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La guerra è finita, almeno per oggi

La guerra è finita, almeno per oggi

Politica estera

12/06/2026

da Contropiano

Dante  Barontini

Buona la quarantesima. Forse. L’ennesimo annuncio trumpiano sul raggiungimento di un “fantastico accordo” con l’Iran sembra avere qualche concretezza in più degli innumerevoli precedenti.

Ma i margini di incertezza sono ancora molti e quasi tutti provocati dell’identico, ondivago, “metodo Trump”, che alterna minacce di guerra totale e pace già fatto (ad uso dei mercati e del “fronte interno”) mentre al tavolo delle trattative cambia di continuo le carte in tavola.

L’accusa degli iraniani – confermata in qualche misura dai mediatori – è che si pretendono spesso “correzioni” sui punti già concordati per poi rimetterle in discussione con altre “correzioni”.

Da Washington il tycoon spara il milionesimo post trionfale su Truth: “Dal momento che le discussioni con la Repubblica Islamica dell’Iran sono state portate al più alto livello della leadership iraniana e approvate, io, in qualità di Presidente degli Stati Uniti d’America, ho cancellato gli attacchi e i bombardamenti programmati contro l’Iran per questa sera“, ha scritto.

I punti finali dell’accordo sono stati, “sia nel concetto che nei dettagli, approvati da tutte le parti coinvolte“, inclusi Stati Uniti, Israele, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Turchia, Pakistan, Bahrein, Kuwait, Giordania ed Egitto. “Il blocco navale rimarrà pienamente in vigore fino alla finalizzazione di questa intesa — Il luogo e l’ora della firma saranno annunciati a breve“. Provavilmente in Europa, forse domenica, con la presenza di J.D. Vance ma non di Trump.

Qualche verità e tantissima propaganda. Israele, tanto per cominciare, nega di essere coinvolta nella trattativa. Il che significa che si sente svincolata da qualsiasi impegno preso in quella sede. Tradotto: continuerà ad attaccare il Libano e tentare di conquistare più territorio possibile con la scusa di un “cuscinetto di sicurezza” che probabilmente – nella testa di Netanyahu & co. – potrebbe arrivare fino ad Oslo e oltre…

Ma proprio questo punto – il ritiro di Tel Aviv dal Libano -, nell’agenda di Tehran figura al primo posto, come “premessa” ad ogni possibile accordo.

Soprattutto l’Iran conferma – sì – che la trattativa ha fatto passi in avanti, ma che “il meccanismo decisionale in Iran è chiaro e che le autorità competenti del paese devono giungere a una conclusione definitiva in merito a tutti i dettagli e gli aspetti dell’accordo”. In pratica, si sta attendendo che la Guida Suprema, Mojtaba Khamenei, dia il suo ok.

L’elemento che conforta le speranze di pace sta tutto nel fatto che il testo in via di approvazione è quello proposto dall’Iran, anche se “il problema risiede nelle dichiarazioni e nelle posizioni contraddittorie degli Stati Uniti”.

Arriviamo infatti al termine di una settimana in cui il lavoro dei diplomatici è stato accompagnato da due giorni di bombardamenti Usa – cui Tehran ha risposto colpendo tra l’altro il comando della Quinta Flotta, di stanza in Bahrein – e da minacce ripetute di riprendere la guerra su vasta scala, a partire dalla “conquista dell’isola di Kharg”, per “prendere il controllo del petrolio iraniano”.

Gli analisti militari ed economici hanno presto smontato questa ipotesi. Non perché sia impossibile, ma perché inutile. Anzi, dannosa.

In primo luogo Kharg è un terminale di oleodotti provenienti da diversi giacimenti, non un luogo di produzione. Quindi sarebbe sostituibile, con qualche sforzo, da altri terminali minori o costruibili in certo lasso di tempo.

Soprattutto l’operazione richiederebbe la presenza di truppe di terra per mantenere il controllo del territorio, mettendo a rischio altre “vite americane” in una guerra profondamente impopolare. Conquistarla sarebbe fattibile in tempi anche rapidi, ma “rimanervi per un periodo prolungato le renderebbe vulnerabili”, ha affermato un anonimo funzionario dell’amministrazione.

Secondo gli analisti economici, distruggere l’impianto di esportazione non avrebbe alcuno scopo tattico che il blocco statunitense delle petroliere iraniane non stia già perseguendo. Ridurre Kharg in macerie probabilmente causerebbe soltanto un ulteriore aumento dei prezzi del petrolio.

Li stiamo già bloccando“, ha affermato Jason Bennett, responsabile dei progetti globali dello studio legale Baker Botts. “Non vedo cosa otterremmo facendo saltare in aria l’impianto, se non convincere i mercati internazionali che non arriverà petrolio iraniano per cinque anni. Questo sarebbe un problema a lungo termine.

Fuori dalle chiacchiere, dunque, resta il merito su cui è andata avanti la trattativa. Secondo il sito Axios – sempre tramite i pezzi scritti da Barak Ravid, ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’esercito israeliano – i punti ancora incerti sarebbe tre:

Il meccanismo per il rilascio dei beni iraniani congelati — la questione più importante per gli iraniani.

Le modalità per la riapertura dello Stretto di Hormuz durante il periodo di cessate il fuoco di 60 giorni.

Come condurre i negoziati sul programma nucleare iraniano durante il periodo di cessate il fuoco di 60 giorni.”

Come si vede, si tratta di un “accordo quadro”, mentre nel merito si rinvia a colloqui ulteriori della durata minima di due mesi. Un arco di tempo in cui, con un’amministrazione così squinternata, può accadere di tutto.

Al momento, dunque, possiamo soltanto dire che Trump sembra aver trovato – o si sia accontentato – di una “vittoria” ben misera: due giorni di bombardamenti, fatti stando bene attenti a non provocare troppi danni, da gettare sui titoli di giornale per poter rivendicare di “aver obbligato Tehran a firmare senza perdere altro tempo”.

Un po’ pochino per chi era partito puntando ad un “cambio di regime”, il “sequestro dell’uranio arricchito” e il “controllo del petrolio iraniano”.

Contento lui, comunque…

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