08/02/2026
Davide Conti Storico
«Una politica di arbitrii e di cricca personale o di gruppo» sottratta al «dominio della legge», così Gramsci definiva il «sovversivo dall’alto» delle classi dirigenti italiane. Nel suo piccolo esprime questa continuità l’identità politica del Presidente del Senato Ignazio Benito La Russa che ieri è intervenuto dalle liberali pagine del Corriere della Sera a chiosa dell’ennesimo varo di misure restrittive della libertà nel nostro Paese, pensate come sottrazione al dominio della nostra legge: la Costituzione.
È una storia sbagliata, la sua e la nostra, che viene da lontano. Bisogna riavvolgerne il filo all’aprile 1973 per poi dipanarlo fino al gennaio 2007 e giungere sullo scranno più alto del Senato dal cui pulpito La Russa predica dopo i fatti di Torino.
«Di fronte a fatti ripetuti o gravissimi come l’aggressione al poliziotto al corteo di Torino -ha dichiarato il custode privato di un busto di Mussolini- sarebbe improvvido non fare nulla». E poi «possibile che in una manifestazione così violenta soltanto tre persone siano state fermate?»
Una predica che viene da chi, questo va riconosciuto, conosce per scienza diretta ciò di cui parla.
Il 7 aprile 1973 Nico Azzi sale sul treno Torino-Roma. Già iscritto al Msi (il partito fondato «dagli uomini che non si arresero» ricordati in video da La Russa lo scorso 26 dicembre) è tra i capi fascisti di piazza San Babila a Milano e membro de «La Fenice», un gruppo organico a Ordine Nuovo che sarà sciolto nel novembre successivo.
Sul treno Nico Azzi sale camuffato da militante di sinistra con tanto di copia del giornale «Lotta Continua». Poi entra nel bagno per allestire il timer della bomba che vuole far esplodere per addossare la responsabilità ai «rossi». L’ordigno gli esplode tra le mani e lo ferisce, lui viene arrestato e identificato come fascista.
Il 12 aprile 1973 il Msi (il partito degli uomini che «non tentarono di sovvertire con la forza il sistema», ha sempre raccontato La Russa) tiene un corteo non autorizzato a Milano.
Vi partecipano Francesco «Ciccio» Franco, capo dei «boia chi molla» di Reggio Calabria e neoeletto senatore missino, ed i massimi dirigenti locali del Msi (il partito degli uomini che «che accettarono il sistema», ipse dixit). Erano Franco Maria Servello, Franco Petronio e il segretario del Fronte della Gioventù, Ignazio La Russa. Il corteo termina con scontri con la polizia e lancio di bombe a mano ad opera dei fascisti Vittorio Loi e Maurizio Murelli che uccidono l’agente di Ps Antonio Marino. A fornire le bombe era stato Nico Azzi. Per le strade degli incidenti vennero sparse delle tessere del Pci per accreditare quella che «Il Secolo d’Italia» indicherà come la pista degli infiltrati comunisti nel corteo. Il Fronte della Gioventù di La Russa distribuì un volantino che definiva Murelli e Loi «appartenenti al movimento di provocatori extra-parlamentari Avanguardia Nazionale» aggiungendo: «i mandanti e gli assassini morali sono il Ministro dell’Interno Rumor, il prefetto ed il questore di Milano». Tuttavia lo stesso Msi fu costretto a denunciare gli autori, che d’altronde al momento dell’arresto avevano confermato l’appartenenza al partito.
Murelli e Loi saranno condannati a 18 e 19 anni di carcere. Romano La Russa, fratello di Ignazio e oggi assessore alla sicurezza della Regione Lombardia, e Alberto Stabilini verranno prima arrestati e poi assolti. I parlamentari Servello e Petronio incriminati ma salvati dalla Camera che negherà l’autorizzazione a procedere nei loro confronti consentendo, di fatto, al Msi di evitare la messa in stato d’accusa per ricostituzione del partito fascista. Nel 1978 Servello e Petronio saranno assolti. Diversa la valutazione Corriere della sera di allora, diretto da Piero Ottone: «Le bombe a mano lanciate dai fascisti hanno ferito le coscienze di tutti. Per la prima volta dopo molti anni i missini sono rimasti isolati ed ogni italiano onesto si è reso conto che non da loro può attendere la difesa della legge e dell’ordine». Parole scolpite nella pietra per l’oggi.
Erano gli anni in cui le sezioni del Msi venivano chiuse dopo gli assassini di militanti di sinistra come Walter Rossi (1977) ma subito riaperte (Via Ottaviano, via Assarotti e via Livorno a Roma); dove i processi contro le centinaia di neofascisti autori di violenze e attentati finivano con assoluzioni generali (il processo «fatti della Balduina»). Anni in cui dalle sedi missine di Roma uscivano i terroristi dei NAR, Fioravanti e Mambro e in cui sembrava impossibile intervenire per la magistratura. Nella Procura di Roma imperversava il giudice Antonio Alibrandi, padre del terrorista dei NAR Alessandro, acerrimo nemico del magistrato Mario Amato ovvero l’unico ad indagare sui fascisti e per questo da essi brutalmente assassinato il 23 giugno 1980.
Ha ragione da vendere La Russa quando denuncia che «i violenti sono come i pesci che hanno bisogno dell’acqua».
Per la cronaca: Nico Azzi venne condannato a due anni di carcere. Morì il 10 gennaio 2007. A rendere omaggio alle suo feretro vi fu, tra gli altri, l’ex dirigente del Msi ed allora deputato di Alleanza Nazionale, Ignazio Benito La Russa.

