Centinaia di migliaia di persone sfilano fino al parlamento. Una delle più grandi manifestazioni, a superare persino quella storica del capodanno 1996 contro Milosevic. Una grande piazza europea dove si fa politica e si chiede un cambiamento delle cose. Nessuna bandiera simbolo ma tanti volti giovani che chiedono una magistratura indipendente, stampa libera, rispetto dello stato di diritto e non un presidente padrone. Sul resto dei Balcani, Serbo-Bosnia, Kosovo e Romania, la politica europea è orba e sorda. E a volte complice.
La capitale invasa dal suo popolo
Belgrado, piazza del parlamento per avere più spazio della tradizionale piazza delle Repubblica da invadere e in realtà, con le immagini che vi proporremo alla fine, piazza, spazio, strada di Belgrado, per chilometri, che non fosse illuminata dalle luci della protesta. «Hanno sfilato per le strade, dandosi il tempo con i fischietti, promettendosi di buttare giù un sistema che offre come orizzonte solo insicurezza, o l’‘esilio volontario’ verso altri paesi», scrive Elena Kaniadakis sul Manifesto. Sono centinaia di migliaia di persone, tra gli organizzatori si sussurra «mezzo milione», a riempire tutte le principali strade e piazze di Belgrado, inclusa Slavija, quella che ospita la fontana sonora, simbolo delle brutture e delle speculazioni urbanistiche in atto nel paese.
Presidente bersaglio cancellato
Il volto di Aleksandar Vucic, presidente serbo e protagonista indiscusso degli ultimi dieci anni con il Partito progressista serbo (Sns), nome ingannevole per la antica formazione nazionalista che rappresentava l’ala destra che sosteneva Milosevic, non figurava da nessuna parte fra i cartelli della marea umana né negli slogan: non ce n’era bisogno. Ha a tal punto incarnato il potere autoritario in Serbia da essere naturalmente il destinatario politico del movimento di protesta. La più grande tra le molte manifestazioni partecipatissime a partire da novembre, quando il crollo della pensilina della stazione ferroviaria appena ristrutturata di Novi Sad è crollata sui passanti, uccidendone 15 e ha scatenato la rabbia incontenibile di una popolazione vessata da politici incapaci e corrotti.
Trasparenza come rivoluzione
«Questo movimento senza bandiere sta dando alla Serbia la scossa più politica di tutte – insiste Elena Kaniadakis – chiedendo trasparenza, a partire dalla pubblicazione di tutti i documenti relativi al progetto di rifacimento della stazione». Piccole pretese per tanta massa di popolo? «La nostra è una domanda rivoluzionaria, molto più delle semplici dimissioni del governo: pubblicare i documenti vorrebbe dire smascherare le responsabilità criminali del potere, chiedere che la classe politica corrotta vada in prigione», la risposta illuminante di uno dei forse 500mila. Tutto tranquillo e pacifico? Non proprio. In precedenti manifestazioni delle auto dìsi erano scagliate contro i cortei. Ora ci sono i trattori dei contadini arrivati dalle campagne che aprono e chiudono i cortei, bloccando le strade e assicurando protezione.
Treni bloccati contro l’«invasione»
Nišlije, Loznica, Kraljevo, Cacak, Užice, Kragujevac: i ragazzi di tante città hanno risposto all’appello, nonostante molte linee ferroviarie siano state interrotte per due giorni, con la motivazione ufficiale di un allarme per un «pacco bomba». Hanno percorso fino a 150 chilometri, dormendo nelle palestre comunali dei piccoli centri abitati, che li hanno accolti con lunghi applausi e mestolate di zuppe calde. «È una delle tante magie portate da questo vento di primavera: anche i residenti delle zone rurali, dove il controllo clientelare del potere è asfissiante, e a lungo è riuscito a bloccare la scintilla della protesta, sentono di avere nuove energie. Belgrado non appare più come la roccaforte del dissenso politico, isolata dal resto del paese, ma la destinazione finale di una staffetta liberatoria. Anche le nonnine serbe davanti al parlamento premono a tutto spiano sulle trombette da stadio».
Allarmismo governativo
Nei giorni precedenti era stato tutto un tambureggiare allarmistico di dichiarazioni governative: «Ci aspettiamo violenze», «c’è un piano per scatenare la guerra civile», aveva dichiarato la presidente del parlamento, Ana Brnabic. Toni apocalittici di chi, più che temere lo scontro, sembrava auspicarlo per poter scatenare la repressione violenta. Nerboruti figuri si erano accampati in piazza dai giorni scorsi, bicipiti e tatuagi bene in mostra: «Studenti impazienti di tornare sui banchi dell’università», li difendeva il governo Perlopiù scagnozzi prezzolati del partito del presidente e ultras della squadra di calcio del Partizan, in cui sono confluiti alcuni ex riservisti della ’Unità per le operazioni speciali’ durante l’era Miloševic, tra i cui ranghi fu rintracciato l’assassino del primo ministro serbo Zoran Dindic nel 2003. Brutta gente e brutta storia che vorrebbe perpetuarsi.
L’Unione europea muta
I fischi, i cori, le urla gli applausi degli studenti coprono il silenzio dell’Unione europea, a cui la Serbia rimane candidata. In coda persino all’Ucraina. Le proteste oceaniche sono state finora sostanzialmente ignorate da Bruxelles. Solo venerdì la rappresentanza Ue in Serbia ha invitato al «rispetto dei diritti democratici». Intervento dirompente. Tra gli studenti qualcuno sventola in corteo le bandiere dei regni mitici del Signore degli anelli per incoraggiare la lotta contro Vucic, «l’oscuro signore». Un mondo letterario da preferire all’Ue. «Europa è complice», l’accusa ben motivata. «In tutti questi anni ha sostenuto Vucic, convinta che fosse il solo capace di assicurare la stabilità e lasciare campo libero agli investimenti che le stanno a cuore. La Germania vuole che venga aperta qui la più grande miniera di litio d’Europa, la Francia ha firmato un accordo per vendere i suoi jet Rafale… lo stato di diritto, per cui noi ci battiamo, viene calpestato in nome della ‘stability’».
Presidente più alto del mondo
Vucic, il leader politico alto due metri che sognava di fare il pivot ed è stato invece ministro già dai tempi di Milosevic, all’Informazione negli anni novanta. Da allora ha addolcito i toni da giovane radicale nazionalista, quale era, e si è accreditato come il leader pragmatico, abile nel destreggiarsi su più tavoli da gioco, non solo con Bruxelles, ma anche con la Cina e ovviamente la Russia, di cui la Serbia rimane storica alleata per vocazione culturale diffusa. «Ha fatto a lungo leva sulla paura e sulla frammentazione sociale per evitare questo tipo di protesta sociele, ma ora è sulla difensiva, costretto a destreggiarsi tra repressione e concessioni limitate nel tentativo di spegnere il fuoco». Finora aveva hpreso tempo, ‘tenendo nella manica’ la carta delle elezioni anticipate che spesso ha fornito la scappatoia ideale, grazie alla forte presa esercitata sugli impiegati statali, dopo le dimissioni del primo ministro avvenute a gennaio.
Le garanzie di libertà di voto?
Nessuno, tra i manifestanti, ha urgenza di tornare alle urne, perché sa che la libertà di voto rischia di non essere garantita. Ed ecco a fine giornata la mossa attesa di Vucic. Parlando in tv, si è detto «pronto a sottoporsi a una verifica di legittimità e a partecipare sia al referendum sulle sue dimissioni, che alle elezioni -sottolineando che- accetterà il verdetto del popolo. Abbiamo capito bene il messaggio e dovremo cambiare noi stessi -concede-, anche se spero che altri abbiano capito che i cittadini non vogliono rivoluzioni colorate». Messaggio alla vecchia spinte occidentali anti Milosevic che furono coronate dallk’intervento armato della Nati nel 1999.
Sfida lanciata e contestatori in difficoltà, «Non c’è ancora una forza strutturata che possa incarnare l’alternativa». «Dobbiamo organizzarci al di là delle strade, costruire una base militante nelle campagne, nelle assemblee locali, nei sindacati». «La strada è in salita, ma la Serbia si è risvegliata giovane, si è affacciata sulla piazza del proprio futuro, e pretende che nessuno le chiuda la finestra in faccia». Unione europea compresa.
IMMAGINI DALLA PIAZZA DI BELGRADO
18/03/2025
da Remocontro