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La ricetta del governo Meloni: tagli alla spesa e tasse più alte

La ricetta del governo Meloni: tagli alla spesa e tasse più alte

In pieno Carnevale, il Governo è costretto a gettare la maschera. L’ISTAT ha reso pubbliche lunedì 3 marzo le stime aggiornate sull’andamento dei principali indicatori dell’economia italiana nel 2024. 21 pagine piene di numeri e grafici, che semplicemente fanno giustizia della narrazione governativa di un’economia italiana florida. Vediamo meglio nel dettaglio.

Si sapeva ormai da tempo che la crescita del PIL era tornata a livelli stagnanti (+0,7%, ricordiamo che la previsione iniziale del Governo per il 2024 era del +1,2%), ma la notizia del report ISTAT è che dallo scorso anno siamo ufficialmente (e formalmente) rientrati in un’epoca di austerità, con un saldo primario (ossia la differenza fra entrate e spese dello Stato, al netto della spesa per interessi) che registra per la prima volta dall’epoca COVID un avanzo pari allo 0,4% del PIL. Un balzo in avanti velocissimo dal valore di -3,6% del 2023, segno di uno sforzo molto inteso da parte del governo teso a ristabilire velocemente l’austerità di bilancio nel rispetto della calamitosa riedizione del patto di stabilità e crescita sancita nel dicembre 2023.

Fonte: nostra elaborazione su Dati ISTAT

Come abbiamo detto più volte, il saldo primario è il motore dell’economia di un Paese e questo è vero specialmente in questi anni di compressione dei redditi (e quindi della spesa privata delle famiglie) e contemporaneamente di recessione delle economie che solitamente costituiscono uno sbocco per le nostre esportazioni. Il saldo primario, infatti, è dato dalla differenza tra quanto lo Stato spende (in stipendi pubblici, istruzione, sanità etc.) e quanto invece prende sotto forma di tasse. In parole semplici, quindi, un avanzo primario descrive una situazione in cui lo Stato sottrae risorse all’economia, e contribuisce quindi a causare stagnazione.

Alla realizzazione di un avanzo primario si è arrivati non solamente a causa di un contenimento delle uscite, ma anche attraverso un aumento della pressione fiscale, che arriva al 42,6%, anch’esso il valore più alto dall’epoca COVID. E come se non bastasse, questo avviene in un sistema fiscale che continua anno dopo anno a perdere quel poco di progressività che restava, con il risultato che la maggior parte del carico fiscale grava sulle spalle di lavoratori e pensionati. In altre parole, in una situazione in cui la nostra economia avrebbe bisogno di benzina per ripartire, il Governo fa esattamente il contrario, togliendo risorse e aggravando la dinamica sempre più debole del PIL.

Per non perdersi in un vortice di numeri, e capire esattamente cosa questo vuol dire in concreto nelle nostre vite, ci concentriamo su un grafico, riportante l’andamento della spesa per consumi finali delle famiglie “a valori concatenati”. Quest’ultima espressione indica una tecnica per misurare una grandezza economica in volumi reali, cioè in questo caso in quantità di beni e servizi acquistati dalle famiglie, depurandolo dall’effetto dei prezzi.

Il quadro che ne esce è sconfortante, con un andamento nell’ultimo biennio assolutamente piatto e intorno allo 0, esattamente come era successo nel periodo più duro dell’austerità, cioè il decennio 2011-2019. Eppure, spulciando un po’ meglio fra i dati, la situazione si rivela addirittura ancora più drammatica: ad esempio, se andiamo a vedere quali settori sono andati meglio e quali peggio nella spesa delle famiglie, scopriamo che il fanalino di coda è quello dei servizi sanitari (-3,7% rispetto all’anno precedente, e ribadiamo che vuol dire quasi il 4% in meno di servizi in termini reali, non monetari). Sarebbe bello pensare che questo succede perché le famiglie non devono spendere sul mercato per la sanità ma possono accedere a un servizio sanitario pubblico efficiente, ma ahinoi sappiamo che non è così, e questo dato ci dà l’ennesima prova che le famiglie italiane, in tempi di ristrettezze, sono sempre più costrette a rinunciare alle cure.

Fin qui i crudi numeri che, come detto, sbugiardano due anni e mezzo di toni trionfalistici da parte del Governo del tutto fuori luogo. E che oltretutto mettono in luce un altro aspetto interessante: il percorso di riduzione dell’indebitamento e di creazione di avanzi primari (cioè, ripetiamolo ancora, di interventi di politica economica che frenano una produzione che già segna il passo) procede in maniera più rapida e approfondita di quanto concordato dallo stesso Governo con l’Unione Europea in sede di redazione del Piano Strutturale di Bilancio. Detto in altre parole: le nuove regole di governance economica europea impongono ai Governi politiche feroci di tagli. In questo contesto, il nostro Governo si distingue perché è ancora più determinato nel fare macelleria sociale di quanto gli viene imposto.

E a fronte di tutto questo, il Governo che dice? Incredibile ma vero, se ne fa una medaglia d’onore. La realizzazione di un avanzo primario così veloce è definita da Giorgetti “una soddisfazione morale” testimoniante che “la finanza pubblica è in una condizione migliore del previsto”, e poco importa che lo stesso Ministro debba ammettere che le prospettive per quanto riguarda la crescita (da cui dipende quantità e qualità dell’occupazione, tanto per dirne una) restano “un punto interrogativo”.

Insomma, un vero e proprio capovolgimento delle posizioni: dimenticando i bellicosi propositi con cui era salito al potere, questo Governo ci riaccompagna tristemente alla stagione dell’austerità, fatta di tagli alla spesa sociale, redditi bassi e compressione della domanda interna, confermando il suo ruolo di difensore degli interessi di pochi privilegiati, sulle spalle della maggioranza della popolazione. Un Governo reazionario e antipopolare, che continua la sua crociata per creare miseria e distruggere quanto rimane di pubblico nel nostro Paese.

08/03/2025

Coniare Rivolta

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