02/07/2026
da Left
La Costituzione non è «un ferro vecchio» come diceva Berlusconi, affiliato alla P2, ma un potente programma di governo democratico, perché afferma che la libertà non è un privilegio privato ma una condizione collettiva e materiale
Le vite degli altri. Così si intitola un celebre film del 2006, scritto e diretto da Florian Henckel von Donnersmarck, che indagava lo scenario culturale della Berlino Est controllata dalle spie della Stasi. Il film racconta che il totalitarismo comincia quando lo Stato pretende di entrare nella vita interiore delle persone: negli amori, nelle paure, nella creazione artistica. Il dissenso così non è più un’opinione, ma una patologia da intercettare.
È la mania dei sistemi autoritari. Accadeva nella Germania dell’Est, accade nella Russia di Putin dove la guerra di invasione è «un’operazione speciale». Ed è la paranoia che fa gridare Trump al pericolo Antifa e che arma l’Ice contro gli immigrati (emulato ora dalla Ue). E che soffia forte nel governo Meloni e nei discorsi xenofobi e misogini di Vannacci e dei suoi accoliti persino in Parlamento. In quasi cinque anni i tre partiti al governo hanno messo in atto una pletora di provvedimenti per ostacolare l’autodeterminazione delle donne, per cancellare il diritto d’asilo (scolpito in Costituzione), per mettere a tacere il dissenso, per stroncare il diritto di manifestare, di fare sciopero con blocco stradale, divenuto reato penale. Così come reato è diventato opporre resistenza passiva a trattamenti inumani e degradanti nelle carceri (in barba alle condanne della Cedu). Al tempo del governo Meloni che riapre al nucleare e blocca la transizione green è criminalizzato chi lancia l’allarme riguardo al riscaldamento globale.
Rispetto a tutto questo suona potentissimo il richiamo della Costituzione nata dalla lotta partigiana antifascista che affida alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli che limitano libertà ed eguaglianza e impediscono il pieno sviluppo della persona umana.
Il governo Meloni sta facendo l’opposto. Per bambini, donne, studenti, lavoratori e immigrati, la promessa costituzionale viene rovesciata: gli ostacoli non vengono rimossi, vengono tramutati in colpa. Se sei povero, niente sussidi. Se sei donna devi essere madre, ma senza pretendere servizi. Se sei giovane devi meritare, obbedire, competere. Se lavori devi ringraziare, anche quando il salario è miserrimo. Se sei migrante devi lavorare come uno schiavo senza diritti. Dietro la propaganda menzognera di Meloni che millanta occupazione record, finanziamenti record per la sanità ecc. questa è la fotografia reale del Paese. I dati elaborati nell’articolo di apertura di Tulli parlano chiaro: “le vite degli altri” sono sorvegliate, precarizzate, discriminate. In un Paese che per la prima volta ha una presidente del Consiglio donna, le donne sono le prime ad essere colpite, al motto di dio, patria e famiglia. Del resto la sua pretesa di essere chiamata il presidente è coerente con la visione misogina e machista espressa dalla destra. Una destra che usa la maternità come emblema identitario, non sostenendola come scelta. In un Paese in cui l’occupazione femminile è il fanalino di coda dell’Europa e resta lontana da quella maschile, soprattutto nel Mezzogiorno, il governo ha preferito bonus bebè e retorica a nidi, consultori, congedi paritari, tempo pieno, servizi di cura e ha aperto all’ingresso nei consultori di associazioni antiabortiste. Lo stesso doppio standard connota la questione della violenza maschile sulle donne.
Il governo Meloni ha introdotto il reato di femminicidio ma non fa niente per la prevenzione. L’educazione sessuale a scuola è vietata, i centri antiviolenza e le case rifugio restano esposti alla fragilità dei fondi. È in questo clima che le parole di Roberto Vannacci sul femminicidio – «non esiste», «è un omicidio come tutti gli altri» – non appaiono casuali. Sono il sintomo estremo di una diffusa e pericolosa ideologia di destra. Una misoginia espressa in tutta la sua agghiacciante violenza verbale dal generale ma che si legge in filigrana anche quando paternalisticamente Meloni dice alle ragazze di “stare attente” invece di cambiare le condizioni sociali e culturali che autorizzano una cultura dello stupro e del possesso. La Repubblica deve rimuovere gli ostacoli. Qui invece l’ostacolo viene spostato sulle spalle della vittima. Come fa la riscrittura del ddl sul «consenso» operata dalla leghista Bongiorno, che cancella questa parola dal testo, di fatto, riportando le donne alla sbarra ed esponendole alla vittimizzazione secondaria.
A ben vedere un nesso profondo lega l’attacco all’autodeterminazione delle donne all’attacco che subiscono i migranti. L’odio per il diverso da sé, per chi è portatore di una diversa cultura è l’asse di ferro su cui regge ogni visione nazionalistica basata su sangue, territorio, stirpe. E se il generale con il suo Futuro nazionale non ne fa mistero parlando apertamente di remigrazione, come fanno i neonazisti di Afd in Germania, il governo Meloni parla di invasione (inesistente), degrado, pericolo rappresentato dai migranti. Poi, nella prosa fredda dei decreti flussi, ammette che l’Italia non può farne a meno e programma quasi mezzo milione di ingressi per lavoro nel triennio 2026-2028. È la doppia morale del nazionalismo economico: respingerli nei comizi, chiamarli nei campi, nei cantieri, nelle case degli anziani… Il decreto Cutro, la stretta sulla protezione speciale, il protocollo Italia-Albania, i Cpr e l’ossessione per il trattenimento non governano l’immigrazione ma producono ricattabilità. Quella che la destra chiama irregolarità è il risultato di un ordinamento che apre l’imbuto del lavoro e stringe quello dei diritti. La povertà colpisce duramente le famiglie straniere non perché i migranti “pesino” sul Paese, ma perché vengono collocati nei settori più poveri, nei contratti più fragili, nel lavoro nero, nelle case peggiori, nella cittadinanza più revocabile.
La stessa architettura investe scuola e lavoro. Gli adolescenti vengono raccontati come emergenza da contenere, non come persone da conoscere. Voto in condotta, disciplina, merito: il lessico del governo trasforma la scuola da istituzione di emancipazione in dispositivo di classificazione. Lo stesso governo che iper finanzia le paritarie nulla fa nella scuola pubblica per risolvere la povertà educativa, la carenza di tempo pieno, la precarietà dei docenti sottopagati, nulla fa per rispondere all’importante domanda di salute mentale che viene dai ragazzi. Una scuola costituzionale dovrebbe compensare le diseguaglianze di partenza, ma la scuola classista del ministro Valditara le cristallizza e poi le chiama merito.
Sul lavoro il governo si rifugia nel numero degli occupati. Ma lavorare, in Italia, non basta più a uscire dalla povertà. Crescono occupazione e precarietà insieme; restano bassi salari, part-time involontario, appalti, subappalti, caporalato, morti sul lavoro. Il rifiuto del salario minimo legale è stato uno dei passaggi più rivelatori: la destra ha detto di voler difendere la contrattazione collettiva, ma non ha costruito un argine reale contro dumping salariale e contratti pirata. E mentre welfare, sanità, scuola e lavoro restano sotto finanziati, il governo corre a mettersi l’elmetto. L’Italia rivendica gli impegni Nato, accetta la traiettoria verso il 5% del Pil per difesa e sicurezza entro il 2035, riclassifica spese, aumenta bilanci militari, parla di industria della difesa come “circolo virtuoso”. Negando il senso profondo dell’articolo 11 della Costituzione, con il governo Meloni la guerra diventa orizzonte economico, linguaggio politico, pedagogia nazionale, praticata addirittura nelle scuole pubbliche. La destra chiama tutto questo realismo. Ma è un realismo selettivo: forte con i poveri, prono ai grandi interessi, obbediente con la Nato, generoso con l’industria militare (soprattutto quella Usa).
Di fronte a tutto questo appare sempre più evidente che la Costituzione non è «un ferro vecchio» come diceva Berlusconi, affiliato alla P2, ma un potente programma di governo democratico, perché afferma che la libertà non è un privilegio privato ma una condizione collettiva e materiale. Dice che una donna non è una madre obbligata, un migrante non è manodopera usa e getta, un ragazzo non è un problema disciplinare, un lavoratore non è una variabile di costo, un povero non è un colpevole, un Paese non è più sicuro se compra più armi e abbandona le persone. Le vite degli altri sono la misura della democrazia.
Illustrazione di Fabio Magnasciutti

