26/06/2026
da il Manifesto
Sviluppo malato La penuria d’acqua è una delle conseguenze del cambiamento climatico con cui dovremo fare i conti nei tempi più brevi. Il caldo prosciuga i fiumi e consuma i ghiacciai, ovvio. Ma è anche il nostro modello di sviluppo ad essere sempre più assetato, dall’agricoltura all’industria
La penuria d’acqua è una delle conseguenze del cambiamento climatico con cui dovremo fare i conti nei tempi più brevi. Il caldo prosciuga i fiumi e consuma i ghiacciai, ovvio. Ma è anche il nostro modello di sviluppo ad essere sempre più assetato, dall’agricoltura all’industria.
E la direzione in cui stiamo andando è quella contraria al risparmio dell’acqua.
Anche quest’anno il Po è ridotto a un ruscello e l’estate è appena agli inizi. La stagione non era iniziata male, con laghi e invasi a buon livello. Ma l’ondata di caldo si è fatta sentire rapidamente. Adesso le riserve idriche nel bacino del grande fiume sono del 35% inferiori alla media del periodo di riferimento. Con l’avvio della stagione dell’irrigazione, ci sono scorte «solo per qualche settimana», ha comunicato ieri l’Osservatorio permanente per gli utilizzi idrici nel distretto del fiume Po.
Ma siccome è un sistema di vasi comunicanti (letteralmente), i rimedi alla scarsità d’acqua per i campi coltivati finiscono per colpire settori adiacenti e altrettanto dipendenti dall’acqua.
La Regione Lombardia ieri ha chiesto a Terna e alle altre aziende del comparto energetico di sottrarre un po’ di acqua ai bacini idroelettrici per darla ai contadini. E così le fonti rinnovabili e l’agricoltura sostenibile, in teoria alleati nella transizione ecologica, diventano concorrenti.
La competizione per l’acqua, risorsa antica oggi divenuta scarsa, è solo agli inizi. Nuove bocche si stanno affacciando sulla Pianura padana e anch’esse andranno dissetate. L’industria dell’intelligenza artificiale, per esempio, si muove in funzione della disponibilità di acqua fresca. L’acqua è necessaria per raffreddare i data center, i grandi capannoni stipati di microchip in cui i dati vengono trasferiti, elaborati e rispediti a chi ne fa richiesta. È un’industria in piena espansione nel nord Italia e consuma quantità enormi di energia.
Acqua e energia vanno di pari passo. L’energia infatti non si «consuma» veramente ma si trasforma, quasi sempre in calore. Dunque: più energia si utilizza, più acqua è necessaria per far funzionare i data center.
Negli ultimi tre anni, la potenza installata per i dati è aumentata del 67%. I due terzi dell’aumento sono localizzati in Lombardia, lungo gli affluenti che alimentano il Po, i campi coltivati e quindi tutti noi. Le proiezioni dicono che la crescita continuerà: degli 80 gigawatt di cui è stata autorizzata la prossima installazione, la metà ricadrà sulla Regione. Secondo uno studio della società A2A, il fabbisogno di queste strutture potrebbe quadruplicare di qui al 2035 e raggiungere il 12% del totale nazionale. I cinque centri in costruzione a sud di Milano consumeranno da soli quanto i 400mila abitanti di Bologna. Per raffreddare tutti questi capannoni serviranno tra i due e i tre miliardi di litri d’acqua fresca ogni anno, all’incirca il consumo medio di trentamila persone, sostiene l’Osservatorio data center del Politecnico di Milano.
Esistono metodi alternativi per raffreddare i data center senza consumare l’acqua, però richiedono tecnologie più moderne e costose. Una legge che regoli la realizzazione di nuovi impianti ancora non c’è. Ce n’è una in discussione al senato, ma se verrà approvata in ogni caso serviranno i decreti attuativi e probabilmente arriverà a cose già fatte. In assenza di una normativa nazionale, si procede per leggi regionali. Quella della Lombardia non obbliga a utilizzare le tecnologie più sostenibili in materia di consumo d’acqua e lascia ampio margine decisionale ai comuni.
Per alimentare questi data center, dice il governo, servirà tornare alle centrali nucleari. Se andrà così, la pianura padana si riempirà pure di reattori assai bisognosi, ovviamente, d’acqua di raffreddamento. Anche se una centrale come quella chiusa a Caorso consumerebbe un terzo dell’acqua del Po che scorre a Torino, sembra che solo le centrali atomiche possano garantire energia elettrica con continuità. Le cronache dalla Francia però dicono il contrario: lì la canicola ha surriscaldato i fiumi utilizzati per il raffreddamento, col risultato che i reattori sono stati spenti «causa caldo». Non ci si può fidare nemmeno del nucleare.

