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La guerra sporca non trova una exit strategy

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02/02/2026

da Il Manifesto

Alberto Negri

All'attacco dell'Iran La guerra si fa sempre più sporca. Non solo per gli incendi di raffinerie e depositi di carburante, un’aria irrespirabile per le piogge acide, con un cielo nero di giorno e fiammeggiante di notte a Teheran e nel Golfo, come nella Baghdad di Saddam Hussein

La guerra si fa sempre più sporca. Non solo per gli incendi di raffinerie e depositi di carburante, un’aria irrespirabile per le piogge acide, con un cielo nero di giorno e fiammeggiante di notte a Teheran e nel Golfo, come nella Baghdad di Saddam Hussein che ho vissuto nel 2003: l’acqua da decenni scorre già inquinata dall’Eufrate al Tigri al Litani in Libano, segno di un disastro ambientale di tutto il Medio Oriente.

E che nessuno vuole vedere perché per noi conta solo il petrolio, non i popoli e la loro fonte di vita. Siamo come il colonialista britannico Lord Curzon: ogni goccia di petrolio, diceva, vale una goccia di sangue. Poi fingiamo che questa non è la nostra guerra e che non ci schieriamo. Siamo già schierati.

È UNA GUERRA sempre più sporca perché gli obiettivi di Trump e Netanyahu – al di là delle dichiarazioni talora non verificabili del presidente americano – diventano sempre più opachi ogni giorno che passa. Tra i due l’unico con le idee chiare è Netanyahu che lo ha trascinato in guerra: per lui più i conflitti durano più si sente saldo al potere. Il premier israeliano ha due obiettivi: radere al suolo il Sud del Libano – diventerà come Gaza ha detto un suo ministro – e annichilire l’apparato militare del regime iraniano. Danny Citrinowicz, analista israeliano citato dal Financial Times, ha esemplificato così la situazione: «Se ci sarà un colpo di stato, tanto meglio. Se le persone scenderanno in piazza, tanto meglio. Se ci sarà una guerra civile, tanto meglio. Israele se ne frega del futuro e della stabilità dell’Iran».

Per Netanyahu l’importante è disgregare il Medio Oriente, fare l’Iran a pezzi e imporre il suo primato a tutta la regione: se gli arabi del Golfo un giorno entreranno nel Patto di Abramo lo faranno da sudditi e colonizzati.

Ma tutto questo lo sapevamo già, altrimenti Netanyahu non sarebbe andato a Washington a convincere Trump a fare la guerra mentre ancora si stava negoziando. La guerra è sporca perché nasce sporca, contro il diritto internazionale: alla diplomazia sono stati dati degli ultimatum non spazi per trattare.

È STATO QUESTO il primo errore della superpotenza americana quando ha mosso aerei, missili e navi da guerra: avrebbero dovuto servire non ad accendere un nuovo conflitto ma a spegnerlo. Se Trump avesse dimostrato un decimo della pazienza che mostra con Putin, oggi scriveremmo un’altra cronaca. Non è forse un caso che abbia telefonato al Cremlino non tanto per chiedere dell’Ucraina ma magari per informarsi da Putin, amico del regime iraniano e di Netanyahu, su come trovare una exit strategy dal Medio Oriente.

Il capo della Casa Bianca ha invece commesso un errore di valutazione clamoroso. Netanyahu, che è molto più astuto di lui, gli ha fatto balenare davanti il colpo grosso: facciamo fuori la Guida Suprema Alì Khamenei e poi mettiamo nel sacco la repubblica islamica come hai già fatto con Maduro e il Venezuela. Il presidente Usa deve averci visto il segno del destino del giocatore d’azzardo: del resto l’unica volta che Donald Trump andò nell’Iran pre-rivoluzionario fu nel 1978 al casino di Teheran dove una foto lo ritrae sorridente con Jack Nicholson e Warren Beatty.

Nel suo discorso dell’altra notte dove dice che la guerra sta per finire è ancora lì che cita, insistendo, la soluzione alla venezuelana. Dopo l’uccisione di Khamenei, l’ayatollah di Mar-a-lago si è esaltato al punto di pretendere persino di nominare la nuova Guida Suprema. E vederlo dirsi deluso quando l’Assemblea degli Esperti, con una riunione virtuale (per la prima volta nella storia della repubblica islamica), ha eletto il figlio di Khamenei Mojtaba ha fatto quasi pena. Quasi, perché la sua ignoranza è pari soltanto alla sua arroganza. Diremmo del tutto dissennato se non sapessimo che prima di tutto per lui c’è il business e che suo figlio sta entrando sul mercato americano dei droni da guerra, insieme a un società di golf e a una compagnia israeliana.

QUESTA COMPAGNIA di affaristi arrivata al potere a Washington prende la guerra, gli stati e i popoli come un’occasione per fare soldi: sono animati dall’avidità e da una straordinaria follia.

C’è solo un momento in cui Trump riprende lucidità, quando scorre i sondaggi sulle elezioni di midterm e percepisce l’irritazione crescente della sua stessa base elettorale che ha condotto in un’avventura militare irrazionale e sconsiderata, le stesse che lui imputava a Bush, Obama e Biden.

Il problema è che dall’altra parte c’è l’Iran non il Venezuela, un Paese che ha combattuto mille guerre dal 1979. Quando l’Iran è attaccato da fuori prevale in parte della popolazione e soprattutto nei capi, pur delegittimati da una repressione sanguinosa, l’antico istinto nazionalista e di sopravvivenza.

LA LEADERSHIP della repubblica islamica quando ha visto che Netanyahu aveva convinto Trump a far esplodere il caos in Medio Oriente ha imboccato la stessa strada martellando le monarchie del Golfo, i vicini di casa con basi Usa e chiudendo Hormuz.

Ha colpito anche Cipro, diventata con gli accordi militari e sul gas con Tel Aviv una sorta di colonia israeliana come del resto la Grecia. Cose per altro prevedibili e risapute, visto che come la Siria il Mediterraneo orientale è un campo di battaglia, ancora virtuale ma non troppo, tra la Turchia e lo stato ebraico.

Bisogna dirlo a Trump che il numero due della lista del Mossad è Erdogan. Forse al prossimo giro, se non riesce a fare l’ayatollah in Iran, si propone come Sultano. La fine della guerra, quando sarà, intanto la decidono i Pasdaran e Netanyahu.

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