24/05/2026
da Il Manifesto
La guerra grande L’intesa in 14 punti rinvia il nucleare. Teheran non nasconde la sfiducia verso Washington che alterna minacce ad aperture
Dopo affannosi giorni di trattative i negoziatori iraniani e i mediatori pakistani sono riusciti a raggiungere un memorandum d’intesa. Ora si attende la risposta americana. Donald Trump – che ieri si è confrontato con i paesi del Golfo che lo hanno invitato ad accettare – ha dichiarato che oggi incontrerà Steve Witkoff, Jared Kushner e il vicepresidente Vance per discutere dell’ultima risposta dell’Iran.

IL PORTAVOCE del ministero degli esteri iraniano, Ismail Baghai, ha affermato che l’Iran ha presentato un memorandum preliminare articolato in 14 capitoli che affronta gli elementi essenziali per terminare il conflitto, seguito da 30-60 giorni di discussioni approfondite. Il documento si concentra sulla cessazione dell’intervento militare su tutti i fronti, sull’interruzione delle operazioni navali statunitensi e sulla liberazione dei beni iraniani congelati all’estero.
Riguardo allo Stretto di Hormuz, l’Iran sostiene che la soluzione spetta ai paesi costieri (Iran e Oman), non agli Stati uniti, e che la sicurezza della navigazione internazionale dipende dalla cessazione delle azioni ostili americane (il blocco navale). La questione nucleare è deliberatamente rimandata a una fase successiva, considerandola meno urgente della fine del conflitto. L’Iran rifiuta discussioni immediate, sottolineando come l’argomento sia stato il pretesto per aggressioni precedenti e non meriti fiducia data la storia di violazioni americane degli accordi, ha sottolineato il portavoce.
Secondo Baghai, le posizioni sono contemporaneamente molto distanti e molto vicine a un’intesa, poiché Washington ha più volte invertito le sue posizioni, creando incertezza sulla sincerità dell’impegno americano. Sembra che l’Iran sia deciso a non concedere più di quanto appare nel memorandum. Il ministro degli esteri, Abbas Araqchi, ha affermato che qualsiasi accordo è legato al raggiungimento di un cessate il fuoco anche in Libano. Nonostante i progressi, il processo rimane lento e laborioso.
È DIFFICILE PREVEDERE la decisione della Casa bianca: ieri Trump è passato dal visionare i piani di guerra all’affermare che «l’accordo è sempre più vicino». Che possa però soddisfare la sete di vittoria del presidente americano sembra improbabile. Teheran si ritiene in una posizione di forza e ritiene di poter infliggere più danni di quanti possa subirne; perciò non accetterà mai condizioni dettate da Trump che percepisce come una capitolazione.
Da parte sua Trump necessita di risultati tangibili almeno sulle questioni atomiche e sul controllo di Hormuz, seppur un accordo pienamente soddisfacente per lui e l’alleato israeliano sia praticamente impossibile. Al massimo si potrebbe rallentare temporaneamente il programma nucleare mediante dialoghi diplomatici (eliminando materiale arricchito, ripristinando controlli internazionali). Parallelamente la soluzione dello Stretto di Hormuz potrebbe passare attraverso un compromesso con Teheran. Gli ostacoli principali – il riconoscimento della sovranità iraniana sullo Stretto e il diritto di riscuotere pedaggi sul passaggio – potrebbero rivelarsi meno insormontabili di quanto non appaia.
L’IRAN HA BISOGNO di risorse finanziarie per ricostruire le infrastrutture devastate dalla guerra. I pedaggi rappresenterebbero una fonte di entrate cruciale. In sostanza, si tratta di negoziare non tanto questioni di principio, quanto di fondi.
Ieri pomeriggio Trump ha pubblicato su Truth Social una mappa dell’Iran coperta dalla bandiera Usa, accompagnata dal titolo «United States of the Middle East». Una provocazione di cattivo gusto mentre i colloqui erano appena finiti, oppure un velato annuncio della ripresa della guerra?
Se la Casa bianca accetterà il memorandum o punterà sulla riapertura delle ostilità non è chiaro. Un intervento militare sarebbe tutt’altro che una passeggiata: potrebbe colpire in parte il programma nucleare iraniano nell’immediato, ma senza neutralizzarlo del tutto e per sempre. Anche riaprire Hormuz richiede un’operazione militare complessa, con un intervento terrestre nelle aree che ne dominano l’accesso. Un’operazione che richiederebbe una stretta cooperazione con i paesi del Golfo Persico, sulla quale però la maggior parte di essi nutre forti dubbi.
ANCHE IN QUESTO scenario sarebbe estremamente difficile neutralizzare del tutto la capacità dell’Iran di disturbare il traffico nello Stretto di Hormuz mediante droni e missili.
Il presidente del parlamento Mohammad Ghalibaf non usa mezzi termini: «Se Trump dovesse commettere di nuovo l’errore di iniziare una nuova guerra, il contrattacco delle forze armate iraniane sarebbe ancora più devastante per gli Stati uniti». Ha aggiunto che l’Iran ha ricostruito le capacità militari durante la tregua perché non può fidarsi di «una parte che non ha alcuna onestà». È importante anche la reazione di Netanyahu, che aveva venduto all’opinione pubblica israeliana la guerra come il coronamento della propria strategia trentennale contro la minaccia nucleare iraniana e si trova ora a ricalibrare la propria narrazione.
Mentre la crisi ha fatto schizzare il petrolio oltre i 100 dollari al barile, i produttori petroliferi statunitensi si stanno sfregando le mani, raccogliendo milioni di dollari. Aziende come Diamondback Energy e Continental Resources hanno annunciato l’espansione dei piani di investimento e trivellazione, mentre Harold Hamm, magnate del petrolio e sostenitore di Donald Trump, ha dichiarato di voler aumentare le spese in conto capitale di circa 300 milioni di dollari nel 2026.
MA GLI ESPERTI avvertono che nessuna espansione delle estrazioni americane potrà compensare la perdita dei 12 milioni di barili giornalieri bloccati da Hormuz.

