03/01/2026
da Il manifesto
Contro il regime La protesta nasce nei bazar, ma dopo una settimana non è ancora finita: il governo abbozza, Usa e Israele la difendono
La protesta nata nel cuore del Grand Bazar di Teheran dilaga rapidamente in molte città iraniane. Il governo iraniano reagisce con un approccio duplice: da un lato mostra un’insolita apertura al dialogo e attua cambiamenti nei vertici economici, dall’altro fa ricorso a misure di contenimento e a una repressione violenta contro quelli che accusa di essere elementi a servizio dei governi stranieri. Almeno sette morti è il bilancio delle vittime documentato dalle fonti, sebbene vi siano discrepanze tra i rapporti ufficiali governativi e le testimonianze dei gruppi per i diritti umani.
L’intelligence israeliana incita gli iraniani alla rivolta, il Mossad afferma che i suoi nuclei clandestini sono già all’opera a fianco dei manifestanti. Scende nell’arena anche il presidente americano Trump e dichiara ufficialmente che, se il governo iraniano dovesse «sparare e uccidere manifestanti pacifici», gli Stati Uniti interverranno in loro soccorso.
AL CENTRO della crisi non ci sono questa volta solo le rivendicazioni civili, ma una disperazione economica senza precedenti, esacerbata da un isolamento internazionale soffocante e da un confronto militare sempre più ravvicinato con Israele e gli Stati Uniti. L’economia del Paese è strangolata da decenni di sanzioni occidentali, diventate ancora più severe dopo il ritiro degli Stati Uniti dall’accordo nucleare nel 2018. A settembre 2025 la troika europea, cedendo alle pressioni americane, ha attivato il meccanismo di “snapback”, ripristinando le sanzioni Onu e tagliando ulteriormente l’accesso di Teheran alle banche globali, ai mercati dei capitali e ai proventi del petrolio.
MA A SOFFOCARE l’economia iraniana non sono state solo le sanzioni. Il potere stesso ha contribuito al disastro con una gestione economica disastrosa: risorse dirottate verso i gruppi fedeli al regime, un mastodontico apparato di propaganda radiotelevisiva finanziato con denaro pubblico e un settore militare che divora una fetta enorme del PIL senza nemmeno passare dal bilancio statale. La corruzione dilagante e un sistema di cambi valutari differenziati che ha alimentato speculazioni e privilegi hanno portato il Paese sull’orlo del precipizio economico. Il potere d’acquisto e i risparmi di milioni di famiglie sono stati polverizzati da un’inflazione record, la peggiore degli ultimi 40 anni, con picchi che hanno toccato il 52%. Oggi al mercato libero, un dollaro vale 1.450.000 rial.
«Inizialmente la svalutazione improvvisa della nostra moneta è stata la scintilla principale delle dimostrazioni dei commercianti. Questo crollo ha avuto ripercussioni immediate e devastanti sul costo della vita di tutti. I prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 72% rispetto all’anno precedente, mentre i costi medici e della salute sono cresciuti del 50%. Era evidente che la piazza si trasformasse in una fiammata di rabbia popolare di persone che non ce la fanno più a portare avanti economicamente le loro famiglie», dice Amir, commerciante nel Bazar di Teheran.
Da Teheran, i disordini hanno raggiunto Isfahan, Shiraz, Mashhad, Hamadan e le province occidentali come il Lorestan. A Teheran, l’immagine di un uomo seduto da solo in mezzo alla strada per bloccare una colonna di motociclisti della polizia è diventata il simbolo della resistenza, guadagnandosi il soprannome di “Tank Man di Teheran”.
Il presidente Masoud Pezeshkian ha adottato un tono più conciliante rispetto al passato, dichiarando che il governo deve ascoltare le «richieste legittime» dei manifestanti e ammettendo la responsabilità delle autorità per il malcontento popolare. In risposta diretta alla crisi valutaria, il governatore della Banca Centrale è stato sostituito con Abdolnasser Hemmati, con l’obiettivo di stabilizzare il mercato dei cambi e combattere la corruzione legata ai tassi di cambio multipli.
TEHERAN REAGISCE duramente alle minacce di Tel Aviv e Washington: Ali Shamkhani, consigliere della Guida suprema Khamenei, avverte che «ogni mano di intervento» che si avvicinerà alla sicurezza iraniana «sarà tagliata con una risposta spietata», mentre il capo della sicurezza nazionale Ali Larijani scrive che un’interferenza americana negli affari interni dell’Iran provocherebbe «un disordine nell’intera regione» e la distruzione degli interessi statunitensi.
«È DEL TUTTO INGENUO pensare che il nostro regime possa collassare perché lo dicono israeliani o americani. Altrettanto ingenuo è pensare che il potere possa cambiare atteggiamento e accettare le condizioni israelo-americane, malgrado tanti comparti del potere auspichino un radicale cambiamento per migliorare le condizioni economiche. Perciò tutto è stato rimandato alla morte della Guida suprema (che ha 86 anni, ndr). Non è un caso che sia già in corso un confronto serrato e nascosto per la sua successione. Ovviamente, fino ad allora il regime deve riuscire a fornire risposte concrete alla “popolazione affamata e assetata”: nessuna forza di polizia potrà fermare una marea umana che sente di non avere più un futuro da difendere», dice al manifesto il prof. M. M. (il nome è stato coperto per motivi di sicurezza), docente universitario residente in Iran.

