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«La tratta degli schiavi è il più grande crimine della storia». Il segnale che arriva dall'Onu

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Politica estera 

26/03/2026

da Avvenire

Elena Molinari

La svolta in una risoluzione proposta dal Ghana, che invita esplicitamente gli Stati ad avviare negoziati su forme di giustizia riparativa. Sì a larga maggioranza, gli unici punti critici sono l'astensione dei Paesi Ue e il no di Usa e Israele

La schiavitù degli africani è «il più grave crimine contro l’umanità».

L’Assemblea generale delle Nazioni Unite ha approvato ieri una risoluzione che definisce la tratta degli schiavi in questi termini e, per la prima volta nella storia, invita gli Stati membri ad avviare percorsi di riparazione come «passo concreto per rimediare alle ingiustizie storiche».

Il testo, adottato con 123 voti favorevoli, 3 contrari (Stati Uniti, Israele e Argentina) e 52 astensioni (tra cui Paesi Ue e Regno Unito), non ha valore giuridicamente vincolante, ma rappresenta un segnale politico forte del clima internazionale che sta emergendo sui temi della memoria, della responsabilità e della giustizia. La risoluzione chiede infatti la «restituzione pronta e senza ostacoli» dei beni culturali sottratti durante il periodo coloniale e della tratta, includendo opere d’arte, archivi e manufatti oggi conservati in musei occidentali. E questa è la vera svolta contenuta nel documento. Il passaggio amplia infatti il tema delle riparazioni oltre la restituzione economica, inserendolo in una più ampia riflessione sulla dignità, l’identità e la ricostruzione della memoria storica collettiva.

«Oggi ci riuniamo in solidarietà per affermare la verità e intraprendere un percorso di guarigione», ha detto il presidente del Ghana, John Dramani Mahama, tra i principali promotori del testo. Il documento invita esplicitamente gli Stati ad avviare negoziati su forme di giustizia riparativa, che includano scuse ufficiali, compensazioni, programmi di riabilitazione e riforme legislative per affrontare il razzismo sistemico e le disuguaglianze ancora presenti nei singoli Paesi. In questo senso, il principio affermato è che il riconoscimento dei mali del passato può contribuire a sanare le tensioni del presente, soprattutto le discriminazioni e le forme di sfruttamento — dal lavoro forzato alla tratta di esseri umani — che restano una realtà diffusa.

Il voto rivela però una chiara frattura fra Nord e Sud del mondo, che lascia presagire grandi difficoltà nel tradurre i principi in politiche condivise. I Paesi occidentali, in larga parte astenuti, hanno riconosciuto la gravità storica della schiavitù e le sue conseguenze, ma hanno preferito evitare un impegno esplicito su risarcimenti e restituzioni. «La storia e i suoi effetti devastanti non devono essere dimenticati», ha affermato il rappresentante britannico all’Onu, ricordando che l’impegno dei governi si concentra soprattutto sul contrasto alle forme contemporanee di schiavitù.

La posizione degli Stati Uniti rivela invece una completa chiusura, anche rispetto ad impegni presi negli ultimi anni. Dopo l’uccisione di George Floyd nel 2020, infatti, il dibattito sul razzismo e l’eredità della schiavitù aveva conquistato spazio anche a livello federale. Ora il voto contrario al Palazzo di Vetro segnala una presa di distanza dalle iniziative scattate sei anni fa dopo la nascita del movimento Black Lives Matter.

La risoluzione Onu aumenta, però, la pressione internazionale. Chiede infatti il coinvolgimento di organizzazioni come l’Unione Africana, la Comunità dei Caraibi e l’Organizzazione degli Stati americani nel costruire un cammino multilaterale verso impegni concreti e condivisi, alla luce del primo riconoscimento da parte delle Nazioni Unite che, quasi sei secoli dopo il suo inizio, la tratta degli schiavi africani è ancora viva nel razzismo e nelle disuguaglianze del presente.

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