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La California porta al voto la tassa sui miliardari. E apre la battaglia tra i dem per le presidenziali 2028

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Economia 

27/06/2026

da Il Fatto Quotidiano

 

Chiara Brusini

Il 3 novembre gli elettori decideranno sulla patrimoniale del 5% per i super ricchi. Depositate 1,6 milioni di firme nonostante una campagna multimilionaria contro la consultazione. Il governatore Newsom, che punta alle presidenziali, era contrario ma rilancia con la proposta di una tassa federale sui patrimoni oltre i 100 milioni. Ro Khanna, a sua volta tra i possibili candidati, lo accusa di schivare lo scontro con la Silicon Valley

La California laboratorio fiscale d’America. Dopo mesi di battaglia politica, ricorsi, raccolte firme e una campagna multimilionaria finanziata dai miliardari della Silicon Valley per fermarla, ora è ufficiale: il 3 novembre gli elettori se introdurre una tassa una tantum sui miliardari. In concomitanza con le elezioni di Midterm saranno chiamati a votare un referendum che potrebbe cambiare il dibattito sulla tassazione della ricchezza negli Stati Uniti e diventare un modello per altri Stati guidati dai democratici. I promotori, guidati dal sindacato SEIU United Healthcare Workers West, hanno depositato 1,6 milioni di firme, ben oltre le circa 875mila necessarie per portare la proposta al voto.

La proposta prevede un’imposta straordinaria del 5% sui patrimoni superiori a 1,1 miliardi di dollari detenuti dai residenti californiani al primo gennaio 2026. I contribuenti interessati sarebbero circa 200. Il 90% del gettito verrebbe destinato al sistema sanitario dello Stato, duramente colpito dai tagli federali approvati dall’amministrazione Trump. Il resto finanzierà scuole pubbliche e programmi di assistenza alimentare. L’imposta sarebbe calcolata sul patrimonio netto mondiale detenuto al 31 dicembre 2026 (con alcune esclusioni, tra cui gli immobili posseduti direttamente) ma verrebbe versata in cinque rate annuali dell’1%, con un gettito complessivo stimato circa 100 miliardi di dollari tra il 2027 e il 2031: circa 20 miliardi l’anno. Dietro alla stesura tecnica della misura ci sono anche alcuni accademici, tra cui l’economista Emmanuel Saez di Berkeley, uno dei principali studiosi delle disuguaglianze e sostenitore delle wealth tax, coautore di molti lavori con Thomas Piketty e Gabriel Zucman, grande teorico della necessità di una tassazione minima dei grandi patrimoni a livello globale.

Per i sindacati e le organizzazioni che hanno promosso la consultazione, sostenuti tra gli altri dall’icona della sinistra progressista Usa Bernie Sanders, la convocazione del referendum è già una vittoria vista l’offensiva dei grandi nomi della Silicon Valley per affossarla. I miliardari della tecnologia hanno investito centinaia di milioni di dollari per impedire che arrivasse alle urne. Tra i grandi finanziatori della campagna per il no ci sono il cofondatore di Google Sergey Brin, che avrebbe contribuito con oltre 50 milioni di dollari, ed Eric Schmidt, ex amministratore delegato del motore di ricerca, con oltre 3 milioni. Ora gli oppositori tornano ad agitare lo spettro della fuga dei grandi patrimoni verso Stati fiscalmente più favorevoli, come Texas e Florida. Sulla scia di Elon Musk, che negli ultimi anni ha trasferito aziende e residenza fuori dalla California.

Ma il referendum è diventato anche terreno di scontro tra le due anime del Partito democratico: quella moderata del governatore californiano Gavin Newsom e quella socialista democratica guidata da Sanders, convinta che la redistribuzione della ricchezza debba diventare uno dei pilastri della futura agenda del partito. Newsom, che ha l’ambizione di candidarsi alle presidenziali nel 2028, ha cercato fino all’ultimo di trovare un compromesso per evitare il voto popolare sostenendo – in linea con i timori di alcuni leader nostrani, e nonostante i dati non supportino la tesi – che una patrimoniale introdotta da un singolo Stato finirebbe per ridurre il gettito fiscale, spingendo appunto miliardari e grandi investitori a cambiare residenza. Nelle ultime settimane, di fronte al successo della raccolta firme, è però passato al contrattacco facendo propria la battaglia della sinistra dem.

Dopo essersi detto convinto che serva un “reset economico” perché la concentrazione della ricchezza sta mettendo a rischio la stessa democrazia, ha presentato un proprio piano per tassare i grandi patrimoni a livello nazionale. In un lungo intervento pubblicato su Substack ha proposto una tassa minima federale per chi possiede oltre 100 milioni di dollari di patrimonio, nuove regole per impedire ai super ricchi di finanziare il proprio stile di vita prendendo prestiti garantiti dalle azioni senza pagare imposte, una stretta sulle successioni e la creazione di un fondo pubblico che detenga partecipazioni nelle aziende dell’intelligenza artificiale affinché “ogni americano possieda una quota del futuro costruito dall’IA”. Il cambio di rotta non ha convinto l’ala progressista. Il deputato della California Ro Khanna, a sua volta tra i possibili candidati presidenziali e firmatario ernie Sanders del Make Billionaires Pay Their Fair Share Act, che propone una patrimoniale annuale del 5% sui 938 miliardari americani con un gettito stimato di 4.400 miliardi di dollari in dieci anni, lo ha accusato di “schivare” lo scontro con i miliardari della Silicon Valley.

Dal canto suo Donald Trump ha già trasformato il referendum in un tema della sua offensiva contro i democratici. Intervenendo alla conferenza della Faith & Freedom Coalition, il presidente ha sostenuto che “i comunisti rappresentano la minaccia più grande per gli Stati Uniti” e vogliono “distruggere il nostro stile di vita”, indicando proprio “quello che sta succedendo a New York e in California” come l’esempio di un’America destinata a vivere “nello squallore“.

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