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L’accordo alla Trump. Cent’anni di petrolio venezuelano agli Usa

L’accordo alla Trump. Cent’anni di petrolio venezuelano agli Usa

Politica estera

30/08/2026

da Il manifesto

Claudia Fanti

Pozzo scatenato Le mani su «oltre 65 miliardi di barili» delle riserve accertate di Caracas. E tutto «a costo zero per il contribuente americano»

«Al vincitore spetta il bottino», ama ripetere Donald Trump in relazione al Venezuela (e non solo). E ora l’entità del bottino è finalmente nota. Dopo le rivelazioni di Axios su un accordo «colossale» con il governo ad interim di Delcy Rodríguez, la conferma è venuta dallo stesso tycoon: gli Stati Uniti, ha scritto su Truth, controlleranno «oltre 65 miliardi di barili» delle riserve venezuelane accertate, in quello che rappresenta il «più grande accordo petrolifero nella storia del mondo», per di più «a costo zero per il contribuente americano».

DESCRITTA DA TRUMP come un’«alleanza con il settore privato» conclusa dal segretario di Stato Marco Rubio e dal segretario alla Guerra Pete Hegseth «in stretta collaborazione con la stimatissima presidente ad interim del Venezuela», l’intesa «più che raddoppia le riserve petrolifere americane, aumenta notevolmente la nostra fornitura di petrolio e ridurrà sostanzialmente i prezzi del carburante per tutti gli americani, a lungo nel futuro, contribuendo al contempo a indirizzare il Venezuela verso un enorme successo e una grande prosperità».

Ha gongolato anche Rubio, parlando di «una grande vittoria sia per il popolo americano che per quello venezuelano» e spiegando che l’accordo attrarrà quasi 100 miliardi di dollari di investimenti privati, «sosterrà migliaia di posti di lavoro ben retribuiti e darà impulso alla ricostruzione dell’economia venezuelana», a dimostrazione, ha aggiunto, di come «l’audace politica estera del presidente Trump porti a risultati concreti nel rispetto del principio “America First”: garantire riserve stabili e petrolio a basso costo nel nostro emisfero, nonché ridurre i prezzi della benzina in patria».

MA ANCHE DALLA CONTROPARTE venezuelana non sono mancati i toni trionfalistici, nella speranza probabilmente impossibile che il popolo chavista – il quale, dal 3 gennaio in poi, ha mandato giù, più che singoli rospi, un intero stagno – non comprenda appieno di quale cessione di sovranità si tratti. Così Delcy Rodríguez, confermando lo «storico» accordo che assicura agli Usa una quantità di greggio quasi equivalente all’intero ammontare delle loro riserve accertate, ha celebrato l’«impatto significativo» di tale intesa «sulla rinascita della nostra nazione».

Esprimendo la sua «più profonda gratitudine» nei confronti di Trump e di Rubio, quasi come se fosse un regalo, la presidente ha spiegato che «si prevede lo sviluppo di 17 campi strategici, un investimento di oltre 100 miliardi di dollari e più di 209 miliardi in entrate fiscali per lo Stato». E che tali investimenti contribuiranno «non solo alla ripresa e alla modernizzazione della nostra industria, ma anche alla crescita economica del nostro paese, alla sicurezza energetica del nostro emisfero e a un maggiore equilibrio nei mercati internazionali».

C’È CHI, TUTTAVIA, non nasconde le perplessità sui costi e i rischi dell’intera operazione. Come evidenzia il Washington Post, molti giacimenti sono privi di infrastrutture di base o di una fornitura stabile di energia elettrica e quelli in cui sono presenti hanno sofferto anni di incuria e furti di macchinari. Non a caso, finora, malgrado il pressing di Trump sulle compagnie, la produzione petrolifera nel paese è aumentata solo di circa 200 mila barili nell’ultimo anno. Senza contare che a concludere «questo accordo incostituzionale», come lo ha definito l’economista venezuelano e docente di Harvard Ricardo Hausmann, sarebbe «un governo ad interim illegittimo, con una legge sugli idrocarburi altrettanto illegittima»: «Sarà un fiasco per tutti i soggetti coinvolti, a cominciare da Rubio», ha scritto su X.

SUI DETTAGLI dell’accordo, peraltro, si sa ancora poco. Citando un funzionario della Casa Bianca, la Cnn riferisce che gli Usa otterranno il «55% della produzione effettiva» di una nuova joint venture destinata a diventare la seconda maggiore compagnia petrolifera privata al mondo, a cui la presidente Rodriguez avrebbe rilasciato concessioni per lo sfruttamento di giacimenti petroliferi pari quasi a un quarto delle riserve petrolifere venezuelane non ancora sfruttate e per la durata addirittura di 100 anni. Mentre il Wall Street Journal ha riportato ieri la notizia che Chevron – l’unica compagnia statunitense rimasta attiva nel paese durante gli anni delle sanzioni – e Halliburton, una delle più grandi società fornitrici di prodotti e servizi per l’industria energetica, sarebbero vicine alla conclusione di accordi multimiliardari per incrementare la produzione venezuelana, con Chevron intenzionata ad aggiungere due giacimenti di petrolio alle sue tre joint venture esistenti con la compagnia statale venezuelana Pdvsa.

È IN QUESTO QUADRO che, secondo quanto rivelato da Axios giovedì, il governo venezuelano starebbe valutando la possibilità di ritirarsi da quell’Opec che il paese aveva contribuito a creare nel 1960. Un nuovo colpo al già declinante blocco dei produttori di greggio, potenzialmente letale dopo l’abbandono degli Emirati Arabi ad aprile, ma che consentirebbe al Venezuela di avere le mani più libere per gestire, naturalmente sotto il controllo degli Stati Uniti, la sua capacità produttiva.

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