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La beffa delle tregue di Israele in Libano e a Gaza

La beffa delle tregue di Israele in Libano e a Gaza

Politica estera

18/05/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

Cessate il fuoco in Libano, Israele firma poi bombarda 100 volte. Tel Aviv e Beirut allungano di 45 giorni l’accordo, ma gli attacchi non si sono fermati nemmeno per un minuto. Solo ieri diciotto uccisi. Mentre Netanyahu a Gaza si prende altra terra e si prepara all’«offensiva elettorale» contando sul fatto che l’attuale sentimento nazionale maggioritario premi l’indegnità più crudele.

La tregua imposta e beffata

Altri 45 giorni di tregua tra Libano e Israele: è il resoconto della due giorni del terzo giro dei negoziati che si stanno tenendo a Washington sotto l’ombrello statunitense. Ma il cessate il fuoco cominciato il 17 aprile non è però mai stato e continua a non essere rispettato. «Israele ha portato avanti i suoi attacchi in Libano (cento negli ultimi giorni) e ha stabilito un’area di una decina di chilometri a ridosso del confine sud e sud-est, la Linea Gialla, che occupa militarmente e in cui non è consentito accedere. Tel Aviv si è riservata la possibilità di attaccare in qualunque luogo e momento lo ritenga necessario. Hezbollah, che nei primi giorni dopo la sigla del cessate il fuoco aveva posato le armi, le ha riprese e oggi combatte sul terreno e lancia missili sul nord di Israele».

Politica del disonore e favole

«Il 14 e 15 maggio gli Stati uniti hanno facilitato due giorni di colloqui costruttivi tra lo Stato di Israele e la Repubblica del Libano. I due Paesi hanno concordato un quadro negoziale volto a progredire verso una pace duratura, il pieno riconoscimento reciproco della sovranità e dell’integrità territoriale e la creazione di una reale sicurezza lungo il confine condiviso. Sono stati compiuti progressi significativi sull’agenda politica, che riprenderà il 2 e 3 giugno per proseguire i colloqui politici – si legge nella nota del Dipartimento di Stato Usa – Gli Stati uniti restano consapevoli delle sfide poste dai continui attacchi di Hezbollah contro Israele, condotti senza il consenso o l’approvazione del governo libanese, con l’obiettivo di far deragliare il processo di pace».

Le due letture dal Libano

La delegazione libanese ha salutato i «progressi diplomatici tangibili in favore del Libano». ‘Tangibili’ dove e come non viene precisato ed è difficile persino da immaginare. Hezbollah invece denuncia la slealtà del presidente della repubblica Joseph Aoun che avrebbe «rinnegato i suoi accordi con Hezbollah e preferito quelli con gli americani, gli europei ed alcuni paesi arabi che sono sull’altro campo», quello del nemico. Ha inoltre invitato il governo libanese a rinunciare all’«illusione della pace». Hezbollah in questo governo esprime due ministri e nel parlamento un solido blocco, forte dell’alleanza con Amal, altro partito sciita il cui capo, Nabih Berri, è il presidente del parlamento.

La ‘Tregua’ alla verifica dei fatti

I morti di questa nuova fase della guerra cominciata il 2 marzo sono arrivati quasi a 3mila e i feriti sono 9.112, ammette il ministero della salute libanese. E ieri, all’indomani dei negoziati, definiti dal presidente libanese ‘un successo diplomatico’, Israele ha intensificato i bombardamenti sulle aree di Nabatieh, Tiro e Sidone, fuori dalla Linea Gialla: almeno 18 uccisi e 124 feriti. «L’aviazione israeliana bombarda senza sosta il sud e la valle della Beqa’a a est, dentro e fuori la Linea Gialla. Oltre 100 a oggi i soccorritori uccisi e circa 300 i feriti. Israele ha impedito e impedisce non solo l’accesso alle case – la maggior parte distrutte in una logica del tutto simile a quella usata a Gaza», denuncia Pasquale Porciello.

I morti subito, e poi la fame

Disumanità da sterminio. Anche i campi coltivati sono nemici da distruggere. Campi, molti dei quali sono stati bruciati, impedendo le attività agricole, principale fonte di sussistenza: il 48% delle terre agricole è andato distrutto. Vengono sistematicamente bombardate infrastrutture civili, soprattutto quelle idriche, in modo da forzare le evacuazioni degli abitanti dei villaggi che non hanno voluto andarsene. ‘Urbicidio’ ed ‘ecocidio’ per il Manifesto. Il ministro della difesa israeliana Israel Katz si rallegrava che «Aita el-Shaab (villaggio del sud del Libano, ndr) non esiste più». Stessa sorte per decine di altri villaggi. Amnesty International, ma anche Unifil e il governo libanese, hanno denunciato l’ecocidio, utilizzato da Israele come arma di guerra. Oltre l’uso di bombe al fosforo bianco, di glifosato, incendi di foreste, dell’inquinamento della falda acquifera.

Dal Libano a Gaza e l’«offensiva elettorale» di Netanyahu

E incombe l’emergenza sfollati, circa un milione di persone distribuite negli oltre 600 centri di accoglienza. Unicef ha appena pubblicato uno studio che individua in Libano 770mila bambini «in stato di forte stress dovuto all’esposizione ripetuta alla violenza, alle perdite e agli spostamenti». Mentre a Gaza, appare ormai prossima una ripresa ampia dei bombardamenti. Mentre la World Central Kitchen sospende la distribuzione di pasti a migliaia di palestinesi. Il peggio oltre ogni fantasia nella cronaca di Eliana Riva.

La ‘Vittoria totale’ nel genocidio

«Dopo la morte del leader militare di Hamas Izz el Din Haddad, ucciso venerdì a Gaza insieme alla moglie e alla figlia 19enne, il premier israeliano Benyamin Netanyahu e i suoi alleati esultano evocando una ripresa delle operazioni militari su larga scala. Più che mai ora che le elezioni si avvicinano, il primo ministro ha la necessità vitale di acquisire elementi da presentare sul braccio della bilancia elettorale come successi strategici e militari. Ritorna così anche la vecchia – e a quanto pare mai superata – promessa della «vittoria totale». Quella evocata decine di volte, definita prossima e imminente, ma che due anni di devastazione e più di 72mila morti non sono serviti a raggiungere».

A Israele il 60 per centro della Striscia non basta

Parlando di Gaza, Netanyahu ha dichiarato venerdì: «C’era chi diceva: andatevene, andatevene. Non ce ne siamo andati. Oggi controlliamo… Quanto? Il 60%. Domani vedremo». I riferimenti a un assalto imminente, alla colonizzazione e all’espulsione dei palestinesi si fanno sempre più numerosi. «È ciò a cui si sta preparando da settimane l’esercito, che, come ha confermato Netanyahu, ha avanzato i carri armati ben oltre il 53% del territorio mantenuto sotto occupazione dopo gli accordi di ottobre. Una dichiarata violazione del cessate il fuoco, così come l’attentato di venerdì sera, che ha causato l’uccisione di sette persone, tra cui tre donne e un bambino. I funerali di Haddad e dei suoi familiari si sono tenuti ieri a Gaza City, con la partecipazione di centinaia di persone».

Intanto il ‘carognismo’ d’ogni giorno

«Venerdì con un breve comunicato, la World central kitchen (Wck) ha confermato quello che già avevano segnalato più voci da Gaza: una drastica riduzione delle forniture di cibo. L’organizzazione umanitaria ha dichiarato che la decisione si lega esclusivamente a difficoltà di ordine economico e che ‘non riflette alcuna riduzione del bisogno sul terreno’. In seguito al cessate il fuoco la Wck aveva aumentato rifornimenti e numero di cucine di comunità. Anche il numero dei lavoratori si era allargato, fornendo un contributo economico di fondamentale importanza per centinaia di famiglie. Secondo le informazioni dell’agenzia palestinese Ma’an, per 420 dipendenti della Wck sarebbe già scattata la notifica della risoluzione dei contratti a partire dal 20 maggio».

Assenza di prospettive e ora anche dell’emergenza

World central kitchen: «siamo specializzati in soccorso alimentare di emergenza, non sicurezza alimentare a lungo termine», ha detto l’organizzazione, domandando una presa di responsabilità globale: «Il mondo deve farsi avanti, non solo parlare della situazione dei palestinesi». La notizia, passata quasi sotto silenzio, è piombata su Gaza con il peso di un macigno. Centinaia di migliaia di persone sono completamente dipendenti dall’aiuto umanitario e per moltissime famiglie il pasto consegnato dalla Wck rappresentava l’unico modo per ottenere del cibo. Intanto nella Cisgiordania occupata, a Jenin, i militari hanno colpito e ucciso Nour al-Din Fayyad, di 34 anni, mentre un’altra persona è stata ferita dagli spari di un colono ad Hebron.

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