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La destra e il ritorno delle Erinni

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17/07/2026

da Il Manifesto

Francesco Pallante

Giustizia o vendetta L’urlo che dalla maggioranza si è levato unanime per reclamare la grazia al gioielliere di Grinzane Cavour il giorno stesso della sua condanna definitiva offre una chiara indicazione di cosa sia la destra italiana oggi

L’urlo che dalla maggioranza si è levato unanime per reclamare la grazia al gioielliere di Grinzane Cavour il giorno stesso della sua condanna definitiva offre una chiara indicazione di cosa sia la destra italiana oggi.

La pigrizia – o la disonestà – intellettuale induce molti a continuare a definire di «centrodestra» l’orientamento politico della coalizione che ha vinto le elezioni; ma il centro nell’alleanza meloniana non esiste. Semmai, si può discutere se le sue componenti si collochino a destra o all’estrema destra. Lo stesso Vannacci, in fondo, non fa altro che ripetere le stesse mirabolanti fantasie già propagandate da chi oggi, essendo al governo, è impossibilitato a realizzarle: e non perché incostituzionali, ma perché economicamente insostenibili e suicide. In questo, il disprezzo che la destra mostra ai suoi elettori è pari alla loro creduloneria.

Nel caso del gioielliere, una destra moderata si sarebbe erta a difesa dello Stato di diritto. A partire dal ruolo delle forze dell’ordine, le sole a cui spetta il compito di reprimere il crimine. Cosa c’è di più lontano dall’idea stessa di «legge e ordine» di un cittadino che si fa giustizia da sé? E nemmeno c’è la scusante dell’incertezza dei fatti, dopo che tre gradi di giudizio hanno accertato l’irriducibilità della reazione armata del gioielliere persino alla legge sulla legittima difesa voluta dalla destra stessa (una legge, sia detto per inciso, di assai dubbia costituzionalità).

Secondo molti commentatori, l’ala moderata della coalizione sarebbe rinvenibile in Forza Italia. Peccato che proprio uno dei suoi più alti esponenti, il presidente del Piemonte Alberto Cirio, abbia assunto l’inaudita iniziativa di unire alle urla della mischia niente meno che il Consiglio regionale, presentando, sia pure a titolo personale, un ordine del giorno a sostegno della richiesta di grazia al gioielliere già avviata dal ministro della Giustizia. Le motivazioni esposte da Cirio rendono la misura della profondità della cultura liberale che anima i sedicenti moderati: il condannato – ha dichiarato il presidente piemontese – è «un cittadino onesto, che in 40 anni ha sempre pagato le tasse, non ha nessuna macchia, ma alla nona rapina con violenza che subiva ha ceduto all’esasperazione».

A prescindere dalla veridicità di tali note biografiche (Il Messaggero del 4 dicembre 2023 riporta la notizia di una precedente condanna, con conseguente ritiro del porto d’armi), colpisce il non sequitur per cui un contribuente di lungo corso, in preda all’esasperazione, dovrebbe avere licenza d’uccidere.

Agli albori della civiltà occidentale – quella stessa civiltà che tanto piace alla destra evocare – l’istituzione dell’Areopago (un tribunale popolare) sostituì alla vendetta privata il processo istituzionalizzato. Arginare l’istinto del sangue, simboleggiato dall’implacabile violenza delle Erinni, dovette richiedere uno sforzo sovraumano, se è vero che, nelle Eumenidi, Eschilo attribuisce la creazione dell’Areopago niente meno che alla dea Atena; e non meno significativo è che a un altro dio, Apollo, sia affidata la difesa di Oreste contro le Erinni stesse, costrette a trasformarsi da vendicatrici in accusatrici.

Nasce qui la sottrazione del diritto penale ai privati e il suo affidamento allo Stato, affinché la barbarie della vendetta sia trasformata in un processo regolato dalla legge. Ed è forse il caso di ricordare che Oreste era colpevole non di aver ucciso dei rapinatori, ma di uno tra i più sconvolgenti crimini ancora oggi immaginabili: aver tolto la vita a colei che la vita gli aveva dato, la madre Clitennestra.

È questa la destra italiana, oggi: una destra che, urlando all’unisono allo scandalo per la condanna del gioielliere, invoca il ritorno delle Erinni.

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