07/06/2026
da Il Manifesto
In cammino Attonita Amendolara. Intontita assiste al passaggio del corteo che si origina nel luogo dell’eccidio
Attonita Amendolara. Intontita assiste al passaggio del corteo che si origina nel luogo dell’eccidio. Dalle finestre, nei bar, da qualunque luogo si affaccino gli Amendolaresi ripetono la stessa frase: «Chissà per quanto tempo il nostro paese resterà segnato da questa tragedia. Eppure noi non c’entriamo, è accaduto qui vicino, ma poteva succedere ovunque».
Tra i proprietari delle poche strutture ricettive c’è anche Teo, storico militante dei Social Forum, generazione contro il G8, che da queste parti ha aperto un agriturismo. Traumatizzato da quanto è avvenuto, claudicante, con le lacrime agli occhi, fa notare che «qui siamo poveri. I terreni agricoli sono in Basilicata e nella piana di Sibari».
Teo partecipa all’ormai rituale e ricorrente processione tragica che da diversi anni si mette in cammino: Cutro, Rosarno, stavolta Amendolara, quasi un contrappasso. Muoiono persone migranti nelle terre calabre segnate da secoli di emigrazioni. Cadaveri di intere famiglie naufragate nel Mediterraneo si spiaggiano, braccianti neri uccisi a fucilate, arsi vivi dalle fiamme appiccate da caporali, quando non ustionati dal sole cocente del lavoro nei campi. Ogni volta che la tragedia sociale si ripropone improvvisa, un’umanità “dolente” si rimette in cammino.
Non di soli slogan si nutrono i cortei che da anni chiedono dignità per uomini e donne ridotti a servi senza gleba. Sono composti da persone impegnate nei circuiti dell’accoglienza e della solidarietà. Attiviste, operatori sociali, avvocate provenienti da Acquaformosa, Camini, Riace, dove l’accoglienza è agire quotidiano, fanno la spola dalla piazza della Cgil al corteo dell’Usb che invade la SS 106. C’è Francesco Maria Sicilia, avvocato Asgi, che ragazzi come Waseem, Amin, Ullah e Safi, vittime del rogo, li riceve tutti i giorni nel suo studio. Francesco vede «un sistema ormai radicato. Non c’è bisogno più neanche delle minacce dirette, c’è un sentimento di paura sedimentata, paura di non lavorare, non potere aiutare i propri familiari, perdere il permesso di soggiorno. Questo sistema ha trasformato lo sfruttato nel primo caporale, alimentandosi di uno stato di necessità che è la genesi del crimine avvenuto qui. Non si può limitare tutto a una faida etnica». Qualcuno piange davanti alla corona di fiori depositata nel luogo dell’eccidio. Francesco Piobbichi, fondatore dell’ostello sociale Dambe So, che nella piana di Gioia Tauro ospita con dignità i braccianti, commosso e adirato fa notare che «questi quattro innocenti si aggiungono a una lista che dagli anni novanta ad oggi ha decine di nomi in questa regione. La colpa è di un sistema che mangia vivi i lavoratori nell’indifferenza».
Il corteo riparte. Non ci sono i rappresentanti delle imprese agricole. Un imprenditore da poco in pensione, su una panchina, osserva la manifestazione, ascolta i comizi, è disponibile al racconto, ma chiede anonimato: «Secondo me c’è una storia di droga dietro la strage. Qualche anno fa, è venuto da me uno di questi capisquadra. Mi ha offerto 12 ragazzi per la raccolta delle clementine. Voleva essere pagato in contanti. Gli ho detto di no. Mi ha fatto paura. Non so cosa dicesse, ma me ne ha dette di tutti i colori. Aveva gli occhi di fuoco. Secondo me era imbottito di droga. La malavita nostrana qui non c’entra niente».
Capita spesso che in Calabria durante le manifestazioni del dissenso sociale in piazza, qualcuno lanci occhiate minacciose ai manifestanti. Qui però della ‘ndrangheta non v’è traccia. Di tutto questo orrore è spettatrice, utente. L’accumulazione di capitali ha elevato tanti malavitosi, perlomeno quelli non espatriati o consumati dal 41 bis o da guerre intestine, al rango di proprietari terrieri. Più che altro, è la loro subcultura che ha trionfato, è diventata prassi diffusa. Italiani o di origine straniere che siano, i caporali viaggiano armati.
La manifestazione si conclude prima del tramonto. Una ragazza si dirige verso i pullman. Indossa una t-shirt con la frase tratta dall’Antigone: «Egli non ha il diritto di tenermi lontana dai miei».

