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La nostra prigione in mare. Picchiati, umiliati, derisi e poi ancora picchiati

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Politica estera

03/05/2026

da Il manifesto

Andrea Sceresini

In balìa Il racconto da Creta del nostro inviato sulla Flotilla di un giorno e due notti di torture, sequestrati e minacciati da militari israeliani senza volto

Siamo stati prigionieri dei soldati delle forze speciali israeliane per un giorno e due notti, ma in tutto questo tempo non siamo mai riusciti a vedere i loro volti. Il nostro carcere galleggiante consisteva in quattro container disposti a rettangolo e incorniciati di filo spinato, con noi 180 rinchiusi nel mezzo.

Loro, i soldati, stavano sopra, lungo le passerelle in acciaio che correvano per tutto il perimetro del cargo militare nel quale eravamo confinati. Alcuni ci scattavano delle fotografie, altri facevano «ciao» con la mano o simulavano piccoli balletti per prendersi gioco di noi. Tutti, comunque, erano in pieno assetto da guerra.

Avevano fucile mitragliatore sempre puntato, giubbotto antiproiettile, caricatori in bella vista, passamontagna perennemente calati in volto. Di loro potevamo vedere soltanto gli occhi, e l’intera rappresentazione, nel suo grottesco complesso, sembrava uscita da una brutta copia della sceneggiatura di Squid game.

Per un giorno e due notti, nessuno ci ha comunicato nulla. Letteralmente, non avevamo idea di cosa aspettarci. Sapevamo soltanto che stavamo navigando verso sudest – perché questo era ciò che si intuiva osservando la posizione del sole – e quindi verso la deportazione in Israele, il carcere di Ketziot e chissà quali altre schifezze.

Sembra soprattutto incredibile, a ripensarci ora, la brutale rapidità con la quale tutto questo è successo. Conoscevamo la fama delle teste di cuoio della «Shayetet 13», che erano gli stessi soldati che nell’ottobre scorso avevano preso d’assalto la precedente Flotilla. Mai però ci saremmo immaginati di trovarceli di fronte dopo appena tre giorni di navigazione, mentre ancora dovevamo completare il guado tra la Sicilia e l’isola di Creta. «Eccoli – ha gridato qualcuno -, eccoli che vengono».

NEL GIRO DI POCHI SECONDI quel piccolo faro che avevamo visto accendersi all’orizzonte si è trasformato in un fascio di luce accecante, e delle voci straniere hanno preso a berciare «Raise your hand! Raise your hand!» (alzate le mani), e le lucine rosse dei mirini laser hanno fatto improvvisamente capolino sui nostri petti e sulle nostre teste.

Così, alle 2 di notte del 30 aprile, la nostra barca, la meravigliosa «Holy Blue» della Global Sumud Flotilla, ha interrotto la sua corsa disperata verso le acque territoriali greche, e noi dodici passeggeri siamo stati trasferiti prima su un gommone militare e poi – a suon di calci, pugni, e manate in faccia – a bordo della nostra nave-prigione.

Per prima cosa, dopo averci spintonati lungo il ponte, presi a pacche nei testicoli e costretti a camminare piegati con le braccia ritorte dietro la schiena e a inginocchiarci a ogni passo, i soldati ci hanno spogliati di tutto, togliendoci dalle tasche persino i fazzoletti sporchi, oltre – ovviamente – alle carte di credito, i passaporti e i farmaci, compresi quelli salvavita (che nessuno ha mai più rivisto, se non dopo la liberazione).

Chi non ha gran rispetto per le divise sostiene che i militari tutti siano essenzialmente dei gran scimmioni senza alcun senso del ridicolo. Si tratterà anche di un cliché, ma è certo che gli uomini che sono venuti ad arrestarci non hanno fatto assolutamente nulla per smentirlo. Alcuni di essi hanno colpito con il calcio del fucile uno dei ragazzi che era in barca con me, mentre un ufficiale, visibilmente esaltato, gridava: «Non fate gli stronzi con me! Io sono la persona sbagliata con cui scherzare!».

A ciascuno di noi è stata stretta al polso una fascetta da elettricista con attaccato un numero, che poi ci è stato chiesto di mostrare durante le varie «conte». Dopodiché – sempre uno a uno, e sempre a calci e spintoni – siamo stati buttati dentro un container: «Open the white door», ci è stato gridato.

OLTRE LA PORTA BIANCA, all’interno del piccolo rettangolo d’acciaio e filo spinato che componeva la nostra prigione, ci attendevano tutti gli altri attivisti che erano stati arrestati prima di noi. E lì perlomeno abbiamo capito che non saremmo stati soli. Dopodiché, è iniziata l’attesa, e con essa sono iniziati i momenti più brutti.

Nel pomeriggio di giovedì i soldati hanno fatto irruzione nel nostro recinto a cielo aperto. Noi eravamo tutti sdraiati a terra, chi all’esterno, sotto un sole che bruciava la pelle, chi all’interno dei tre container ai quali ci era consentito l’accesso, che erano roventi come carri merce.

A un certo punto ci sono stati degli spari e delle grida. Alcuni uomini in divisa hanno esploso dei proiettili stordenti, mentre altri militari hanno aggredito quattro ragazzi, li hanno picchiati selvaggiamente e li hanno trascinati fuori con loro.

È stato allora che abbiamo deciso di riunirci in assemblea, e con voto unanime – in faccia ai nostri carcerieri, che ci osservavano dai camminamenti sopraelevati – abbiamo stabilito che non avremmo più collaborato con loro.

In quel momento Saif Abu Keshek era già stato preso (lo hanno chiamato fuori quasi subito, appena dopo averci rinchiuso), mentre Thiago Ávila era ancora lì in mezzo a noi, e pur sapendo che avrebbe fatto quasi certamente la sua stessa fine non ha mai rinunciato al proprio ruolo di portavoce del movimento.

QUELLA SERA, forse per una o due ore, abbiamo picchiato le mani e le scarpe sul metallo dei container, e – in una nenia infinita e quasi ubriacante – abbiamo gridato fino a perdere il fiato: «Free our comrades / Free our comrades!» (libertà per i nostri compagni).

Per un attimo, mentre prendevamo a cazzotti quei muri, la nostra paura si è trasformata in rabbia. Era come se a suon di cazzotti potessimo abbattere il filo spinato che ci circondava, e in prima fila, a picchiare, c’erano soprattutto le persone più deboli e anziane, e quelle che in certi momenti avevamo visto piangere.

L’INDOMANI MATTINA – anche se noi non potevamo saperlo – la nostra nave-prigione aveva già fatto ritorno davanti alle coste di Creta. Prima di sbarcarci, però, i soldati hanno voluto fare nuovamente irruzione con i manganelli e i proiettili stordenti, ed è stato allora che hanno preso anche Thiago.

Altri ragazzi sono stati picchiati selvaggiamente proprio durante le operazioni di sbarco, in una escalation di violenza del tutto gratuita e degna di altre epoche e di altri regimi. Tuttavia, era la mattina del primo maggio, e mentre eravamo nuovamente in ginocchio sull’acciaio del recinto – «Testa bassa! Mani dietro la schiena!»” – una delle persone accanto a me ha iniziato a fischiettare le prime note dell’Internazionale. Solo allora, di nascosto, sono riuscito a piangere.

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