06/06/2026
da Remocontro
Il dibattito politico in Europa, anche per le scadenze elettorali prossime, è molto incentrato sull’avanzata dell’estrema destra, sottolinea il Corriere. In Francia, Marine Le Pen o Jordan Bardella pregustano il pieno di voti. In Germania, cresce Alternative für Deutschland e mette in crisi in cancelliere Friedrich Merz. In Gran Bretagna è di questi giorni il successo di Nigel Farage alle amministrative. In Italia, la destra di governo comincia a fare i conti con il generale Roberto Vannacci. L’analisi di Massimo Nava
Tutta destra ovunque?
Ma intanto, in Francia, c’è un uomo che continua a mietere consensi sul fronte opposto e rischia di diventare con il suo successo un riferimento per tutti gli scontenti e i ribelli d’Europa, soprattutto giovani. Il che è sorprendente perché parliamo, peraltro non da oggi, del settantacinquenne Jean Luc Mélenchon, intramontabile e agguerrito leader della France Insoumise, da sempre e anche stavolta candidato alle elezioni presidenziali del 2027. Non con enormi possibilità di vittoria, ma certamente di condizionare il quadro politico del Paese e indispensabile per il successo della sinistra riformista. Le ragioni del consenso risiedono nella combinazione di diversi fattori: il clima sociale della Francia, sempre più il Paese degli arrabbiati e degli scontenti, e la straordinaria abilità comunicativa e oratoria di un uomo che sembra peraltro disceso da un altro secolo, quando bandiere rosse, lotta di classe e slogan contro i padroni avevano un senso.
Nessun fantasma rosso
Mélenchon tuttavia non è un fantasma rosso che agita un tardo marxismo: il suo discorso (e il suo programma) combina giustizia sociale, pacifismo, ecologia, seduzione dei giovani, soprattutto le seconde e terze generazioni di immigrati, peraltro a grande maggioranza pro Palestina. Un fattore che spinge Mélenchon a una forte retorica anti sionista. Questo «alieno» molto reale della politica ha suggerito una lunga inchiesta al settimanale britannico The Economist, che non nasconde un «qualche cosa di affascinante» nella figura di Mélenchon. E questo fascino consiste anche nella modernità del suo modo di comunicare slogan e programmi. Propone limiti alla proprietà privata e tasse sui grandi patrimoni, si avvicina ai tribuni del popolo sudamericani, vanta milioni di follower in rete ed è stato il primo fra i leader francesi a utilizzare tecnologie d’avanguardia per i suoi comizi per sembrare presente in diverse città contemporaneamente.
Possibile presidente dopo lo sbiadito Macron
Mélenchon si è già candidato tre volte alle elezioni presidenziali, ma questa volta è convinto di farcela. Di certo il quadro politico gli è favorevole. Destra gollista e sinistra riformista sono ancora ansiosamente alla ricerca di candidati. L’estrema destra attende l’esito del processo contro Marine Le Pen, con possibile condanna alla ineleggibilità. Il presidente Emmanuel Macron non può candidarsi per un terzo mandato e il suo movimento è ormai ai minimi termini. Nel caso Mélenchon arrivasse al ballottaggio, la sfida contro il candidato dell’estrema destra potrebbe vederlo trionfare. Alle ultime elezioni comunali, il partito di Mélenchon ha conquistato città simboliche. Tra queste, la periferia parigina di Saint-Denis, conquistata da Bally Bagayoko, di origini maliane, e Roubaix, grande città del Nord industriale. La sua rivoluzione cittadina mira all’avvento di una «nuova Repubblica», dotata di una Costituzione nuova e di un regime meno presidenziale, che dovrebbe spazzare via il regno «monarchico» cui assomiglia da sempre l’Eliseo. In politica estera, propone da tempo di uscire dalla Nato, vorrebbe un riavvicinamento alla Russia, sogna una completa riformazione della Ue.
The Economist: residui di ‘68
Secondo l’analisi di The Economist, fra le ragioni del successo, c’è un po’ di cultura marxista e «sessantottina» persistente nell’opinione pubblica francese. Il discorso rivoluzionario di Lfi trova eco in certi quartieri. Gli studenti applaudono alla promessa di un mondo «più inclusivo e antirazzista». Le prese di posizione su Gaza e la Palestina gli hanno valso, un ampio sostegno nelle università. Secondo un sondaggio condotto, il 58% dei 18-24enni ha un’opinione favorevole di Mélenchon, una cifra che crolla al 14% per i 50-64enni. «Cosa si deve dire alle giovani generazioni?», si chiedeva recentemente in televisione, deridendo i partiti concorrenti: «Risparmiate denaro e tagliate i servizi pubblici!». I comunisti hanno perso gli elettori delle classi popolari a vantaggio di Marine Le Pen, i socialisti sono sostenuti in gran parte da funzionari pubblici e universitari. Mélenchon si è costruito una base elettorale di giovani istruiti, minoranze etniche e periferie. Secondo un secondo sondaggio Ifop, ben il 69% degli elettori musulmani ha sostenuto Mélenchon al primo turno delle elezioni presidenziali del 2022. Il leader di La France Insoumise ha rovesciato a suo vantaggio gli slogan allarmistici dell’estrema destra.
Ovviamente anche molto detestato
Per certi suoi eccessi caratteriali, i sondaggi gli attribuiscono anche un tasso di disapprovazione particolarmente elevato. Inoltre si moltiplicano le accuse di antisemitismo, anche se in realtà si tratta soprattutto di attacchi alla leadership di Israele per i crimini di Gaza. Il populismo di sinistra ostentato da Jean-Luc Mélenchon si ispira in gran parte ai suoi legami con Venezuela, Ecuador e Spagna. Fa eco anche a politiche al di fuori della sua orbita naturale, come Zohran Mamdani e il suo socialismo democratico a New York, o Zack Polanski, leader dei Verdi britannici. Mélenchon sa anche leggere la posta in gioco, anche con senso di responsabilità, come quando, alle ultime elezioni anticipate, questo tribuno dello popolo decise di ritirare molti candidati del suo partito per evitare che l’Assemblea fosse dominata dall’estrema destra. Un merito gli fu riconosciuto. Quello di avere compreso che per fermare l’avanzata apparentemente inesorabile di Marine Le Pen e Jordan Bardella bisognasse fare un passo indietro e chiedere agli elettori di votare per la democrazia e la Repubblica.
Ai milioni di francesi scontenti ed esclusi
Oggi, a milioni di francesi scontenti ed esclusi, propone un progetto de-ideologizzato di giustizia sociale e sviluppo sostenibile, la cui realizzazione è possibile con tasse sui redditi più alti e attraverso una rifondazione solidale dell’Europa comunitaria, oggi – secondo Mélenchon – al servizio dei capitali, succube di diktat fiscali, non autonoma dagli Stati Uniti, divisa su politiche di accoglienza e difesa. Mélenchon rilancia quel «cambiare la vita dei francesi» che fu lo slogan di Mitterrand. Il che significa pensione a sessant’anni, aumenti salariali e della spesa pubblica in un Paese il cui debito pubblico ha già superato i tremila miliardi. C’è da chiedersi quale sarebbe il peso di Parigi in un momento così drammatico e decisivo per le sorti del Vecchio Continente.
La Nato e la politica estera macchina
Mélenchon definisce la Nato una macchina per creare problemi, uno strumento dell’impero americano in declino. Ma non ha risparmiato critiche a Vladimir Putin per l’invasione dell’Ucraina, pur criticando l’embargo delle forniture energetiche, perché «soltanto lo zio Sam si riempirà le tasche». Il riconoscimento della Palestina è stato un suo cavallo di battaglia e la Francia di Macron è stata fra i primi Paesi a fare questo passo. L’accusa che viene mossa a Mélenchon è di avere incentivato un antisemitismo d’ispirazione islamica per intercettare il voto di milioni di elettori di origine maghrebina e di fede islamica. In realtà, il tribuno dalla faccia feroce cammina sulla strettoia sempre meno visibile fra atteggiamenti antisemiti e la critica per la politica espansionista di Israele nei territori occupati e l’eliminazione di migliaia di palestinesi nella striscia di Gaza. Critica che non è certo un’esclusiva di Mélenchon.
- D’altra parte, il consenso dei giovani è anche il risultato di scarsa memoria storica, di riferimenti al passato, di un quadro di analisi più complesse. La rete offre le immagini della tragedia di Gaza. È quanto basta per scegliere da che parte stare e da che parte manifestare.

