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La ‘neutralità’ è sempre davvero neutrale?

La ‘neutralità’ è sempre davvero neutrale?

Da non dimenticare

27/09/2026

da Remocontro

Giovanni Punzo

La ‘neutralità’ è sempre davvero neutrale? In Svizzera un referendum per un più rigido vincolo del principio di neutralità. Una svolta isolazionista che ridurrebbe la possibilità di cooperazione con altri Stati, soprattutto l’Unione europea, o sulla questione dei rifugiati. Dal 1815 ad oggi la neutralità svizzera, apparsa ferrea e rigorosa, non sempre è stata all’altezza delle promesse.

Riforma e guerre di religione

Una prima forma di neutralità risale alla battaglia di Marignano nel 1515, più di cinque secoli orsono: duramente sconfitta dalla Francia, la confederazione dichiarò di rinunciare ad ogni desiderio di espansione. Poi venne la Riforma protestante nel 1521 cui seguì il periodo delle guerre di religione. Mentre in Francia si era accesa una feroce lotta tra cattolici e protestanti, che produsse episodi sanguinosi come la ‘notte di san Bartolomeo’ (1572), in Svizzera la riforma poté consolidarsi grazie anche alle dichiarazioni di neutralità nei confronti degli altri Stati europei che evitarono tensioni interne. Non bisogna dimenticare che, per collocazione geografica, il paese confinava ad ovest con la Francia, a nord-est con il Sacro romano impero e a sud con il ducato di Milano, al tempo della  guerra dei Trent’Anni possedimento spagnolo. Il tentativo fu sempre quello di evitare scontri e conflitti con le maggiori potenze, anche se a metà del Seicento la zona tra la Valtellina e i Grigioni fu teatro di una guerra vera propria: la Francia infatti, per evitare che gli spagnoli avanzassero a nord lungo la strada che conduceva in Germania, inviò un corpo di spedizione comandato dall’ugonotto duca di Rohan. La pace di Westfalia del 1648, oltre a definire i confini dei piccoli Stati tedeschi, confermò la neutralità della confederazione svizzera e anzi espresse il divieto agli eserciti di attraversare in armi il territorio.  

Da Napoleone alla Prima guerra mondiale

Nel pieno della Rivoluzione francese ci fu un tentativo di invasione della Svizzera e della sua trasformazione in uno stato più simile alla Francia cambiandone anche il nome in Repubblica Elvetica. Nel 1803 Napoleone, che avrebbe voluto trasformare il paese in una sorta di protettorato francese, promise ufficialmente di rispettarne l’indipendenza, tentando però di inserirla nell’orbita francese. Solo dopo il congresso di Vienna e la restaurazione la Francia rinunciò alla ‘protezione’ della confederazione. A rilanciare la neutralità svizzera furono gli eventi del 1848, ossia le rivoluzioni nelle principali capitali europee e la I° Guerra d’indipendenza in Italia. In seguito a questi eventi alla neutralità si aggiunse un’altra caratteristica della confederazione: il diritto di asilo frequentemente concesso ai perseguitati politici europei, che in realtà non erano moltissimi, ma potevano godere di relativa protezione. Neutralità e diritto di asilo divennero le due facce di una stessa medaglia e sempre nel periodo fu teorizzato lo stretto legame tra neutralità, indipendenza e capacità di difesa militare. Fu tuttavia un periodo breve, che si infranse con lo scoppio della I° Guerra mondiale quando al migliaio di esuli russi anti-zaristi si aggiunsero circa ventimila tra renitenti e disertori da tutta Europa. Nacque la leggenda della Svizzera infettata da un ‘bacillo rivoluzionario’: non era vero, ma i primi a crederci furono gli svizzeri che nella guerra successiva cambiarono atteggiamento nei confronti dei rifugiati.

La prova della Seconda guerra mondiale

In Svizzera viveva una numerosa comunità tedesca, in maggioranza favorevole al regime nazista, e già a partire del 1934 la Svizzera cominciò a preoccuparsi del minaccioso vicino rafforzando la sua politica di neutralità e le difese. Malauguratamente, nel giugno 1940, alla caduta della Francia, si verificò un grave incidente le cui conseguenze avrebbero potuto essere catastrofiche. I tedeschi trovarono in Francia le prove di una collaborazione militare franco-svizzera in caso di attacco del Reich: in pratica una grave violazione della neutralità che avrebbe giustificato una pesante rappresaglia tedesca fino alla stessa occupazione del paese. Cominciò un gioco a rimpiattino di ricatti e infingimenti nel quale la Svizzera si mosse sul filo del rasoio sempre minacciata dalla Germania. Da una parte si recitava il gioco della neutralità, ma dall’altra il controspionaggio continuava ad arrestare spie tedesche tra le quali anche cittadini svizzeri: almeno una decina furono processati e fucilati.

  • Dove invece si continuò a mantenere un atteggiamento ambiguo fu sulla questione dei rifugiati: “la barca è piena” divenne la giustificazione degli ambienti più conservatori per respingere chiedenti asilo che fuggivano dal nazismo o dal fascismo. Un altro punto scabroso fu la questione della ‘potenza protettrice’: grazie alla neutralità dichiarata la Svizzera e in particolar modo il Comitato Internazionale della Croce Rossa esercitarono un controllo sui milioni di prigionieri di guerra di tutti i belligeranti. Disgraziatamente sfuggirono gli aspetti peggiori del sistema concentrazionario, per non parlare dei campi di sterminio su cui non si poté – o forse non si volle – indagare fino in fondo. 

 

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