22/01/2026
da Il Manifesto
Michele Giorgio
Territori palestinesi occupati. Tra di essi tre giornalisti, donne e minori. Coloni e soldati all’offensiva in Cisgiordania. La zona sud di Hebron e il monte Johar sono sotto coprifuoco. 25000 sono chiusi in casa
Non immaginavano che avrebbero vissuto le ultime ore della loro vita Anas Ghunaim, Abed Rauf Shaath e Muhammad Qashta, quando ieri mattina sono saliti su un’auto dell’Egyptian Relief Committee diretta a sud di Gaza City, nei pressi del corridoio Netzarim aperto dall’esercito israeliano. I tre giornalisti avevano ricevuto l’incarico di realizzare un servizio televisivo sull’accampamento per sfollati appena allestito dall’agenzia egiziana per la cooperazione umanitaria nella zona di al Zahra, nel centro della Striscia.
Poco prima della loro partenza, il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva annunciato la sua adesione al Consiglio per la pace per Gaza (Board of Peace) promosso da Donald Trump. Non parteciperà però alla cerimonia di insediamento oggi a Davos, poiché la Svizzera è tenuta a eseguire il mandato di arresto emesso nei suoi confronti dalla Corte penale internazionale. Un annuncio che ha messo fine alle critiche israeliane alla decisione di Washington di includere Turchia e Qatar nel braccio operativo del Consiglio. A Gaza, tuttavia, la pace resta solo quella eterna imposta da spari e raid aerei.
Ghunaim, Shaath e Qashta sono morti sul colpo quando un razzo sganciato da un drone israeliano ha centrato in pieno la loro auto. I loro nomi si sono aggiunti a quelli di altri otto palestinesi uccisi ieri nella Striscia.
«Era un lavoro semplice, dovevano solo filmare quell’accampamento nuovo, destinato a centinaia di famiglie costrette dal maltempo a lasciare altri campi di Gaza», raccontava ieri A.K., un reporter. «Sono stati colpiti a poca distanza dalla loro destinazione, non hanno avuto scampo». Nell’attacco è rimasta uccisa anche una quarta persona. I video diffusi sui social mostrano un’auto completamente carbonizzata, con il fumo che ancora si alza dai rottami anneriti. Mohammed Mansour, del comitato egiziano, ha precisato che l’attacco è avvenuto a circa cinque chilometri dal 53% di Gaza occupato dall’esercito israeliano. «Erano in missione umanitaria. Tutti conoscevano quel veicolo e sapevano che chi viaggiava a bordo lavorava per il nostro comitato. Siamo rimasti scioccati». L’Egitto, ha riferito l’emittente israeliana Canale 12, ha chiesto spiegazioni a Israele. Tel Aviv sostiene di aver aperto il fuoco contro individui che stavano utilizzando un drone «per spiare i movimenti dell’esercito». Secondo i dati dell’Ufficio stampa governativo di Gaza, sono 260 gli operatori dell’informazione palestinesi uccisi dal 7 ottobre 2023. In una nota diffusa ieri, l’ufficio ha condannato «la sistematica presa di mira, uccisione e assassinio di giornalisti palestinesi da parte dell’occupazione israeliana» e ha invitato «le organizzazioni dei giornalisti di tutto il mondo a condannare questi crimini». Una condanna netta è arrivata anche dall’Associazione dei giornalisti in Cisgiordania.
Per Gaza è stata un’altra giornata di sangue e dolore. Tra gli undici uccisi si contano donne e quattro minori, mentre a Davos Donald Trump rilasciava la raffica quotidiana di affermazioni sconcertanti e pericolose. «Ci sono piccole fiamme, ma in Medio Oriente abbiamo la pace», ha dichiarato, aggiungendo che Hamas disarmerà in pochi giorni o «verrà spazzato via molto rapidamente». Otto paesi a maggioranza musulmana hanno annunciato la loro adesione al progetto di Trump, chiaramente pensato per sostituirsi all’Onu. Si tratta di alleati storici di Washington: Arabia Saudita, Turchia, Egitto, Giordania, Indonesia, Pakistan, Qatar ed Emirati.
Nello stesso momento, cinque corpi, tra cui quello di un bambino, arrivavano all’ospedale dei martiri di al Aqsa dopo un bombardamento che ha colpito la parte orientale del campo profughi di al Bureij, nel centro della Striscia. Poco più a sud, nei pressi di Khan Younis, una donna è stata uccisa dal fuoco israeliano perché, secondo l’esercito, si sarebbe avvicinata a un’area di schieramento militare. Un ragazzino è stato ucciso a est della città. A Deir el Balah, tre membri della stessa famiglia, padre, figlio e un parente, sono morti in un raid contro la loro abitazione. A Bani Suheila, a est di Khan Younis, un ragazzo di 13 anni è stato colpito a morte mentre raccoglieva legna da ardere, un’attività comune per i giovani palestinesi in un territorio dove elettricità e combustibile sono un miraggio e non esistono alternative per riscaldarsi. Un’altra donna è stata uccisa nei pressi di Khan Younis, mentre due ulteriori vittime si registrano nel nord della Striscia. Sono circa 450 gli abitanti di Gaza uccisi dal fuoco israeliano da quando è entrato in vigore il cessate il fuoco. Per la popolazione della Striscia, l’offensiva israeliana non si è mai davvero fermata.
Anche la Cisgiordania vive una violenza intensa, sebbene meno visibile. A un anno dall’inizio dell’operazione israeliana «Muro di ferro», ora concentrata a sud: i quartieri meridionali di Hebron sono sotto coprifuoco e circa 25 mila persone, denuncia l’Onu, non possono uscire di casa. I coloni israeliani si sentono parte integrante delle operazioni contro quelli che definiscono «terroristi palestinesi». A Qusra, a sud di Nablus, gruppi di coloni hanno invaso i campi coltivati, si sono scontrati con gli abitanti e hanno montato tende per dare vita a un nuovo avamposto. Attacchi simili sono stati segnalati nei giorni scorsi anche ad al Awja, nei pressi di Gerico, a Deir Sharaf e in altre località, costringendo in alcuni casi piccole comunità ad abbandonare le proprie case. L’ong Peace Now denuncia che circa 70 ettari di terreni privati appartenenti ai palestinesi dei villaggi di Deir Istiya, Bidya e Kafr Thulth sono stati dichiarati da Israele «demanio dello Stato». Secondo le organizzazioni per i diritti umani, negli ultimi tre anni sono stati confiscati 2.600 ettari, circa la metà di tutte le terre sottratte con questo strumento dalla firma degli Accordi di Oslo nel 1993.

