27/09/2026
da Il Manifesto
Il limite ignoto La guerra ha sempre spaccato la sinistra. Il 4 agosto 1914, quando i socialdemocratici al Reichstag votarono i crediti militari, l’Internazionale si dissolse in un giorno. Da allora i ruoli cambiano, le accuse meno
La guerra ha sempre spaccato la sinistra. Il 4 agosto 1914, quando i socialdemocratici al Reichstag votarono i crediti militari, l’Internazionale si dissolse in un giorno. Da allora i ruoli cambiano, le accuse meno: socialpatrioti contro disfattisti, complici dell’aggressore contro complici dell’imperialismo. Attendersi sull’Ucraina dal campo largo un’unanimità che nessuna sinistra europea ha mai trovato significa chiedere alla storia una cortesia che non concede. Il regalo al governo non è il dissenso sulla guerra, ma l’ambiguità che lo copre.
Partiamo dai fatti, distinguendone due ordini. Sconfinamenti, rotte perdute e detriti di abbattimenti sono conseguenze della guerra. Ne è un esempio il drone russo caduto in maggio su un palazzo di Galati, ferendo due persone. Le azioni deliberate sono forse meno numerose, ma non congetturali: il drone carico di esplosivo trovato accanto a un cargo sulla pista di Lipsia, attribuito alla Russia dal governo tedesco e dalla Nato; gli incendi nei depositi logistici ricondotti a cellule reclutate dal Gru. In un anno e mezzo l’Iiss ha censito 144 episodi sospetti con droni in oltre una dozzina di paesi.
PROPRIO PERCHÉ A MOSCA è stato attribuito anche ciò che le indagini non hanno confermato (Nord Stream è il caso più evidente) conviene distinguere fatti, indizi e inferenze. Gridare al russo per ogni cavo tranciato alimenta l’ambiguità che si vorrebbe contrastare. Al tempo stesso, la minaccia esiste: finora questa campagna non ha prodotto morti direttamente accertati, ma aspettare che arrivino per allarmarsi significa accettare la soglia che Mosca sta spostando con evidenti fini politici.
La minaccia non è la colonna corazzata né i cosacchi che abbeverano i cavalli in piazza San Pietro; ma non è nemmeno un’invenzione dei falchi atlantisti. Essa attiene al disegno di una potenza subimperiale: un regime di rendita, incapace di offrire un modello che attrae, dotato solo di attrazione negativa. A regimi, oligarchie e destre radicali Mosca promette di sottrarsi a vincoli esterni. Più che costruire egemonia, organizza coalizioni di veto. L’obiettivo ultimo è riordinare lo spazio europeo attraverso zone di ambiguità: status irrisolti, sovranità troncate, conflitti mai chiusi. La non-chiusura diventa un meccanismo di controllo. Nessuna concessione territoriale, da sola, trasforma una tregua in un ordine di sicurezza stabile: può forse fermare i combattimenti, non eliminare la coercizione. Da questo punto di vista anche chiamare “ibrido” ciò che produce effetti fisici e prepara azioni cinetiche è una scelta politica.
L’invasione e il perdurante tritacarne sul suolo ucraino restano decisioni di Mosca. Ma l’architettura di sicurezza europea post-Guerra Fredda è stata svuotata senza che l’Unione sviluppasse capacità di iniziativa, garanzia e verifica. Gli europei hanno affidato a Washington la direzione strategica; ora Washington tratta Kiev come un asset da liquidare. Una proposta europea sul controllo degli armamenti e la riduzione dei rischi è la parte della de-escalation che possiamo formulare autonomamente, anche se richiederà reciprocità.
Il dibattito italiano sbaglia bersaglio in più direzioni. Chi nega la minaccia deve spiegare che cosa sorvola le periferie lituane e fa saltare sincronicamente impianti. Chi la invoca per ogni spesa deve spiegare che cosa intende costruire e con che implicazioni. C’è poi la posizione più costosa: riconoscere la minaccia ma comprare armi per la guerra precedente. Piattaforme pesanti contro divisioni corazzate, mentre gli attacchi arrivano da droni, sabotaggi e reclutamenti online. Un intercettore da milioni contro un Geran da poche decine di migliaia di dollari è il modo più costoso di perdere.
UNA MINACCIA REALE, in effetti, può tornare comoda. L’integrazione europea si è arenata su fisco, welfare e migrazione; la difesa è rimasta il terreno sul quale Bruxelles produce decisioni, esenzioni dai vincoli di bilancio, prestiti comuni e acquisti coordinati. Il nemico esterno tiene insieme ciò che le politiche comuni non tengono più, producendo l’illusione di un rilancio economico. Questo non smentisce la minaccia, ma spiega perché la risposta spesso somigli a un catalogo d’acquisti.
Qui la sinistra dovrebbe imporre una domanda dirimente: non soltanto quante armi, ma quale soggetto europeo sta nascendo attraverso di esse. L’Unione che ha rifiutato una capacità fiscale permanente per sanità, casa, energia e transizione ecologica la sta costruendo per gli acquisti militari. Se il debito comune finanzia ventisette apparati nazionali senza un’autorità responsabile davanti a un Parlamento, non avremo difesa comune: avremo debito comune, comando frammentato e profitti privati, in paesi governati dalla destra nazionalista. La minaccia russa appartiene alla realtà, ma la forma militarizzata dell’integrazione europea non è inevitabile.
Negare la prima lascia sicurezza e difesa alla destra, mentre non contestare la seconda le lascia anche l’Europa.
Armi a Kiev e difesa europea sono questioni che vanno distinte. Se la prima ha un orizzonte immediato, la seconda decide i prossimi trent’anni. Non serve tanto un’opinione comune sulla guerra, quanto una grammatica comune della sicurezza, o meglio una cultura strategica. Chi decide l’uso della forza, per quali fini, con quali limiti, sotto quale controllo e a spese di chi?
La minaccia politicamente più corrosiva, del resto, non vola: passa per partiti, media, interferenza elettorale, dipendenze economiche e reclutamento di intermediari. Contro questi sconfinamenti servono trasparenza proprietaria, controllo dei finanziamenti, controspionaggio, tracciabilità dei flussi. E serve evitare che un riarmo pagato comprimendo sanità, salari e casa diventi il miglior reclutatore per i partiti filorussi.
DETTO QUESTO, RESTA un punto sul quale la sinistra esita fino all’elusione. Per fermare la guerra occorre dissuadere Mosca dal credere che una nuova offensiva o crisi sul confine, che sia baltico o rumeno, possa migliorare la sua posizione. Una pace negoziata diventa possibile quando il Cremlino giudica più conveniente fermarsi che continuare. Questo calcolo non cambia per buona volontà, ma tramite una dissuasione credibile.
Dissuasione non significa preparare la rappresaglia, abbracciare la tronfia retorica della vittoria e promettere la sconfitta della Russia.
Al contrario, significa togliere all’uso della forza una ragionevole prospettiva di successo, o anche solo di beneficio relativo, quella “passionarietà” dei russi decantata da autori reazionari amati da Putin, ovvero capacità di assorbire le sorti avverse. La componente militare è ineludibile, ma non esaurisce in alcun modo il compito, che è fatto anche di capacità ucraina di non essere costretta alla resa, di protezione delle città e delle reti energetiche, di pressione con le sanzioni, riduzione delle dipendenze, e garanzie credibili dopo il cessate il fuoco. Occorre anche offrire una via d’uscita negoziale che distingua la rinuncia all’aggressione dalla capitolazione del regime. La dissuasione è una relazione politica: modifica le aspettative dell’avversario combinando resistenza, limiti dichiarati e possibilità di accordo.
Parliamo dunque di dissuasione per negazione, non per punizione. Essa può includere anche reti di difesa civile e nonviolenta. Limita gli obiettivi e rende il negoziato meno ricattabile. Controllo degli armamenti, verifica e riduzione dei rischi non sono alternativi alla costruzione di questa capacità: diventano praticabili quando la disponibilità a trattare non viene letta come impossibilità di resistere.
La sicurezza comune – il cui lignaggio ci riporta a sinistra, verso Olof Palme – non prescrive fiducia nell’avversario; afferma che la sua insicurezza non può essere il fondamento stabile della nostra.
LA SINISTRA FATICA a dirlo anche perché associa la dissuasione alla grammatica nucleare della guerra fredda e teme di autorizzare l’intero catalogo dell’industria militare. Ma rifiutare la parola non elimina la funzione: la delega agli Stati uniti, alla Nato o alla destra. Una politica di pace che faccia di tutto per non chiedersi come impedire agli aggressori di avanzare, resta spesso un auspicio morale. Una difesa che non indichi quando la forza deve lasciare spazio alla politica, o meglio una politica che è guidata dalla guerra, è militarizzazione.
Sull’Ucraina “sufficienza” dovrebbe significare aiuti non orientati alla riconquista di confini che nessuno può garantire, ma sufficienti a impedire che Mosca guadagni dalla prosecuzione della guerra, senza l’ipocrisia di fare degli ucraini l’agnello sacrificale, senza il coraggio di vedere la dimensione di guerra civile fratricida che questo massacro ci pone davanti agli occhi. Non è una quantità fissa, perché dipende dal fronte e dalla capacità di proteggere società e infrastrutture. Né regge la distinzione astratta tra armi offensive e difensive: la funzione dipende da bersaglio, dottrina e obiettivo politico.
I limiti devono essere espliciti: nessun riconoscimento delle annessioni; garanzie credibili dopo il cessate il fuoco; tempi del negoziato decisi da chi si trova le truppe in casa. Che l’Occidente riconosca questi principi a Kiev e li neghi a Gaza non li rende falsi, ma applicati selettivamente. La risposta di sinistra è universalizzarli, aggiungendo ciò che la destra non farà: cancellazione del debito ucraino, ricostruzione pubblica, nessun saldo in terre rare, criteri uguali per l’export di armi verso Mosca, Israele e Golfo.
Il 4 agosto 1914 la socialdemocrazia tedesca nascose la propria divisione: la disciplina impose al Reichstag un’unanimità inesistente nel gruppo parlamentare. La scissione venne dopo, quando il dissenso senza forma politica tornò come accusa di tradimento. La lezione non è scegliere tra unità e coerenza, ma stabilire prima ciò che tiene insieme entrambe.
Nessuna pace sarà stabile se lascia a chi ha invaso l’aspettativa che un nuovo impiego della forza pagherà; nessuna dissuasione è tale se il suo costo distrugge la società che pretende di difendere o se sfugge al controllo democratico. Il programma attraversa questo fronte. Saper dire come intendiamo fermare la guerra è condizione per non dividerci quando dovremo impedire la prossima guerra.

