30/11/2025
da Il Manifesto
Michele Gambirasi, Giulia Rocchetti
Un mese e mezzo dopo la grande manifestazione del 4 ottobre, che aveva portato a Roma oltre un milione di persone, ieri la Capitale è tornata a riempirsi nella giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese. Nel frattempo altre manifestazioni si sono tenute a Firenze e Milano, dove l’attenzione è concentrata sull’arresto dell’imam Mohamed Shahin, ora detenuto nel Cpr di Caltanissetta.
IL CORTEO romano si è mosso da Porta San Paolo, aperto dall’intervento di Guido Lutrario, dell’esecutivo dell’Usb. Tra gli obiettivi della manifestazione c’è anche il progetto di riarmo europeo, che rispetto a un mese fa ha fatto un altro passo avanti con le manovre di bilancio nazionali, tra cui quella italiana: «L’acquisto di armamenti sta portando a una perdita di risorse per la sanità, per i salari, le pensioni, mentre intere industrie chiudono e l’unica alternativa possibile è quella della riconversione bellica» dice il sindacalista Usb, che ieri insieme alle altre sigle di base si è mobilitata in sciopero generale contro la finanziaria. Prima di lui, mentre le persone stanno ingrossando le fila del corteo, dalle casse suona «Palestine will be free», la canzone che l’ex bassista dei Pink Floyd Roger Waters ha scritto per la giornata.
A chiudere la manifestazione c’è lo spezzone organizzato dalla rete «No Kings», almeno cinquemila persone dietro lo striscione «Contro i re e le loro guerre». In mattinata si erano trovati a Roma 3, insieme a Francesca Albanese, Greta Thunberg e Thiago Avila e Maria Elena Delia della Global Sumud Flotilla. «Le piazze e gli scioperi di questi mesi devono insegnarci una cosa, ovvero che la convergenza dà frutti concreti. Quando invece andiamo divisi la nostra forza si affievolisce» dicono dal camion che guida lo spezzone. L’obiettivo è quello di articolare uno spazio più aperto possibile in cui costruire una mobilitazione a partire dal rifiuto delle guerre: «Gaza è il ground zero del mondo che verrà, e in modi diversi lo sarà anche l’Ucraina: i nuovi re sono predatori all’assalto del valore delle nostre vite. L’unico modo per rifiutare questo nuovo disegno del mondo in chiave fascista e bellicista è continuare a camminare tutte e tutti insieme. Se ci dividiamo, il fiume diventa stagno» scandiscono ancora. L’appuntamento fissato è per il 24 e il 25 gennaio a Bologna, per una due giorni di conferenza e assemblea nazionale in cui mettere in piedi la manifestazione prevista per fine marzo, all’inizio della primavera.
Tra i cartelli dei manifestanti spiccano quelli con l’immagine di Marwan Barghouti manette ai polsi e segno della vittoria rivolto verso l’alto. Già leader di Fatah, Barghouti è prigioniero nelle carceri israeliane dal 2002 ed è riapparso in video dopo anni a metà agosto, quando il ministro israeliano della Sicurezza Itamar Ben Gvir ha pubblicato un filmato in cui lo dileggiava. Ieri decine di associazioni sono tornate a chiederne la liberazione insieme agli altri detenuti palestinesi: «Dal 7 ottobre 2023, Israele ha imprigionato più di 15.000 palestinesi provenienti da Gaza e circa 20.000 dalla Cisgiordania, di cui 1.560 bambini, 595 donne, 408 medici ed operatori sanitari, e 202 giornalisti» hanno detto le associazioni promotrici della campagna lanciata ieri. Tra tutti i prigionieri, Barghouti è il più noto e universalmente considerato come la figura potenzialmente in grado di riunire le diverse fazioni politiche palestinesi.
«Quello tracciato nel ’47 fu un piano senza la partecipazione dei palestinesi, che sancì l’inizio del colonialismo. Lo stesso accade oggi con il piano di pace occidentale, mentre il cessate il fuoco sta facendo continuare il genocidio in altri modi» dice Maya Issa del Movimento studenti palestinesi quando prende la parola in piazza San Giovanni. Il piano Onu fu ratificato il 29 novembre, diventata poi Giornata di solidarietà con il popolo palestinese. «Potrei dirvi quanta repulsione provo e quanto devastata mi senta ogni volta che penso ai criminali di guerra al comando, compreso il vostro governo fascista», dice Greta Thunberg, «quindi voi avete la responsabilità di continuare a scendere in strada e boicottare».

