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Jad ucciso al ritorno da scuola. A Gaza l’assedio non si allenta

Jad ucciso al ritorno da scuola. A Gaza l’assedio non si allenta

Politica estera

09/06/2026

da il Manifesto

Eliana Riva 

Palestina Aveva nove anni, ritrovato con lo zaino in spalla. Con lui morte altre due persone. Dopo lo scambio a fuoco con Teheran, Tel Aviv chiude i valichi: bloccati anche i pochi aiuti in ingresso

Ahmad al-Jarjawi aveva poco più di sette anni quando è scomparso da Gaza. Gli attacchi israeliani erano estremamente violenti e gli ordini di sfollamento costringevano la sua famiglia a spostarsi continuamente da un luogo all’altro, attraversando i checkpoint installati dell’esercito. Tra la calca e la confusione di un posto di blocco Ahmad si è perso.

I genitori lo hanno cercato ovunque ma sembrava sparito nel nulla. «Sinceramente, credevo fosse morto», ha raccontato Ibrahim, il padre di Ahmad, ai giornalisti dell’agenzia stampa Asra, che raccoglie storie e testimonianze dei prigionieri politici palestinesi. «Pensavo a lui e nel frattempo avevo cinque figli di cui occuparmi, perché ho preso con me i tre bambini di mia sorella, uccisa insieme al marito da un bombardamento israeliano, e la femminuccia ha il cancro. Non sapevo se correre prima da mio figlio ferito, da quello scomparso, oppure da mia nipote malata di cancro o se pensare alla mia vita da profugo», ha spiegato Ibrahim.

DOPO CIRCA 110 giorni, la Croce rossa internazionale ha contattato la famiglia al-Jarjawi, comunicando loro che Ahmad era rinchiuso nelle prigioni israeliane e che l’esercito lo avrebbe liberato entro due giorni. I militari avevano tagliato la Striscia in due, separando il nord dal sud e per il bambino era impossibile ricongiungersi ai genitori, quindi è rimasto per un anno e mezzo a casa di alcuni parenti nei pressi di Rafah.

Quando è rientrato a Gaza Ahmad era scioccato e impaurito, con la pelle mangiata dalle malattie infettive, pieno di ferite. Il bambino ha raccontato di essere stato rapito dai militari al checkpoint e di aver vissuto per tre mesi e mezzo tra gli abusi, le violenze e gli stenti del centro di detenzione. Solo dopo il cessate il fuoco di ottobre ha potuto rivedere i suoi genitori, che lo hanno trovato smagrito, senza forze, con difficoltà a deambulare e persino a parlare. La notte non dorme per via degli incubi, ha raccontato il padre, e quando gli si chiede dei mesi in prigione trema e balbetta.

Non cresce come dovrebbe e anche se oramai ha quasi dieci anni, ha la struttura ossea di quando ne aveva sette. Mentre i giornalisti intervistano suo padre, Ahmad non ha nemmeno la forza di muovere le braccia, che ricadono a peso morto lungo il corpo quando Ibrahim gliele solleva. «Non riesco a capire come sia possibile prendere un bambino di sette anni – si chiede Ibrahim – Che male può farti un bambino per prenderlo e rinchiuderlo in una prigione senza che la famiglia sappia nulla di lui? Chiedo al mondo intero di stare al nostro fianco, di aiutarci. Non stiamo chiedendo di vivere come vivete voi. Chiediamo di vivere anche solo l’1% di come vivete voi. Non chiediamo il 100%, ma appena l’1% di come vivono i bambini nel resto del mondo». Ibrahim cerca per il figlio un supporto medico e psicologico, che non riesce a trovare nelle strutture sanitarie di Gaza.

L’unica soluzione sarebbe un’evacuazione, ma Israele tiene in ostaggio la popolazione, compresi i malati gravi. Il ministero della sanità della Striscia ha denunciato che le restrizioni israeliane al valico di Rafah ostacolano i viaggi per le cure mediche all’estero, aggravando drammaticamente le condizioni dei civili feriti e malati. Secondo i dati del ministero, dall’inizio della tregua, a ottobre 2025, solo 840 pazienti hanno ottenuto il permesso di viaggiare per ricevere assistenza sanitaria.

IL NUMERO di «autorizzazioni» rilasciate dalle forze occupanti è precipitato: nonostante gli accordi prevedessero 150 pazienti al giorno per tre giorni alla settimana, Tel Aviv nell’ultimo periodo permette in media l’uscita di sole 90 persone a settimana, inclusi gli accompagnatori. I malati che hanno già ricevuto i permessi israeliani sono costretti a sopportare ritardi e attese di oltre due mesi, causati da blocchi burocratici e militari.

E la situazione è in peggioramento: in seguito agli attacchi iraniani, Tel Aviv ha ordinato per due giorni la chiusura anche del valico di Kerem Shalom, da cui entrano i pochi aiuti destinati alla popolazione. Una misura che è una punizione collettiva per i palestinesi che vivono un terribile assedio.

I tentativi di rompere il blocco al momento non hanno dato risultati positivi, anche se è giunta ieri notizia che la procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro israeliano della sicurezza nazionale, Itamar Ben Gvir, che in un video ha schernito gli attivisti della Freedom flotilla, imbavagliati e ammanettati per aver tentato di portare aiuti umanitari a Gaza lo scorso maggio. Nel fascicolo aperto dalla procura alcune settimane fa, si ipotizzano reati di tortura e sequestro di persona.

Rinchiusi e affamati, i palestinesi della Striscia continuano anche ad essere bombardati. Jad Youssef Suleiman aveva appena otto anni, era uscito da poco dalla scuola del campo profughi di Jabalia e camminava verso casa quando un drone israeliano lo ha colpito a morte.

IL CORPO senza vita del bambino è stato ritrovato con lo zaino ancora sulle spalle, la stessa borsa che il padre ha tenuto stretta nella disperazione dell’ultimo saluto. L’attacco ha ucciso altre due persone, tra cui un uomo di 70 anni, e ha causato almeno sedici feriti.

Altri due palestinesi sono stati ammazzati nel campo profughi di al-Mawasi, dove le tende degli sfollati continuano ad essere attaccate dai droni e dagli aerei.

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