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La sconfitta è servita: gli Usa svelano i punti del Memorandum

La sconfitta è servita: gli Usa svelano i punti del Memorandum

Politica estera

18/06/2026

da il Manifesto

Francesca Luci

Vinto Dallo stop immediato alle sanzioni al controllo di Hormuz a Teheran Ora la firma in Svizzera, parte il negoziato: 60 giorni non basteranno

Il Memorandum è stato reso pubblico dall’amministrazione americana dopo forti pressioni, lo ha letto un funzionario della Casa bianca ai giornalisti a Evian mentre il presidente ha detto che i leader dei 7 Grandi lo avrebbero «amato». Si articola come anticipato in 14 punti e fissa un quadro preliminare in attesa di un accordo finale da negoziare entro 60 giorni.

Che però, ha fatto sapere subito il presidente Usa, molto probabilmente non basteranno: «Non è una scadenza tassativa». Assai probabile che si andrà oltre.

Sul fronte militare, il Memorandum prevede la cessazione immediata e permanente delle ostilità su tutti i fronti, incluso il Libano, la rimozione del blocco navale americano entro 30 giorni e la riapertura dello Stretto di Hormuz al traffico commerciale, a titolo gratuito, ma soltanto per 60 giorni: dopodiché sarà l’Iran a negoziare con l’Oman la futura gestione dello Stretto.

Sul nucleare, Teheran riafferma di non voler sviluppare armi atomiche e si impegna a mantenere lo status quo del proprio programma durante i negoziati, mentre la questione delle scorte di uranio arricchito e dei livelli di arricchimento resta per ora aperta. A definirla dovranno essere i negoziati tra le parti che si apriranno adesso.

Ma da sunito gli Stati uniti si impegnano a emettere deroghe «immediate» per le esportazioni petrolifere iraniane, a sbloccare progressivamente i fondi congelati, senza indicare cifre precise. Ma stabilendo che saranno resi «pienamente disponibili» alla Banca Centrale iraniana man mano che i negoziati avanzeranno, e che sarà cofinanziato, con capitali privati internazionali, un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione.

Il fondo si attiverebbe solo dopo la firma di un accordo finale ed è condizionato allo smantellamento del programma nucleare militare iraniano, all’accettazione di ispezioni internazionali e alla gestione dell’uranio arricchito. Washington lo presenta come una semplice opportunità di mercato legata a un cambiamento di comportamento del regime; per gli iraniani è invece una forma di compensazione per i danni bellici subiti.
La revoca completa delle sanzioni, comprese quelle Onu e dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), è rinviata all’accordo definitivo, che dovrà essere ratificato con una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza della Nazioni unite.

Il senatore repubblicano Lindsey Graham, tradizionale alleato di Trump, si è detto «piuttosto scettico» a causa dei «47 anni di inganni» da parte dell’Iran e ha chiesto che l’accordo venga sottoposto all’approvazione del Congresso Usa.

Il senatore democratico Raphael Warnock ha fatto notare che «lo Stretto di Hormuz era già aperto prima della guerra … la domanda è: perché ci siamo ritrovati in guerra?». Gli esperti dell’Atlantic Council, dal canto loro, hanno definito il conflitto un fallimento strategico.

Il nervosismo di Trump sembra essere legato ai giudizi severi di media ed esperti americani che, analizzando i contenuti emersi dell’accordo, vedono il bilancio pendere a favore della parte iraniana. Un’asimmetria che rivela, ancora una volta, la logica della diplomazia trumpiana: annuncio trionfalistico di uno storico accordo, poi rapido ridimensionamento non appena le contraddizioni iniziano a emergere.

Fonti del ministero degli Esteri iraniano hanno dichiarato che esiste la possibilità che il presidente iraniano Massoud Pezeshkian e il presidente statunitense Donald Trump di persona firmino il memorandum d’intesa per porre fine al conflitto tra i due Paesi.

Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, ha dichiarato che l’ipotesi «è stata sollevata ed è tuttora in fase di valutazione». Le dichiarazioni arrivano dopo che Trump, intervenendo a margine del vertice del G7 a Evian, ha affermato che potrebbe trattenersi, senza dare certezze sulla sua partecipazione alla cerimonia di firma dell’accordo, prevista venerdì a Bürgenstock, in Svizzera. Mentre ci sarà sicuramente il suo vice JD Vance.

Baghaei ha aggiunto che Teheran si è impegnata a riportare alla normalità il traffico nello Stretto di Hormuz entro un termine prestabilito, sottolineando che la gestione della sicurezza dell’area sarà affidata esclusivamente all’Iran, senza il coinvolgimento di attori esterni. Secondo il portavoce, in questa fase la priorità resta la cessazione del conflitto, mentre le questioni relative alle sanzioni e al programma nucleare saranno affrontate in negoziati successivi alla firma dell’intesa.

Riguardo al Libano, il portavoce ha avvertito che l’eventuale prosecuzione delle operazioni militari e dell’occupazione israeliana costituirebbe una violazione dell’intesa e comporterebbe l’adozione di misure appropriate.

La dottrina politica trumpiana è proiettata verso la vittoria a tutti i costi, l’umiliazione dell’avversario e la manifestazione costante del potere. Per soddisfare questa sete di gloria, l’amministrazione non esita a ricorrere a piccoli espedienti che, dal punto di vista morale, restano profondamente discutibili.

Il tentativo americano di stravincere nel caso iraniano sembra però essersi complicato, alla luce della versione finale americana del Memorandum d’intesa.

L’amministrazione americana, nelle stesse ore, sembra volersi prendere la sua rivincita umiliando la squadra nazionale di calcio iraniana. La squadra, essendosi qualificata regolarmente al Mondiale, è costretta a stabilire la propria base a Tijuana, in Messico, invece che negli Stati uniti, e a spostarsi oltre frontiera per ogni partita con un visto americano temporaneo, tornando in Messico immediatamente dopo ogni incontro. Misure che molti osservatori iraniani interpretano come dettate più da ragioni politiche che da esigenze organizzative.

 

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