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La sconfitta travestita da vittoria e dividendi del caos

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08/05/2026

Il Manifesto

Francesco Strazzari

Crisi permanente Washington può ancora bloccare, annunciare, colpire. Ma ogni maggior dimostrazione di forza produce sempre meno controllo reale

«Erano ormai a due settimane dall’uccidervi». Così Donald Trump parlando degli iraniani ai bambini di una scuola americana. Una favola morale, lo storytelling come surrogato del controllo degli eventi. Una favola morale, lo storytelling come surrogato del controllo degli eventi. La terza guerra del Golfo sta evidenziando tutto il limite storico della forza americana, la soglia oltre la quale la capacità di interrompere il mondo non si traduce in capacità di ordinarlo.

Washington può ancora bloccare, annunciare, colpire. Ma ogni maggior dimostrazione di forza produce sempre meno controllo reale. Stiamo assistendo al passaggio dall’egemonia all’impotenza performativa, con Marco Rubio che parte per Roma consegnando Epic Fury al passato.

L’operazione Project Freedom è già un simbolo: quindicimila militari annunciati per garantire il transito, nessun coordinamento con gli armatori, risultati penosi. La stessa sequenza si è ripetuta cinque volte in venti giorni: annuncio di accordo imminente, nessun accordo, nuovo annuncio. Nel frattempo, i satelliti mostrano danni ingenti sulle basi statunitensi in Medio oriente.

Insomma, rassicurare i mercati, guadagnare tempo, imporre il racconto. Ma ogni annuncio smentito dalla realtà consuma credibilità, e un impero finanziario vive soprattutto di questa. Il conflitto riguarda ormai la gestione simbolica dell’uscita, la forma della resa, il racconto domestico della vittoria. Il più forte si rivela anche strutturalmente più rigido: gli Usa non possono permettersi di apparire una potenza che arretra, mentre l’Iran può giocare sulla flessibilità, sui tempi, sull’ambiguità. Più la crisi si allunga, più questa asimmetria conta.

La Cina è sempre più il centro silenzioso della partita, grazie a una strategia che consiste precisamente nel non doversi mostrare. Pechino copre Teheran all’Onu, le fornisce intelligence, dichiara illegali le sanzioni Usa, rifiutando di riconoscerne la giurisdizione extraterritoriale. I contatti tra il titolare degli esteri Wang Yi e l’omologo iraniano Aragachi definiscono i margini operativi, calibrano le garanzie, stabiliscono fin dove può spingersi la pressione. Nessuna solidarietà ideologica da Pechino: il nudo interesse strategico nel mantenere il rivale americano in una postura abbastanza logorante da eroderne risorse e credibilità, senza che la situazione degeneri in un conflitto totale che destabilizzerebbe i mercati energetici da cui Pechino dipende. Nel mentre, gli analisti del partito Comunista e della People’s Bank of China studiano pazientemente l’architettura finanziaria americana: tutto viene mappato, modellato, archiviato.

Washington sequestra wallet, colpisce exchange, deanonimizza transazioni in criptovalute. Il segnale è doppio: a Teheran dice che le vie di fuga finanziaria sono permeabili; a Pechino dice che il progetto dello yuan digitale si scontra con la capacità di monitorare i flussi globali. Ma ogni intervento rivela al contempo il proprio limite: tradisce un sistema che ha bisogno di controllare sempre più spazio per ottenere risultati sempre più circoscritti. È in fondo la stessa logica di Hormuz: superiorità tattica, erosione strategica.

Già dal 2024 il costo degli interessi sul debito pubblico Usa ha superato la spesa militare. Il deficit strutturale non è correggibile senza trasferimenti di risorse che il sistema politico americano non è in grado di autorizzare democraticamente. La soluzione adottata è una sorta di finanziarizzazione coercitiva del mondo: i dazi come strumento di trasferimento al Tesoro, il dollaro come infrastruttura di estrazione globale, i mercati finanziari americani come destinazione obbligata del risparmio mondiale. La Cina ha costruito la propria ascesa su fondamenta produttive reali: manifattura, infrastrutture, catene del valore. Gli Stati uniti producono debito e sicurezza. Quando la sicurezza si dimostra non garantita, la rendita crolla.

Il fertilizzante russo completa il disegno: la guerra nel Golfo destabilizza i mercati, i competitor russi ne beneficiano, i dazi di Trump colpiscono chi competeva con Mosca sui fertilizzanti. L’agricoltore americano compra fertilizzanti russi a prezzi crescenti, e il Cremlino incassa.

La guerra in Ucraina, la guerra a Gaza e in Libano, la guerra del Golfo non sono crisi parallele con occasionali interconnessioni. Esse lievitano come un unico sistema in formazione, le cui componenti si alimentano nella disputa per l’egemonia globale.

La connessione più profonda riguarda l’ordine internazionale in quanto tale. La simultaneità delle guerre produce la dimostrazione empirica che le regole dell’ordine guidato dall’Occidente non sono tali. Questa dimostrazione è il dono più prezioso che la crisi fa alla narrazione cinese e russa sull’ordine multipolare. Per il Sud globale la lezione si traduce in scelte concrete – diversificazione delle riserve valutarie, rifiuto di allinearsi nelle votazioni Onu, costruzione di reti di sicurezza parallele.

La vera domanda non riguarda chi vincerà a Hormuz, ma chi beneficia della permanenza della crisi: i mercati, che prosperano nella volatilità; le industrie della difesa; la Russia e la Cina. Oltre a Israele, che trasforma la guerra nel proprio ambiente politico permanente. Si è delineata una struttura di incentivi che premia l’escalation controllata e punisce la de-escalation reale. Ragione per cui la pace, ogni volta che si affaccia, viene sabotata da chi ha più da perdere dalla sua realizzazione.

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