25/01/2026
da Il manifesto
Geografie Il 27 gennaio 1945 la liberazione di Auschwitz. La sfida al presente delle parole che evocano quella tragedia in «Quattro donne» di Emilio Jona e «Il pane e il cucchiaio» di Portelli e Procaccia
Intorno al Giorno della Memoria si è molto discusso fin dalla sua istituzione, nel 2000, come momento per ricordare pubblicamente le vittime della Shoah nella stessa data in cui nel 1945 il campo nazista di Auschwitz fu liberato dall’Armata rossa.
Oltre un quarto di secolo più tardi, al netto delle necessarie riflessioni su come affrontare il tema della trasmissione della memoria dopo la fine dell’«era dei testimoni», si dovrà forse ammettere che uno strumento che ha rischiato, e talvolta rischia tuttora, di proporre una dimensione in qualche modo «museale» di una materia che necessita di restare nel vivo delle nostre società per continuare ad illuminare e interrogare il presente, sta trovando una inattesa e drammatica attualità.
Di fronte ad una stagione dominata sul piano internazionale dalla guerra, dalle fake news, dal revisionismo aggressivo delle destre, dal ritorno violento dell’antisemitismo anche oltre i suoi tradizionali confini ideologici e dal progredire di nuovi appelli all’intolleranza e al razzismo atti a trasformarsi in nuove tragedie, uno scopo non secondario questo capitolo del Calendario civile nazionale lo può svolgere. A patto, ben inteso, che se ne faccia un buon uso. Il che equivale prima di tutto a dare davvero ascolto a quelle parole che in nome della memoria possiedono la capacità di liberarci, o perlomeno di preservarci come individui ma anche come corpo sociale, dall’oblio, dall’indefinitezza, dalla confusione che possono anche partecipare del nascondimento di una realtà nel momento in cui sembrano celebrarla. Del Giorno della Memoria si può fare un buon uso restituendogli, o conservando in esso quel valore di sfida che il ricordo di Auschwitz contiene implicitamente per le nostre coscienze come per il nostro vivere civile.
- Dei bambini ebrei salvati dai rastrellamenti di nazisti e fascisti sui monti del biellese, i ricordi di Giuseppe Di Porto, tornato a Roma dal lager dopo la guerra
IN QUESTO SENSO, alla vigilia del 27 gennaio, si può davvero guardare a «parole che liberano» pensando a quelle che Emilio Jona ha raccolto in Quattro donne (Neri Pozza, pp. 138, euro 18), il libro in cui l’intellettuale, poeta, già animatore del Cantacronache e di mille altre ricerche sulle tradizioni popolari, racconta, giunto alla soglia dei cento anni, di come lui, all’epoca sedicenne, e la sua famiglia furono salvati, scampando alla deportazione e alla morte nel 1943.
Dopo la strage di ebrei perpetrata dai nazisti, grazie al sostegno delle autorità italiane della Rsi e degli stessi uomini della Guardia nazionale repubblicana, a Menia, sul Lago Maggiore, nel settembre di quell’anno, l’avvocato Alessandro Jona decide che è venuto il momento di lasciare la casa di famiglia a Biella per rifugiarsi nelle valli del circondario. Con lui ci sono la moglie, già gravemente malata e che morirà più tardi in un ospedale dove era stata ricoverata sotto falso nome e i quattro figli, tre maschi e una femmina, nascosti e accuditi da altrettante donne, Cecilia, Marì, Delfina, Teresa e da Fiorenzo, il marito di quest’ultima, un insegnante antifascista poi arrestato e che si spegnerà all’indomani del suo ritorno da Mauthausen.
PER I PICCOLI EBREI rifugiati nelle montagne dell’alta valle Andorno, costretti a cambiare spesso abitazione, vecchie case di pietra addossate ai monti e con cantine che consentono di accedere ai boschi della zona, ognuna di queste donne rappresenta un’incarnazione della libertà e della sopravvivenza, ma anche la scoperta di un affetto che si manifesta nel momento in cui ne hanno più bisogno. Jona ne traccia il profilo con emozione e riguardo, restituendo a ciascuna – Cecilia, la bambinaia che arrivava dal Polesine, Delfina, l’impiegata dello studio paterno, Marì, una conoscente che ospitò Emilio, il padre e uno zio nella sua piccola dimora della Vallemosche, Fiorenzo e Teresa che salvò il ragazzino dicendo alle SS che era suo figlio – un volto, una storia, un’identità che ne fa prima di ogni altra cosa delle testimoni di un’umanità che non scomparve né appassì di fronte alla barbarie.
Di loro, Jona ha scelto di scrivere perché fossero inserite nell’elenco dei «Giusti delle nazioni» che ricorda quanti salvarono degli ebrei durante la Shoah. Se il termine «italiani brava gente» può assumere un qualche significato, è da ricercarsi in un testo straordinario come Quattro donne che ricorda persone che proprio nel non uniformarsi alla massa, ad una società che in larga parte assecondò, o ignorò, le Leggi razziali e l’Olocausto, segnarono la propria traiettoria di vita. «Esse – scrive Emilio Jona – sono uscite da tempo dal mondo della realtà per entrare in quello della memoria, della celebrazione e della scrittura. Vi sono entrate con tutta la loro empatia, la loro dedizione, il loro coraggio, la loro bontà, senza la loro parte oscura, il loro lato d’ombra, il loro inverso, che, invece di manifestarsi in sintonia con il tempo in cui sono vissute, sembra che abbiano contrastato e vinto».
A rendere percepibile, pur nel suo orrore, la tragedia che si evoca il 27 gennaio e, al contempo, il potere per molti versi liberatorio delle parole messe al servizio della memoria, si adopera un altro importante volume arrivato in libreria in vista dell’anniversario, Il pane e il cucchiaio firmato da Alessandro Portelli e Micaela Procaccia (Donzelli, pp. 136, euro 15). Si tratta al tempo stesso di una testimonianza e di una riflessione: al centro dell’opera un’intervista, in realtà più d’una, a Giuseppe Di Porto, un ebreo romano, classe 1923, sfuggito alla razzia al Portico d’Ottavia il 16 ottobre 1943 ma preso nel rastrellamento degli ebrei di Genova, dove aveva cercato rifugio, pochi giorni dopo e deportato ad Auschwitz, nel campo di Monowitz-Buna, lo stesso di Primo Levi, scampato alla morte e rientrato a Roma nel 1945, dove si è spento nel 2017.
- «Le donne che hanno salvato i piccoli ebrei sono uscite da tempo dal mondo della realtà per entrare in quello della memoria, della celebrazione e della scrittura. Vi sono entrate con tutta la loro empatia, la loro dedizione, il loro coraggio, la loro bontà, senza la loro parte oscura, il loro lato d’ombra, il loro inverso, che, invece di manifestarsi in sintonia con il tempo in cui sono vissute, sembra che abbiano contrastato e vinto»
IL TESTO PRINCIPALE del libro dà conto dell’intervista realizzata nel 2005 da Portelli con il sopravvissuto al lager e conservata nell’Archivio sonoro del Circolo Gianni Bosio presso la Casa della Storia e della Memoria di Roma. Il cuore del dialogo è rappresentato da una vicenda che potrebbe apparire a prima vista minore ma che, proprio se letta alla luce della strategia di sistematica disumanizzazione operata dai nazisti nei «campi», acquista un rilievo determinante e indica, ancora una volta, la possibilità di preservare, o di ritrovare se si è stati sul punto di perderla, la propria umanità di fronte all’orrore circostante. Un elemento che rappresenta ancora oggi uno degli interrogativi di fondo di fronte al manifestarsi della barbarie. E uno dei suoi possibili antidoti.
Giuseppe Di Porto, che come ricorda Procaccia fu intervistato alla fine degli anni ’90 anche nell’ambito del progetto statunitense sorto su iniziativa di Steven Spielberg – e che avrebbe raccolto oltre 50mila interviste video ad altrettanti sopravvissuti della Shoah – anche per confutare l’offensiva negazionista guidata da figure come Irving e Faurisson, torna con la mente ai giorni di Auschwitz per descrivere gli effetti che la violenza e la fame avevano, come sottolinea Portelli, «non tanto sul corpo, quanto sull’anima dei deportati». «Il figlio rubava il pane al padre non c’era nessun rispetto per le persone… la razione di pane era la vita», racconta Di Porto, spiegando come lui stesso fosse riuscito ad uscire nottetempo dalla baracca per procurarsi dei pezzi di pane, malgrado fossero andati a male e sporchi degli escrementi dei maiali. La fame dominava totalmente l’orizzonte, al punto che l’uomo ricorderà come anche una volta tornato a casa, a lungo non sarebbe uscito senza portare con sé un pezzo di pane.
MA È IN QUESTO CONTESTO, mentre Di Porto sente di aver perso ogni speranza, bestemmia e si chiede come possa esistere un Dio che consente tutto ciò, che un giorno, nel lager, l’ebreo romano incontrerà un suo semplice conoscente che gli chiederà di procurargli un cucchiaio, un arnese costruito con un pezzo di lamiera che consente di mangiare la minestra senza infilare la faccia nella gavetta, scambiandolo con un altro prigioniero con del pane. In cambio, gli dice, «ti darò la mia di razione di pane». Poi accade una sorta di miracolo. Vale a dire che Di Porto trova un cucchiaio in mezzo al fango e immagina così di poter avere quel pane in più. Di fronte all’uomo, però, tutti i suoi calcoli cedono il passo ad un altro sentimento e, spiegando come sono andate davvero le cose, se ne va senza chiedere nulla per sé. «L’episodio è un punto di svolta, un’epifania che gli salva letteralmente la vita», sottolinea Portelli evocando quell’«insopprimibilità dell’umano» che in qualche modo aiuterà il deportato a riconciliarsi prima di tutto con se stesso, con la possibilità che ci possa essere anche dopo quella tragedia, che non mancherà peraltro di far sentire il proprio eco per sempre, un’altra possibilità. La forza della testimonianza, le parole della memoria finiscono così per illuminare un’intera esistenza.

