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La solita noiosa canzonetta sul peso del Debito pubblico

La solita noiosa canzonetta sul peso del Debito pubblico

Economia 

16/03/2026

Coniare Rivolta

E ci risiamo. Neanche il Festival di Sanremo è riuscito a far dimenticare il solito leitmotiv sull’insostenibilità del debito pubblico italiano ai due principali organi della carta stampata nazionale.

È di pochi giorni fa un articolo de La Repubblica che, prendendo spunto dal bollettino economico di inizio anno della Banca d’Italia, sottolinea come sulla testa di ogni cittadino italiano graverebbero circa 52.500 euro di debito pubblico. In perfetta sincronia, la dose viene addirittura rincarata dal Corriere della Sera, che parla di un peso intollerabile sulle spalle delle generazioni future a livello globale, dal momento che il debito pubblico mondiale avrebbe superato i centomila miliardi di dollari, come evidenziato dall’Institute of International Finance – organismo che lo stesso quotidiano descrive come un’emanazione delle grandi banche. D’altronde, il peso del debito è proprio il cavallo di Troia che l’Europa ha utilizzato per imporre decenni di austerità e tagli alla spesa sociale, dalla sanità all’istruzione, dai trasporti alle pensioni, sotto le vesti di vecchi e nuovi Patti di Stabilità.

Come detto, lo spauracchio del debito pubblico che graverebbe sulle generazioni presenti e future non è certo una novità per i media italiani. È un tormentone ricorrente, quasi quanto le discussioni sulla qualità dei fiori sul palco dell’Ariston. Proprio per questo è necessario, ancora una volta, chiarire alcuni punti fondamentali e ridimensionare la retorica catastrofista sul debito pubblico, così da lasciare spazio a problemi ben più urgenti, anche per le generazioni future.

Innanzitutto, come mostra la stessa ricerca citata dal Corriere, il debito pubblico non è affatto un fenomeno esclusivamente italiano, ma una realtà diffusa a livello globale. Fin dalla nascita degli Stati moderni, i governi hanno finanziato servizi pubblici e infrastrutture ricorrendo al debito, perché le sole entrate fiscali non erano sufficienti a coprire il fabbisogno di spesa. Se questo è vero, allora dobbiamo concludere che non esiste paese nella storia che non abbia “scaricato” debito sulle generazioni future

C’è, inoltre, un aspetto sistematicamente ignorato nella narrazione dominante: la spesa pubblica è prima di tutto reddito per qualcuno. Facciamo un esempio con un ospedale. I fondi spesi dallo Stato per costruirlo diventano lo stipendio dell’operaio che lo costruisce, il compenso dell’ingegnere che lo progetta e, successivamente, il salario degli infermieri che vi lavoreranno. Queste persone, a loro volta, spenderanno quel reddito nell’economia: faranno la spesa, pagheranno l’affitto, acquisteranno beni e servizi. La spesa pubblica continua così a circolare nel sistema economico, generando ulteriori redditi per lavoratori e imprese e nuove entrate fiscali per lo Stato. Quando questi effetti moltiplicativi sono significativi, la crescita dell’economia può far aumentare il PIL più di quanto aumenti il debito. In tal caso, anche se il debito cresce in valore assoluto, il rapporto debito/PIL può ridursi, perché cresce il denominatore.

Se poi volessimo davvero seguire la logica demenziale secondo cui ogni nuovo nato verrebbe al mondo con una quota di debito pubblico sulle spalle, dovremmo allora dire anche che nasce con una quota molto più grande di ricchezza privata familiare. Applicando la retorica dei fautori dello spauracchio del debito, ogni cittadino italiano possiederebbe indirettamente, infatti, anche una quota del patrimonio del paese: un pezzetto del Colosseo o di Pompei, una quota dell’ENEL, di ENI, di Ferrovie dello Stato e di ogni partecipata pubblica.

La narrazione del debito pubblico come fardello che graverebbe su ogni cittadino presente e futuro è quindi soprattutto uno straordinario strumento di distrazione di massa. Serve a spostare l’attenzione dai veri problemi economici e sociali che affliggono questo paese.

Secondo questa narrazione, il debito dimostrerebbe che le generazioni passate hanno vissuto al di sopra dei propri mezzi e che oggi non resterebbe altro da fare se non accettare la logica dell’austerità: tagliare sanità, istruzione, trasporti, cultura.

Ma questo racconto non solo alimenta un pericoloso conflitto tra generazioni. Serve anche a legittimare un ordine economico caratterizzato da disuguaglianze crescenti nella distribuzione del reddito e della ricchezza e dal progressivo smantellamento dei servizi pubblici universali.

Il vero peso che grava oggi sulle spalle dei cittadini non è il debito pubblico. È la difficoltà di trovare un lavoro dignitosouna casa accessibileuna sanità pubblica funzionanteuna scuola sicura per le nuove generazioni. Con la canzonetta del peso del debito pubblico intanto si prosegue da anni in un solco di austerità e tagli alla spesa pubblica, peggiorando la qualità della vita dei lavoratori, come l’ultima manovra del governo Meloni ci ricorda e come vedremo quando usciranno i numeri della prossima manovra.

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