25/08/2026
da Il Manifesto
Stallo e sanzioni Nel 2023 Kyiv aveva ricevuto 675 intercettori Patriot, nel 2025 ne ha avuti 364, per il 2026 la proiezione si ferma a 264
Con un gesto pressoché unico per un governo in guerra, nel giorno in cui l’Ucraina festeggia l’indipendenza, dichiarata rocambolescamente all’indomani di un golpe fallito a Mosca, Zelensky ha desecretato la contabilità della difesa aerea. Nel 2023 Kyiv aveva ricevuto 675 intercettori Patriot, nel 2025 ne ha avuti 364, per il 2026 la proiezione si ferma a 264.
Ma per l’inverno ne servirebbero almeno 300. Vale la pena prenderlo sul serio, perché indica dove si decide la guerra: se il fronte, infatti, ne misura gli esiti, la base materiale che lo alimenta – base fiscale ed energetica prima ancora che militare – ne misura la durata.
Zelensky chiede missili per abbattere altri missili perché a Kyiv la distinzione fra giorno e notte è ormai svanita: gli attacchi arrivano, si fermano per qualche ora, ricominciano. Dall’altra parte del confine Mosca sostiene di aver abbattuto, nella stessa giornata, 351 droni su dieci regioni, mentre nel Rostov brucia un impianto di combustibile per missili e i droni ucraini scendono lungo la mappa delle consegne di Ozon, secondo marketplace del paese, il cui titolo perde oltre il 10% in una mattina. Incapace di trovare una decisione sul fronte, la guerra si espande nella profondità contro città, raffinerie, magazzini, contro tutto ciò che permette all’avversario di continuare a combattere.
Più che chiedersi quanti idrocarburi i russi esportino ancora, conviene guardare al prezzo a cui i clienti comprano, ai volumi che assorbono, allo sconto che pretendono, al costo di consegna del barile. È l’equilibrio fra queste quattro grandezze, e non il fatturato lordo, a determinare quanto resta nelle casse federali per stipendi, munizioni e indennità ai caduti.
Quell’equilibrio racconta un sistema che regge, ma assai meno efficiente di un tempo. I canali asiatici sono consolidati, India e Cina assorbono la quota decisiva, il picco mediorientale ha regalato a Mosca una rendita imprevista. Anche nei mesi d’oro, però, il conto non tornava: a luglio le entrate da idrocarburi restavano circa l’11% sotto i livelli del 2025. Ogni barile rende meno di quanto rendesse prima della guerra, perché allo sconto si sommano noli più cari, assicurazioni autoprodotte (a febbraio un terzo delle petroliere in transito nel Baltico esibiva certificati riconducibili a Mosca), rotte più lunghe e le inefficienze che le sanzioni impongono a ogni passaggio.
Di qui la rilevanza strategica della campagna sulle raffinerie e della stretta europea sulla flotta ombra: nessuno dei due strumenti interrompe le esportazioni russe, entrambi ne alzano il costo marginale, erodendo il rendimento netto di ogni barile che finanzia la guerra. A inizio estate lo stato maggiore ucraino calcolava disabilitato il 42,7 per cento della capacità di raffinazione: è al minimo da ventiquattro anni e la benzina non copre la domanda interna. Costringere Mosca a esportare greggio anziché raffinati, a importare carburante dai vicini, a sospendere l’export di benzina, significa spingerne la filiera verso il basso della catena del valore, agendo sotto la soglia dello scontro diretto con la Nato.
Gli altri vincoli lavorano nella stessa direzione. Il Csis stima per il 2026 oltre trentamila perdite mensili russe contro circa ventisettemila arruolamenti volontari. Non bastano i bonus regionali: da mesi si parla di preparativi per una mobilitazione da avviare dopo il voto della Duma del 18-20 settembre, che il Cremlino intende trasformare in plebiscito del partito della guerra. Ne è l’esclusione di Jabloko, da più di vent’anni relegato fuori dal parlamento. Questa volta per violazione del diritto d’autore su testi sovietici e duecento (200) dollari di presunto finanziamento estero. Sullo sfondo resta l’avvertimento che Elvira Nabiullina pronunciò quando ancora suonava eretico: erano esaurite le risorse libere che avevano sostenuto due anni di crescita russa (lavoro, capacità produttiva, capitale bancario, Fondo del benessere). In aprile Nabiullina ha parlato di un deficit di manodopera senza precedenti nella storia russa recente. A luglio la Banca centrale ha alzato l’inflazione attesa al 6-7 per cento e compresso la crescita fra zero e uno. Saturazione: una macchina che gira bruciando margini di adattamento sempre più cari, e per la quale ogni uomo richiamato è un lavoratore sottratto.
Per tappare il deficit l’oro del «Fondo nazionale del benessere» russo è passato da 405 tonnellate alla vigilia dell’invasione alle 145 di oggi.
Su questo sfondo la forbice fra le sponde dell’Atlantico si allarga. Gli europei mettono sul tavolo 6,1 miliardi, nuovi intercettori francesi, il via libera britannico a Mbda per assemblare in Ucraina i missili a lungo raggio: dal finanziamento si passa al trasferimento di tecnologia, cioè a un investimento sulla base materiale ucraina destinato a durare oltre la tregua. Washington, che ha azzerato l’assistenza militare a carico del proprio bilancio, vende, media e regola il rubinetto degli intercettori sul proprio deficit post-iraniano.
Se il sostegno riaffermato oggi a Kyiv agisca da freno o cronometro sulla guerra dipende allora da come Mosca legge i propri vincoli. Interpretati come occasione per cercare un’uscita, i costi crescenti moderano; letti come l’ultima finestra prima che l’avversario si consolidi, diventano argomento per accelerare.
In ordine crescente di prezzo, le opzioni in discussione sono una campagna di martellamento sempre più sanguinosa su energia e logistica ucraine, la mobilitazione parziale, più guerra ibrida in Europa. Le prime due sono già in corso.

