21/06/2026
da Remocontro
Per malanni, anche gli eroici mattatori di guerre antiche rispetto alle disgrazie moderne si arrendono, e tocca all’indegno supplente sostituire. Che va a ripescare un’antica cronaca belgradese di quadi 30 anni fa, bombe Nato che ovviamente, dato l’autore dell’azione militare, erano ‘guerra umanitaria’. Anche se ammazzavano molto lo stesso. Ma piene di buone intenzioni oltre che di esplosivo.
Cronachette di un testimone sul campo
Mercoledì 24 marzo 1999. Prima notte di guerra, annunciata con puntualità burocratica alle venti precise. “Sono stato informato dal comandante militare supremo in Europa, il generale Wesley Clark, che in questo momento sono iniziate le operazioni aeree della Nato contro obiettivi nella Repubblica federale jugoslava”, ha detto il segretario generale Javier Solana. La grande macchina militare alleata si è messa in moto con tutta la sua forza missilistica e aerea nelle prime ore di oscurità. I cacciabombardieri sono decollati a ondate successive dalle basi in Italia, mentre le navi Usa in Adriatico e i B-52, altissimi nel cielo, hanno lanciato le salve di “Tomahawk” con i computer programmati per raggiungere i loro obiettivi. È stata questione di attimi e dalle maggiori città serbe sono cominciate a giungere le notizie delle esplosioni. Pristina, Belgrado dove ci troviamo, Novi Sad sono colpite. E’ l’inizio di 78 giorni ininterrotti di bombardamenti.
Flotta aerea da fine del mondo per 78 giorni di bombardamenti
I bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia iniziano alle 20 di mercoledì 24 marzo 1999. A New York, su richiesta di Mosca, si riunisce il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite che pur ribadendo di essere l’unico organismo internazionale legittimato a decidere eventuali azioni di forza a favore della pace, non avalla e non condanna l’intervento Nato. Il giorno successivo la Jugoslavia rompe le relazioni diplomatiche con Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania e Francia. Il 27 marzo inizia l’esodo di kosovari in Albania e Macedonia. Da allora, ognuna delle 78 giornate di bombardamenti viene indicata dal comando Nato di Bruxelles come una escalation rispetto al giorno precedente.
Il primo aprile, tra le 4.55 e le 5.30, un intenso bombardamento su Novi Sad, in Vojvodina, abbatte in Ponte Vecchio (Marshal Tito) sul Danubio, colpisce il palazzo dell’Università, danneggia la fortezza medioevale di Petrovaradin e la Chiesa del monastero di San Juraj, del 1714. L’attacco, secondo fonti dell’US Air Force, è stato condotto da B-2, con Joint Direct Attack Munitions (JDAMs), proiettili a guida satellitare.
Nel bombardamento del 2 aprile nell’area di Orahovac (nella zona dove è attualmente insediata la super base militare USA di Bonsteel), secondo le autorità serbe vengono usate cluster bonb che feriscono sei civili, tra cui due bambini. Dal 4 aprile iniziano i bombardamenti delle raffinerie nella zona di Pascevo, nord di Belgrado, che si protraggono per settimane, provocando gravi danni ambientali, emissione di fumi tossici, e sversamento di sostanze chimiche venefiche nelle acque del vicino Danubio. Scatta l’allarme chimico successivamente annullato per la mancanza di strumenti di protezione. All’ora di colazione viene consigliato di proteggersi le vie respiratoria con stracci bagnati. Secondo Human Rights Watch, sono usate ‘precision-guided munition’ (PGM).
Il 6 aprile, nel bombardamento di baracche militari vicino ad Aleksinaz, restano uccisi 10 civili e altri trenta sono feriti. Secondo l’agenzia di stampa jugoslava Tanjug vengono daneggiati o distrutti almeno 400 appartamenti. Una bomba esplosa accanto all’autostrada Belgrado-Nis colpisce altri venti civili. La Nato definisce l’episodio un “incidente di guerra”. Il Commodoro dell’aria, David Wilby, spiega che “è sempre possibile che una delle nostre bombe finisca fuori bersaglio”. Testimoniando al Congresso, il 14 aprile, il generale Henry Shelton, descrive il fatto come “Il primo incidente con civili coinvolti”.
Il generale Shelton s’era dimenticato di dire che alle 12.30 del 7 aprile, in un attacco aereo attorno a Pristina, furono uccisi nove civili e otto furono feriti gravemente. Tra le vittime, la famiglia Gashi, chiaramente kosovara albanese: il padre Mesud, la madre Dijana, e i piccoli Dea, Rea, e Demis. Il 9 aprile la Nato ammette di aver colpito obiettivi civili. “Due o trecento metri fuori bersaglio” ammette il solito Commodoro dell’aria David Wilby. Altre vittime civili per colpi fuori bersaglio l’8 aprile a Cuprica (danneggiata una scuola, negozi e una palestra), il 14, vicino ai villaggi di Merdare e Mirovac (una mamma con la la figlioletta di un anno, più un altro bimbo di 11 mesi).
NATO a Merdare
Secondo un reportage del New York Times, “in Merdare, NATO bombs and anti-personnel cluster bombs demolished four houses early Sunday morning, killing five…. A number of pigs and cows were killed and injured….”. “A Merdare, bombe NATO e bombe a grappolo antiuomo hanno demolito quattro case nelle prime ore di domenica mattina, uccidendo cinque persone…. Numerosi maiali e mucche sono stati uccisi e feriti da bombe a grappolo antiuomo della NATO”.
Il 12 Aprile tocca ad un treno passaggeri, lungo la linea tra Belgrado e Ristovac, sul confine con la Macedonia, in località Grdelica, su un ponte che supera la Juzna Morava. 20 morti. Il missile partito da un F-15E Strike Eagle e diretto da un “AGM-130 electro-optycal precisioni-guides munition” (PGM). L’episodio è tanto grave da spingere lo stesso comandante delle operazioni Nato, generale Wesley Clark, a sostenere che il pilota avrebbe puntato il missile contro il ponte prima che apparisse il treno. Una sorta di “Super-Euro-Star” da 300 l’ora, secondo il filmato proposto giorni dopo dal portavoce Nato a Bruxelles Jamie Shea. Peccato che il filmato sia stato proiettato a velocità doppia, per dare foga ad un asmatico treno locale che arrancava lungo una linea vecchia e precaria.
Il 14 aprile accade di peggio. Tra le 1 e mezza e le 3 e mezza di pomeriggio, in piena luce, una serie di convogli di profughi kosovari albanesi che spingono i loro trattori sovraccarichi lungo la strada tra Djakovica e Decani, vengono confusi con colonne militari jugoslave e bombardati ripetutamente. 73 uccisi e 36 feriti secondo le autorità di Belgrado. Secondo il Comitato per il “Compiling Data on Crimes Against Humanity and International Law”, vi sarebbero stati 82 morti e 50 feriti.
L’incidente apre una feroce polemica sui bombardamenti Nato. La difesa d’ufficio, spesso ridicola, accentua l’indignazione per il dramma. Il Pentagono ipotizza che convogli militari serbi abbiano attaccato le colonne di profughi dopo i raid dei caccia-bombardamenti Nato. Secondo il portavoce del Pentagono Ken Bacon, il generale Usa e comandante Nato Wesley Clark assicura che i suoi piloti hanno attaccato solo veicoli militari. Il giorno dopo la Nato ammette che, “Following a preliminary investigation”, uno dei suoi aerei avrebbe colpito con “una bomba un veicolo civile”.
Lo stesso giorno il corrispondente della France Pres dal Kosovo, il reporter del Los Angeles Times, Paul Watson, e due troupes televisive greche raggiungono la zona del massacro. “Corpi carbonizzati o fatti a pezzi, trattori ridotti a bare collettive e case in rovina”, batte il primo dispaccio dell’AFP. Secondo l’agenzia di stampa, i convogli colpiti e distrutti sono stati due. Il cronista del Los Angeles Time scrive di piccoli crateri e frammenti di proiettili col marchio US. Racconta inoltre di una “estensive shrapnel dispersion” dopo esplosioni avvenute in aria, descrivendo l’uso di cluster bomb.
Secondo la testimonianza di un superstite kosovaro albanese, Safet Shalaj, raccolta da Human Rights Watch, il suo convoglio era formato da sette trattori con rimorchi sovraccarichi e diverse auto. “Nel mio trattore sono morte 15 persone. Dopo le bombe, con chi è sopravissuto, ci siamo rifugiati in una casa con la polizia serba”. Testimonianza di Kole Hasanaj. “Quando in cielo spuntarono gli aerei, per la strada c’era il nostro convoglio di trattori e anche alcuni veicoli militari. Nel caos delle bombe ci siamo mischiati. Io ho contato 23 persone uccise nel mio trattore. Ce n’erano altri attorno. Forse 27, 28. La Nato ha bombardato cinque volte. Nessuno dei veicoli militari è stato danneggiato”.
Il povero ‘Jamie Sceim’
Il 16 aprile il portavoce Nato Jamie Shea ed il generale italiano Giuseppe Marini assicurano “in one case and one only”, è stato colpito un bersaglio civile, mentre tutti gli altri ordigni sono stati diretto contro veicoli militari. Il 19 aprile, nuova versione. La Nato ammette che nel bombardamento del primo convoglio sono stati coinvolti 12 aerei che avrebbero lanciato 9 bombe. L’attacco al secondo convoglio parte perché la colonna di trattori “pace and formation were of a typically military nature”. Forse perché si muovevano in colonna.
“This is a very complicated scenario and we will never be able to establish all the exact details”, confess ail generale USA Daniel Leaf, comandante del 31st ad Aviano, da dove gli F-16s della strage sono partiti. Sempre secondo l’ineffabile Daniel Leaf, dopo il bombardamento Nato, le forze armate serbe avrebbero attaccato i profughi con cluster bomb e granate. Il 17 aprile, a seguito di un bombardamento sull’aeroporto militare di Batajnica con altre vittime civili, l’organizzazione per la difesa dei Diritti Umani rileva come “Evidence indicated that a weapon-possibly a cluster bomb submunition-exploded”.
Dalle 2.06 alle 2.20 del 23 aprile, alcuni missili Nato lanciati da un B-2 colpiscono e distruggono l’edificio centrale della Radio Televisione Serba, in via Aberdareva, nel centro di Belgrado. Sedici tecnici e operai morti e altri sedici feriti. Da quella sede, sino a poche ore prima, avevo mandato via satellite i miei reportage televisivi verso l’Italia. Del massacro sono stato praticamente testimone diretto. Poche ore prima avevo nuovamente segnalato ai colleghi serbi della “latitanza” dei giornalisti americani ed inglesi, evidentemente preavvertiti del nuovo bersaglio. Poche ore dopo, nella notte, assistevo all’inutile ricerca dei loro corpi tra le macerie fumanti. Le polemiche internazionali su quel bersaglio avranno anche momenti di ricostruzione mostruosamente scorretta e faziosa in trasmissioni tv segnate da personali cattiverie.
Nel pomeriggio del 27 aprile, l’attacco aereo alla caserma Jovana Jovanovica Zmaja, a Surdilica, nel sud-est della Serbia, alcuni ordigni colpiscono i quartieri di Zmaja, Mioroljuba Stanojevica, Jugoslovenska, e Stojana Stamenkovica. Per alcune fonti il risultato è di sedici morti e moltissimi feriti, tra cui dodici bambini tra i 5 e i 12 anni. Secondo altre fonti, i morti sarebbero stati 20 tra cui 12 bambini. Sono stato la sera stessa a Surdulica, ed il terreno era arato da crateri di bomba. Il 28 aprile, dal comando Nato di Bruxelles il generale Giuseppe Marani spiega che “dopo 4000 attacchi, può accadere”. “Effetti collaterali della guerra”.
Il primo maggio, pomeriggio, attacco al ponte sul fiume Lab, vicino al villaggio di Luzane, in Kosovo. Col ponte viene colpito un pullman carico di passeggeri. 39 morti e 30 feriti, secondo alcune fonti. Secondo il governo jugoslavo, le vittime sarebbero state 57. Sempre secondo Belgrado i caccia Nato avrebbero bombardato anche le ambulanze di soccorso ferendo un dottore. La Nato ammette l’errore: “era una strada militare”. Il colonnello Konrad Freytag spiega poi come, “Sfortunatamante, after the weapon’s release, a bus crossed on the bridge but was not seen by the pilot whose attention was focused on his aim point during weapon trajectory”. Due giorni dopo, praticamente il bis, nell’area di Savine Vode, sempre Kosovo. Bersaglio ancora una volta un autobus, questa volta di linea (Pec-Rozaje). 70 morti e 50 feriti. Per la Nato, questa volta s’è trattato di un errore nei piani di attacco.
Le tante volte denunciate cluster bomb compaiono questa volta ufficialmente (con la conferma di HRT e della stessa Nato), il 7 maggio a Nis, nel sud est della Serbia. 14 vittime e 28 feriti. Il bersaglio era l’aeroporto e gli ordigni finiscono a 1 chilometro e mezzo di distanza. Le piccole bombe anti uomo colpiscono l’istituto di Patologia del Medical Center, agli uffici del rettorato dell’Università, un mercato nel centro città, la stazione dei bus di Nis-Fortezza vicino al fiume. Diverse piccole bombe inesplose sono recuperate dagli artificieri in altri quartieri della città. La Nato conferma l’attacco che era diretto ai depositi carburante della Jugopetrol, ma non fa cenno agli ordigni usati. Il Segretario generale della Nato Xavier Solana ammette l’errore di bersaglio e precisa che l’uso delle cluster bomb era stato 2ritenuto appropriato al bersaglio previsto”. Dal generale Walter Jertz sappiamo che su Nis sono cadute le cluster bomb CBU-87.
L’ambasciata cinese
Lo stesso 7 maggio, pochi minuti prima della mezza notte, mentre alcune bombe colpiscono nuovamente le sedi del ministero degli interni in Knesa Milosa, nel cuore di Belgrado, uno, forse due proiettili colpiscono l’ambasciata cinese, in Umetnosti Boulevard. Tre morti e venti feriti tra il personale dell’ambasciata. Testimone diretto dell’evento, ero nei pressi, ricordo le fiamme dal tetto dell’ambasciata, l’evidenza di una seconda esplosione (un nuovo colpo o una esplosione interna) ed assieme l’incredulità di Roma (e non solo) alle mie telefonate in diretta che raccontavano dell’evento. L’episodio è di una gravità internazionale eccezionale ed immediatamente si scatena ogni possibile dietrologia.
Difficile parlare ancora una volta di bomba fuori bersaglio. Questa volta a muoversi è direttamente il governo statunitense che spiega al mondo e a Pechino, scusandosi, di aver semplicemente sbagliato strada. Cercavano il civico 2 di Umetnosti Boulevard dove, per le loro carte, aveva sede il Direttorato Federale per l’acquisto di armamenti (FDSP), e hanno consegnato le loro bomba a trecento metri dal bersaglio previsto. Spedizione importante affidata ad un B-2 armato con cinque “Joint Direct Attack Munitions” da 2000 libbre. Alcune delle cinque bombe dello stesso B-2 finiscono sull’hotel Jugoslavia, lungo le rive della Sava, sospettato di essere un covo delle famigerate “Tigri di Arkan”, la formazione paramilitare e criminale di Zeljko Raznatovic, assassinato a Belgrado nei primi giorni del 2000
«Errore della Cia» che non doveva comparire
- Le bombe sull’ambasciata sono figlie di un errore della Cia, si giustificano Washinton e Bruxelles, scaricando sul povero direttore George Tenet, una errata o superficiale lettura delle mappe. Avessero chiesto ad un qualsiasi tassista di Belgrado, sarebbero andati sul sicuro. Oppure, potevano chiedere aiuto ai due loro colleghi dell’Intelligence italiana (Sismi) tranquillamente presenti a Belgrado nella nostra ambasciata rimasta aperta.

