila unità.

 

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