08/10/2026
da Remocontro
«La suggestione intellettuale propone al solito paragoni storici: il Maggio ‘68, la rivolta delle periferie, i gilet gialli e ovviamente la presa della Bastiglia, con il fascino cupo della rivoluzione alle porte». Massimo Nava avverte. «Nel caos francese di questi giorni c’è qualche cosa di più specifico, di molto più attuale e, al tempo stesso, paradigmatico della crisi che attraversano quasi tutte le società europee».
La Francia oggi
Campagna elettorale per la conquista dell’Eliseo secondo il Corriere. «Le forze attualmente in vantaggio – l’estrema destra di Marine Le Pen, l’estrema sinistra di Jean-Luc Mélenchon – hanno tutto l’interesse a soffiare sul fuoco, vuoi per reclamare sicurezza e ordine, vuoi per invocare diritti e giustizia sociale, e a mettere ancora più in difficoltà il governo in carica e il presidente Emmanuel Macron, mai come oggi così in basso nella considerazione popolare».
Vecchi partiti stanchi
In questo senso, la Francia registra una tendenza politica che si va generalizzando nelle società europee, dalla Spagna alla Germania: la perdita di peso dei partiti di più lunga tradizione, dei liberali, dei centristi, dei socialdemocratici, dei popolari a vantaggio delle estreme. Ed esprime un disagio sociale altrettanto generalizzato, nelle grandi metropoli, nelle aree industriali e agricole, nelle regioni economicamente più depresse.
Città a sinistra periferie a destra
Che le preferenze politiche delle metropoli siano più orientate a sinistra (come nel caso di Madrid, Berlino e Parigi) e quelle in generale di regioni e province siano più orientate a destra (come in modo ormai strutturale in Francia e Germania) è una variabile che non cambia la molla della protesta sul piano economico e sociale: il disagio dei giovani e dei ceti medi impoveriti, la domanda di case, di servizi sociali e sanitari sottoposti a tagli, il caro bollette, l’inflazione, la sicurezza, soprattutto nei quartieri più disagiati e di recente immigrazione.
Contro il carovita e contro tutto
In Francia, alle proteste degli studenti, si mescolano scioperi, manifestazioni di agricoltori e pescatori, mobilitazione di autostrasportatori e si annuncia una giornata nazionale di lotta contro il carovita, il prossimo 17 ottobre. Un quadro esplosivo, ulteriormente drammatizzato dalla china discendente dello Stato francese negli ultimi vent’anni.
Più lo Stato era forte peggiore è la bancarotta
Per i francesi, lo Stato è parte integrante dell’identità nazionale: significa ampie protezioni sociali, diritti acquisiti, sicurezza, efficienza, persino prestigio dei funzionari che lo gestiscono e in parte lo guidano, quasi al di sopra della politica. Ma le finanze di questo Stato sono oggi devastate da un debito enorme e fuori controllo. Il campanello d’allarme è stato suonato centinaia di volte. L’ex premier François Fillon nel 2007 disse: «Sono alla guida di uno Stato che si trova in una situazione di bancarotta». Oggi la Francia preoccupa i mercati e si indebita a tassi sempre più elevati. I primi ministri durano meno di una stagione, impossibilitati a far passare provvedimenti in Aula e a chiudere una finanziaria. (L’ultima, peraltro, prevede una cinquantina di miliardi di tagli alla spesa sociale).
Dallo Stato tutore allo Stato rapace
L’idea dello Stato protettore (quasi una forma di socialismo democratico) si è smarrita nella memoria dei francesi più anziani. Un’altissima tassazione (che non riguarda tuttavia la metà della popolazione) non garantisce più l’alta qualità dei servizi, sopratutto nel campo della sanità e dell’istruzione. La politica ha rivelato una straordinaria incapacità di cambiare riti, metodi e linguaggio, affossando le promesse di riforme lanciate dalle prime fasi della presidenza di Nicolas Sarkozy e di Emmanuel Macron.
Problema casa oltre Berlino e Madrid
Manifestare per la casa come a Madrid e a Berlino, o per la scuola o contro il carovita a Parigi, o magari aggiungere la solidarietà per Gaza o la protesta contro la guerra, vuol dire chiedere tutto a una politica che ha poco da proporre e ancora meno da dare, fra strettoie di bilancio, vincoli europei, conflitti sovranazionali fuori controllo, scelte e decisioni condizionate al di fuori dal perimetro dei governi.
- Soltanto una diversa politica europea e una diversa architettura istituzionale dell’Ue potrebbero accompagnare nuove classi dirigenti a ritrovare la bussola e invertire la rotta verso il caos sociale e l’implosione delle istituzioni. Ma intanto Parigi brucia. E, come si vede, non solo Parigi.

