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La guerra Usa contro l’Iran arenata sulle sanzioni allarga la crisi

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Politica estera

26/08/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

A sei mesi da una guerra senza sbocchi, Washington scommette sulle sanzioni ma la nuova strategia contro l’Iran mostra già i suoi limiti, dice l’analisi severa dell’ISPI. Segretario del Tesoro, Scott Bessent annuncia che «stringerà il cappio attorno all’Iran». E il mondo dovrebbe scegliere tra «America e Iran». Lasciando in sospeso il giorno dell’annunciato ‘D-Day economico’ l’equivalente dello sbarco in Normandia. Esagerati come sempre a ma sempre meno convincenti.

Iran: un D-Day a metà

Dopo sei mesi di guerra che non hanno portato i risultati sperati, l’amministrazione Usa che non sa più come uscirne punta sulla pressione economica per piegare Teheran e spingerla a riaprire lo Stretto di Hormuz. Le sanzioni di sempre ancora più cattive e la minaccia di essere estromessi dal sistema finanziario statunitense per tratterà ancora con l’Iran. Una strategia decisamente azzardata: «se è vero che l’economia iraniana è allo stremo e che le nuove minacce vorrebbero spingere Teheran a cambiare rotta, è altrettanto plausibile che la Repubblica Islamica – già alle prese con sanzioni da anni – scelga di intensificare il braccio di ferro su Hormuz», avverte Alessia de Luca per ISPI. 

Dopo 40 anni di sanzioni mossa vincente?

Da anni l’economia iraniana è sottoposta a sanzioni occidentali che ne hanno soffocato la crescita, producendo però ben pochi risultati sul piano politico. Eppure, alle prese con una  guerra impopolare che ha fatto lievitare i prezzi dell’energia anche negli Stati Uniti, incapaci di imporre una soluzione militare al conflitto, Washington sembra non attualmente avere alternative alla ‘scure economica’. Con Tehran che reagisce accentuando la sfida. Il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ammette che il popolo iraniano sta affrontando ‘molti problemi’ ma definisce ‘disperata’ la mossa americana, minacciando anche gli amici Usa.

Pechino da subito il banco di prova

Interrogativo di fondo: Washington intende davvero colpire con sanzioni la Cina, primo acquirente al mondo del petrolio iraniano, che assorbirebbe secondo le stime circa il 90% delle esportazioni di greggio di Teheran. O l’India? Finora il Dipartimento del Tesoro ha sanzionato oltre 60 tra individui, entità e imbarcazioni accusati di facilitare l’accesso dell’Iran a tecnologie nucleari e missilistiche, ma l’elenco non include alcuna istituzione finanziaria cinese, né misure dirette contro Emirati Arabi Uniti, Turchia e Iraq, principali partner commerciali della Repubblica islamica prima del conflitto. Insomma, ‘facciamo finta che’ senza esagerare.

Sanzioni contro tutti?

«Nessun Paese è al riparo dalle sanzioni statunitensi», insiste Bessent citando esplicitamente anche Cina e Russia, ma senza annunciare misure immediate. Pechino, ha definito inutili le sanzioni e le tattiche di pressione, promettendo di difendere i propri interessi ‘con ogni mezzo necessario’. Secondo diversi analisti, la cautela di Washington riflette il timore di ritorsioni cinesi, in particolare sulle esportazioni di minerali critici, a un mese dal vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, a Washington il 24 settembre, considerato cruciale per l’economia globale, a verificare lo stato della tregua commerciale dalla visita di Trump a Pechino a maggio.

Una guerra senza uscita?

Le nuove misure a quasi sei mesi dagli attacchi di Stati Uniti e Israele contro l’Iran che hanno aperto un conflitto che ha paralizzato il traffico marittimo nella regione, ridotto il flusso di petrolio e messo a dura prova l’economia statunitense e quella globale. Da allora la guerra si è impantanata in uno stallo senza sbocchi apparenti. Sebbene le ostilità abbiano inflitto gravi danni economici e causato la morte della Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei, il Paese ha conservato una capacità missilistica per attaccare i paesi vicini e paralizzare la navigazione dove transita circa un quarto del petrolio e un quinto del gas naturale a livello globale. 

Minaccia nucleare ignota

Lo stato reale del programma nucleare iraniano, obiettivo dichiarato della campagna militare, resta a oggi sconosciuto. Secondo alcuni osservatori, il cambio di strategia rivela soprattutto un calcolo politico interno: con le elezioni di metà mandato all’orizzonte, Trump non vuole che una guerra ampiamente impopolare diventi il tema dominante della campagna. Un elemento di debolezza negoziale che Teheran sembra avere tutto l’interesse a sfruttare. Ed ecco che le sanzioni annunciate con toni minacciosi dal ministro Bessent rischiano di aprire un nuovo fronte di crisi per la Casa Bianca, senza riuscire a tirare gli Stati Uniti fuori dal pantano iraniano.

L’America sempre meno amata di Trump

  • Come già detto, Teheran si è abituata da tempo a vivere sotto embargo, grazie anche alla rete di sostegni più o meno clandestini di cui dispone; dall’altra, le misure annunciate cozzano frontalmente con gli interessi e le politiche di attori ‘pesanti’, prima fra tutti la Cina, che Bessent ha esplicitamente chiamato in causa. Oltre la retorica roboante, è possibile che i nuovi provvedimenti finiscano per allargare il perimetro della crisi. Significativamente, non sono ancora chiari i tempi entro cui i paesi interessati dovranno adeguarsi alle misure di Washington. Un modo per lasciare aperta una via d’uscita se l’effetto dell’annuncio non sarà quello sperato.
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