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Per la potenza canaglia «la guerra costa». Altri 200 miliardi

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Politica estera

20/03/2026

da Il manifesto

Luca Celada

L'imbarcata «Non volevamo annunciare troppo, puntavamo alla sorpresa. Come voi giapponesi: perché non ci avete avvertiti di Pearl Harbor?» Donald Trump

«Non volevamo annuciare troppo, puntavamo alla sorpresa». È stata la risposta di Donald Trump ad un giornalista giapponese che chiedeva ieri come mai gli “alleati” fossero stati tenuti all’oscuro dell’aggressione israelo-americana all’Iran.

«Chi meglio di voi Giapponesi conosce il valore della sorpresa. Perché non ci avete avvertiti di Pearl Harbor?», ha aggiunto il presidente nella solita seduta di improvvisazione alla Casa bianca, confondendo il concetto di “alleato” con “nemico” e facendo apparentemente propria la “strategia dell’infamia”.

LE ESTERNAZIONI estemporanee del presidente delineano ancora una volta la guerra più incontrollabile dell’era moderna. Sempre ieri a proposito della Nato ha detto «adesso stanno diventando molto più gentili», «ma è troppo tardi».

«L’Iran è una minaccia per il mondo, tutti sono d’accordo con me». «Volevo spegnere quell’incendio.» Ancora una confusione, apparentemente fra pompieri e piromani, da parte del presidente che il giorno prima ha intimato di non bombardare ulteriormente le infrastrutture del giacimento di South Pars, altrimenti gli Usa lo avrebbero raso al suolo.

Pillole surrealiste di questa guerra illegale in cui solo uno degli aggressori sembra avere ben chiari gli obbiettivi: quello di ritagliarsi il ruolo di superpotenza regionale e «nazione guerriera biblica». Fonti israeliane hanno esplicitamente smentito il post in cui Trump affermava di «non essere stato informato» del raid su Pars.

A PROPOSITO di smentite sono risaltate quelle di Tulsi Gabbard. Nelle audizioni in commissione parlamentare, la direttrice dell’intelligence ha chiaramente precisato che l’Iran non costituiva un pericolo imminente, e che il programma nucleare bombardato lo scorso giugno «non era stato ricostruito». L’indifferenza ai fatti, al raziocinio e all’etica definisce la politica degli Stati uniti di Trump che, come ha scritto Ruth Ben Ghiat, esibiscono sempre più marcatamente il tipo di auto illusione che si riscontra nei regimi autoritari allo stadio terminale.

Nessun paradosso sembra in grado di scalfire la bolla autoreferenziale che normalizza il paradigma di guerra permanente. Mercoledì il Washington Post ha riferito di stati di allerta in diverse basi militari negli Stati uniti dovuti all’avvistamento di «droni non identificati». Specificamente in quelle in cui risiedono Marco Rubio e Pete Hegseth. Il fatto che i ministri Usa (nonché il consigliere Stephen Miller e l’ex ministra Kristi Noem) risiedano in installazioni militari, fotografa un regime per cui la guerra è auto confermante.

Per il resto del mondo il conflitto rappresenta una prova in tempo reale di come articolare una resistenza “strategica”, ad un pericolo, questo si, davvero imminente – le azioni kamikaze di una superpotenza canaglia che minacciano la convivenza planetaria.

A OGGI LE OPZIONI adottate sembrano oscillare fra acquiescenza, trattativa e lusinga. «Credo fermamente che tu, Donald, sia l’unico a poter portare la pace e la prosperità nel mondo», ha affermato ieri, adottando la terza strategia la premier giapponese Sanae Takaichi in visita alla Casa bianca. Non è certo la prima a sperare di estrarre un qualche temporaneo vantaggio dal vincitore della coppa per la pace Fifa, sperando che possa durare, almeno fino alla prossima intemperanza.

QUALCUNO aveva forse sperato che fosse stata assorbita la “lezione groenlandese”, l’utilità di porre dei limiti all’appeasement, di tracciare alcune linee rosse e segnalare che sono invalicabili. Ma dall’ultimo “ni” arrivato dalle capitali europee non sembra che sia così. «Esprimiamo la nostra disponibilità a contribuire agli sforzi necessari per garantire il passaggio sicuro attraverso lo Stretto. Accogliamo con favore le iniziative delle nazioni che si stanno impegnando nella pianificazione preparatoria».

IL PAVIDO COMUNICATO congiunto della coalizione dei poco volenterosi, al massimo conferma l’impreparazione e la vulnerabilità del resto del mondo allo sfacelo globale innescato da Trump.

Assieme allo stato amministrativo è stato preventivamente decimato il corpo diplomatico del dipartimento di Stato. In retrospettiva la rimozione preventiva dell’opzione diplomatica non può che apparire propedeutica allo stato di guerra permanente. Dalle farneticanti conferenze stampa del ministro della guerra continua ad emergere questa idea di guerra fine a sé stessa, come strumento di supremazia militare.

Dopo quattro anni di Ucraina, e due e mezzo di Gaza, la guerra non è solo permanente, dilaga. Quasi tre anni di genocidio in diretta hanno anestetizzato le obiezioni morali al massacro, che infatti prosegue adottandone le modalità, a Teheran come a Beirut. Il massacro rimosso delle scolare di Minab ne è la cinica prova.

IERI IL “MINISTRO della guerra” ha chiesto ulteriori 200 miliardi di dollari (aggiuntivi al bilancio militare già approvato di 1.000 miliardi). «Uccidere i cattivi costa», ha spiegato. Nel mondo post-etico, sempre più post-umano, il costo in denaro, della benzina o delle uccisioni, sembra aver sostituito ogni metro morale. Finché sarà così i signori della guerra avranno vinto.

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