26/06/2026
da Il Manifesto
Tempo moderno Greenpeace, Cgil e Legambiente: a rischio 1,5 milioni di lavoratori per l’afa. Rider esclusi: «Se ci fermiamo, non guadagniamo». A Palermo sospese anche le udienze in tribunale, il presidente lombardo Fontana: «Pronti ai black out».

La canicola metterà a rischio la salute di 1,5 milioni di lavoratori in Italia fino al 27 giugno denunciano Cgil e Legambiente basandosi su un’analisi di Greenpeace. Ma le norme che introducono anche quest’anno misure temporanee e emergenziali sugli ammortizzatori sociali nell’industria, nell’edilizia e in agricoltura contenute nel decreto Infrastrutture varato dal governo il 22 giugno entreranno in vigore il primo luglio, cioè tre giorni dopo la fine del primo picco stagionale del caldo prodotto dallo stravolgimento climatico. Senza contare il fatto che, come sempre accade in queste situazioni con il governo Meloni, il decreto ieri sembrava scomparso. Lo hanno denunciato Alleanza Verdi e Sinistra (Avs) e Cinque Stelle. «Cosa gli impedisce di intervenire con urgenza?».
L’URGENZA, in fondo, non è tanto urgente per chi è esentato dal bollire per strappare gli spiccioli. Il clima si fa rovente in un regime di classe. Senza contare che la misura varata dal Consiglio dei ministri è insufficiente. Il sindacato di base Usb ha rispiegato il trucchetto: «Siamo convinti che serva una misura che copra il 100% del salario», mentre la cassa integrazione in deroga lo ha all’80%. Bisogna mettere i soldi e fare un favore alle aziende che non investono in sicurezza. Ma sono prontissime a ricevere defiscalizzazioni. L’anno prossimo sarà lo stesso.
IL DECRETO scadrà il 31 dicembre prossimo e, come sempre, esclude i lavoratori non dipendenti, a cominciare dalle partite Iva e, in particolare i rider che dovranno cuocersi per soddisfare le miserabili richieste di chi sta all’aria condizionata e vuole mangiare giapponese, farsi il tramezzino e bere la birretta, mentre fuori c’è la morte a 40 gradi, con il 100% di umidità. E tre euro di paga a consegna. «Per i lavoratori delle piattaforme digitali non ci sono misure – ha osservato Andrea Baccin di Nidil Cgil Milano – Se le aziende del delivery bloccano il servizio, il lavoratore perde il reddito». Si aspetta la riedizione del «bonus caldo»: centesimi in più per le consegne a 40 gradi.
TRA LE QUINTE apocalittiche delle città desertificate, tra cinismo e indifferenza, ieri è arrivata la conferma più plastica dell’irrilevanza della decretazione d’urgenza, pari solo alla stupidità nella reiterazione degli stessi errori fatti su quella che non è un’emergenza, ma un fenomeno strutturale contro il quale si finge di prendere provvedimenti per far fare i gargarismi al sistema mediatico. Fa caldo, facciamo qualcosa per questi poveracci che schiattano sulle impalcature o stramazzano nei campi. Per non parlare delle lamiere ardenti nei ghetti per migranti. Quelli ancora non sono stati percepiti dalla cronaca che smaterializza le notizie nel sempre uguale. Si aspetta il morto per schiarire l’ugola e urlare lo scandalo, mentre il sistema del caporalato continua sotto gli occhi di tutti. Nel frattempo ieri è deceduto un operaio di 50 anni per un malore a Mulazzo (Massa Carrara). Ovviamente lavorava in appalto. Martire del caldo.
TRANQUILLI, si muore ancora poco. Lo dicono i dati raccolti dal 15 maggio al 22 giugno, cioè prima del picco d’afa, della cabina di regia che si è riunita ieri al ministero della Salute: «Nessun picco significativo di decessi tra gli over 65 e accessi al pronto soccorso». A quanto pare si presume il fatto che bisogna aspettare vagonate di gente collassata che riempia le corsie dove, per tagli e carenza di personale, normalmente si può uscire in orizzontale tra violenze, disperazione e perdite dei genitori anziani.
DAVANTI A UN OCEANO di sofferenza palpabile e di muta disperazione lo scopo è: normalizzare la catastrofe attraverso espedienti tecnici e nessuna iniziativa di sistema come il piano il piano di adattamento alla crisi climatica nazionale approvato due anni fa. Per Legambiente resta nel cassetto. Così come resta un rumore di fondo la richiesta di Greenpeace di tassare i profitti delle industrie del gas e del petrolio – cioè i primi climalteranti – per finanziare la mitigazione e l’adattamento anche nei luoghi di lavoro. Altro che «politicizzare la canicola» come ha scritto in prima Libération. Il fascismo fossile ha l’obiettivo di rimuovere la politica climatica. E ci riesce benissimo nell’apnea di un’estate già perduta.
UNO STUDIO pubblicato sul Journal of Exposure Science ha riscontrato che le ordinanze anti-caldo riducono gli infortuni sul lavoro fino al 40%. E ci mancherebbe. Il problema è però politico. In mancanza di una legislazione sistematica che organizzi tutto l’anno, in tutti gli ambiti colpiti, e con strumenti adeguati, si continueranno a mettere pezze a colori. Le regioni vanno per conto loro e quest’anno hanno anticipato alcune misure anti-caldo a partire da fine maggio (Lazio, Puglia, Toscana, Liguria e Piemonte). Poi ci sono le altre. E infine il governo. Un tempo c’era chi chiedeva di scegliere tra la «pace e i condizionatori». È rimasta la guerra di sopravvivenza tra chi boccheggia e deve lavorare per vivere.

