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La mobilitazione globale dei portuali contro i traffici di armi e la guerra

La mobilitazione globale dei portuali contro i traffici di armi e la guerra

Politica italiana

31/10/2026

da il Manifesto

Alex Giuzio

Compagni di classe Sciopero in 113 porti di 22 paesi. Bloccati 52mila container secondo gli organizzatori

Alle sei del mattino di ieri a Livorno si sparavano i fuochi d’artificio. Erano i lavoratori portuali che davano il via allo sciopero. Poco dopo sono arrivati alcuni autotrasportatori coi loro tir a bloccare la rotonda del ponte Genova, uno dei principali accessi allo scalo marittimo toscano, per poi unirsi al corteo cittadino partito alle 9 da piazza Cavour con diverse migliaia di persone dietro lo striscione «Contro guerre e carovita». Nel frattempo a Genova i camalli del Calp bruciavano pneumatici e impedivano l’ingresso del varco Albertazzi prima di sfilare insieme ad altre migliaia di cittadini. Anche a Trieste, Napoli e Carrara i portuali hanno organizzato affollati presidi e ostacolato gli accessi alle banchine sin dall’alba, mentre a Ravenna un cordone di canoe e zattere gonfiabili ha chiuso il passaggio delle navi nel canale Candiano. In quel momento doveva uscire la portacontainer Msc Eagle III con destinazione Israele.

Le iniziative dei portuali non rientravano solo nello sciopero generale indetto in Italia da Usb. Questi lavoratori hanno incrociato le braccia in tutto il mondo per la seconda Giornata internazionale di mobilitazione contro il traffico di armi. Alla prima edizione lo scorso 6 febbraio aderirono 21 porti del Mediterraneo; la replica di ieri ha coinvolto 113 porti di 22 paesi in tutti i continenti. È il frutto di una piattaforma avviata lo scorso maggio con la Dichiarazione di Istanbul, sottoscritta da sei sindacati (Usb in Italia, Cgt in Francia, Enedep in Grecia, Lab nei Paesi baschi, Liman-is in Turchia e Odt in Marocco) uniti nella rete Ports in action. L’obiettivo era allargare i confini della lotta al resto del globo ed è riuscito: oltre all’Europa si è manifestato in Usa, Brasile, Messico, India, Australia. Gli organizzatori hanno stimato di avere provocato ritardi e problemi nel trasporto via mare di 52mila container per un valore di 2,8 miliardi di dollari. Il messaggio dello sciopero era lo stesso ovunque: «I portuali non lavorano per la guerra», si rifiutano di gestire container con armi ed esplosivi diretti a paesi in conflitto, soprattutto verso Israele dove vengono usati per il genocidio dei palestinesi.

La prima manifestazione per fuso orario è stata a Melbourne, dieci ore avanti rispetto a Roma: «Abbiamo bloccato la macchina mondiale della guerra», riferisce al manifesto Hamish Paterson del sindacato Maritime union of Australia. «Il nostro paese produce esplosivi che partono per Israele dove si fabbricano bombe che uccidono famiglie innocenti a Gaza. Il crimine è nei container, non nei portuali. Non saremo complici». In Italia questi traffici sono frequenti nonostante la legge 185/1990 li vieti. Nel 2025 le segnalazioni dei portuali di Ravenna e Livorno hanno permesso di bloccare vari carichi di componenti militari diretti a Israele; lo stesso è accaduto lo scorso marzo a Cagliari e Gioia Tauro. Ma si è trattato di rare eccezioni rispetto alle migliaia di container che transitano indisturbati dagli scali adriatici e tirrenici verso i porti israeliani di Haifa e Ashdod senza alcun controllo. Manca anche la trasparenza: il 16 ottobre il Consiglio di Stato ha riconosciuto le ragioni della giornalista Linda Maggiori e dell’avvocato Andrea Maestri, che avevano fatto richiesta di accesso civico sui traffici di armi dal porto di Ravenna, ma l’Agenzia delle dogane ha fornito solo il dato numerico (225 tonnellate nel 2025) e non i paesi di destinazione.

Le istanze sono le stesse nel resto d’Europa. «Non vogliamo lavorare per le guerre», ha detto Apostolos Kypraios, presidente del sindacato greco dei marittimi Pemen, durante la partecipata manifestazione nel porto del Pireo che ha bloccato numerosi traghetti verso le isole oltre alle operazioni di carico e scarico. Massiccia anche l’adesione in Francia, dove si è protestato nei 26 maggiori porti del paese. Ma il segnale più significativo è arrivato da Amburgo, terzo porto europeo per volume di traffico merci, dove c’è stato per la prima volta un presidio del sindacato Ver.di.

Un altro problema per questi lavoratori riguarda la loro incolumità. Secondo il sindacato greco Penen, da quando è iniziata la guerra in Ucraina ci sono stati 570 attacchi contro navi nel Mar Nero, che hanno provocato la morte di 40 marittimi e centinaia di feriti. In India, dove ieri si è scioperato in 11 porti, il sindacato Wtwfi ha dichiarato che 15 marittimi sono morti a causa della guerra in Iran e molti altri sono rimasti bloccati a lungo in mezzo al mare a causa della chiusura dello stretto di Hormuz.

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