03/04/2026
da Il Manifesto
La guerra grande Recuperato il pilota, dicono gli Stati uniti. Ma dopo un mese di bombe, l’Iran non perde. La carta Hormuz continua a far male: «Passeranno solo gli amici». E l’intervento dell’Oman non basterà
Mentre Teheran era sotto pesanti attacchi, ieri i media statali iraniani hanno diffuso immagini di detriti – inizialmente attribuiti a un F-35 – con la notizia che il velivolo sarebbe stato colpito da un nuovo sistema di difesa aerea nella provincia di Kohgiluyeh e Boyer-Ahmad, nel sud-ovest del Paese. È il secondo aereo che Teheran afferma di aver abbattuto nelle ultime 24 ore. Esperti di aviazione hanno identificato i rottami come appartenenti a un F-15E del 494° squadrone dell’Usaf, di stanza alla base britannica di RAF Lakenheath.
Le fonti Usa hanno affermato che uno dei due membri dell’equipaggio è stato localizzato e tratto in salvo dalle forze speciali americane, mentre le ricerche del secondo sono ancora in corso con elicotteri HH-60 Pavehawk e un C-130 Hercules. Prima che partissero i canali di comunicazione ufficiali in Iran, i commercianti e le corporazioni della provincia avevano offerto una generosa taglia a «chiunque individui il pilota americano invasore», cui successivamente si sono aggiunti altri premi.
Nel pomeriggio l’agenzia iraniana Mehr ha scritto che le forze iraniane avrebbero colpito anche uno degli elicotteri impegnati nella ricerca, dato poi per «atterrato in sicurezza» da fonti statunitensi. Infine, in serata, è il New York Times, citando due funzionari statunitensi anonimi, a parlare di un altro caccia precipitato: un A10 Warthog sarebbe caduto vicino allo Stretto di Hormuz più o meno alla stessa ora dell’F-15, recuperato l’unico pilota.
L’EPISODIO SOLLEVA interrogativi sulla reale efficacia della campagna militare statunitense: secondo analisti e fonti di intelligence, le capacità missilistiche e di difesa aerea iraniane non sarebbero state neutralizzate nella misura dichiarata da Donald Trump. La possibile cattura del superstite potrebbe innescare una forte reazione dell’opinione pubblica americana e spingere la Casa bianca verso un’ulteriore escalation, in un contesto già segnato da elevata incertezza.
Donald Trump ieri ha cercato di convincere la sua opinione pubblica, con toni volutamente rassicuranti, che un’eventuale operazione militare nello Stretto di Hormuz sarebbe un’azione a basso rischio e di facile esecuzione. La sua affermazione di poter «aprire facilmente» Hormuz – che chiederebbe operazioni di sminamento, scorta con navi da guerra e potenziali attacchi contro unità navali iraniane – alimenterebbe un’ulteriore escalation del conflitto.
Le parole di Trump nascono dalla crescente consapevolezza che gli obiettivi iniziali del conflitto siano ormai irraggiungibili, piuttosto che da una posizione di forza diplomatica, mentre Tel Aviv sembra guardare oltre, verso il progetto di un «Grande Israele» che minaccia di ridisegnare i confini del Medio Oriente.
«SIAMO PROFONDAMENTE preoccupati: gli americani potrebbero distruggere pesantemente le infrastrutture civili, come un capriccio o una punizione collettiva. E va bene, saranno pure “crimini di guerra”, ma così si compromette il futuro dei nostri figli. E nessuno chiederebbe conto agli Stati uniti – ci dice Sirus, medico iraniano tornato a Teheran dopo l’inizio del conflitto -Sono inutili le dichiarazioni focose dei nostri militari. Il costo del petrolio può arrivare anche a 200 dollari, ma non possiamo impedirlo se decidono di distruggere su larga scala».
Washington sembra aver ridimenzionato le proprie ambizioni, spostando il focus su obiettivi più pragmatici, come la riapertura forzata di Hormuz. Trump ha persino dichiarato che il raggiungimento di un accordo formale con Teheran non è più necessario per considerare «completata» la missione Usa, un’affermazione che riflette una profonda indifferenza verso la via negoziale.
Teheran sta mettendo a punto un quadro normativo per disciplinare il passaggio delle navi attraverso lo stretto. Secondo il viceministro degli esteri, il transito sarà consentito esclusivamente ai paesi amici o neutrali, mentre resterà precluso a quelli considerati ostili all’Iran. Sono in corso consultazioni con l’Oman, che controlla la sponda meridionale dello stretto. Per Washington un simile esito sarebbe disastroso: metterebbe molti alleati occidentali – come la Grecia, nazione con una delle flotte mercantili più grandi al mondo – nella posizione di dover negoziare direttamente con l’Iran.
IL DATO GEOGRAFICO rende la posizione iraniana particolarmente rilevante: le acque sul lato iraniano sono più profonde, rendendo di fatto obbligatorio quel corridoio per le navi di grande stazza, che non possono transitare dal lato omanita. Una condizione che attribuisce a Teheran una leva strategica determinante sul traffico marittimo globale.
Mentre l’influenza statunitense vacilla, altri attori globali si muovono. Cina e Pakistan hanno recentemente presentato un piano in cinque punti per la stabilità del Golfo Persico e del Medio Oriente. Questa iniziativa diplomatica sottolinea come la leadership regionale stia cercando alternative alla gestione americana, considerata ormai inaffidabile.
In un articolo su Foreign Affairs, Mohammad Javad Zarif, ex ministro e architetto delle trattative che portarono all’accordo sul programma nucleare iraniano nel 2015, sostiene che l’Iran, nonostante gli attacchi, sia riuscito a difendere i propri interessi e debba ora sfruttare questa posizione per negoziare la fine della guerra.
L’ex ministro avverte che il proseguimento del conflitto comporterebbe ulteriori distruzioni e rischi di escalation regionale e globale. Propone quindi un accordo basato su cessate il fuoco, revoca delle sanzioni, limiti al programma nucleare e riapertura di Hormuz. Zarif sottolinea la profonda sfiducia verso Washington e evoca il coinvolgimento di potenze come Cina e Russia come garanzia per una possibile intesa duratura.

