28/06/2026
da il Manifesto
Libano Il ritiro delle truppe israeliane comincerà dopo che saranno resi noti i dettagli. E i dettagli si definiranno dopo che sarà cominciato il ritiro
Se la storia fosse fatta di dichiarazioni, il 26 giugno 2026 sarebbe un giorno memorabile: il Libano riconosce Israele e Israele assicura di non avere ambizioni territoriali in Libano. I due paesi escono formalmente dallo stato di belligeranza.
Una condizione in cui sono dalla loro nascita, da circa ottant’anni. Ma la storia è fatta anche di dettagli. Che nell’accordo-quadro firmato a Washington mancano quasi del tutto.
C’è è una cornice, tutta americana, confezionata con un occhio alle elezioni israeliane di ottobre e uno a quelle di medio termine negli Stati uniti di novembre. Quello che non c’è è il contenuto nella cornice. Perché il cuore dell’accordo, il cosiddetto «allegato di sicurezza», deve ancora essere scritto: le parti hanno firmato un’intenzione ma i dettagli verranno dopo, con gli americani seduti al tavolo.
La sequenza prevista è questa: primo, il disarmo di Hezbollah e degli altri gruppi armati non statuali e delle loro infrastrutture. Secondo, il ritiro progressivo israeliano dal territorio libanese, a partire da «zone pilota». Terzo, l’esercito libanese diventa progressivamente l’autorità effettiva in quelle zone, poi nell’intero paese. Quarto, arrivano i soldi della ricostruzione (ma non iraniani) e la gente torna a casa. Sulla carta, ha una sua logica. Sul terreno, ha almeno tre buchi enormi.
Il primo: le «zone pilota» da cui Israele si ritirerebbe: i media libanesi indicano un’area circoscritta a sud di Nabatiye, forse il castello di Beaufort, e un’altra nella regione di Wazzani, che non è mai stata teatro di guerra in senso stretto. Ritirarsi da Wazzani costa poco a Israele mentre non sembra ci sia accordo sull’eventuale altra «zona pilota». In ogni caso, le altre zone «saranno determinate di comune accordo», ma solo dopo che sarà stato attuato quanto previsto nell’«allegato di sicurezza» ancora da scrivere.
La geometria è questa: i ritiri reali vengono dopo i dettagli, e i dettagli vengono dopo che i ritiri iniziali avranno dimostrato qualcosa. Nel frattempo, i droni e i jet israeliani continuano a sorvolare lo spazio aereo libanese. Le ruspe continuano a demolire nell’estremo sud. E Israele afferma di non avere ambizioni territoriali in Libano, in un paese dove segmenti crescenti del proprio elettorato chiedono la colonizzazione almeno fino al Litani.
Il secondo buco: il disarmo di Hezbollah. Non si capisce come il governo libanese, tramite un esercito che gli americani sostengono da anni senza risultati definitivi sul fronte della sovranità, riuscirebbe a smantellare la struttura militare e sociale del Partito di Dio. Non è una questione tecnica. È una questione politica. Nel governo libanese siedono due ministri di Hezbollah, perché nel sistema i governi devono includere tutte le comunità politico-religiose in virtù di un patto di convivenza non scritto ma inviolato da decenni. L’accordo firmato a Washington separa il Libano dall’equazione iraniana, mette Hezbollah alla porta di uno Stato di cui è però parte integrante. Questo «altro Libano» che si stacca da Hezbollah esiste. Ma non cancella l’«altro Libano» che non ci sta.
Terzo buco: i soldi. La ricostruzione del sud sarà finanziata dai paesi arabi del Golfo, gli unici con casse sufficienti a comprare influenza politica, ma non è detto che a Riad, Doha e Abu Dhabi abbiano fretta di investire in un simile esperimento. Inoltre, si specifica che i fondi non dovranno essere iraniani e che non dovranno arrivare a Hezbollah: non si capisce come il governo di Beirut riuscirà in pratica a controllare canali di finanziamento che attraversano reti informali radicate da quarant’anni nel tessuto del sud libanese.
Tutto questo non significa che l’accordo sia carta straccia. Significa che è, per ora, una cornice senza quadro. L’altro Libano, quello delle massicce e sentite celebrazioni dell’Ashura a Nabatiye, quello degli sfollati che sono tornati anche solo per dire «ci siamo», quello che ha fatto sentire la propria voce nelle proteste delle ultime ore, non si cancella con una firma. Non sono marionette di Teheran: sono libanesi che vivono sotto il fuoco incrociato da anni e che, a torto o a ragione, identificano in Hezbollah l’unica forza che li protegge in assenza di uno Stato a dir poco latitante. Delegittimarli come appendice iraniana è, oltre che sbagliato, politicamente controproducente.
È però assai improbabile che la spaccatura porti alla guerra civile. Il contesto è radicalmente diverso dal 1983, quando un accordo tripartito con Israele saltò in pochi mesi: allora infuriava davvero la guerra civile, la Siria di Asad padre era una potenza regionale, l’Iran di Khomeini era in grande ascesa e Hezbollah in fase di fondazione e decollo. Oggi la Siria di Ahmad Sharaa assomiglia più a una filiale turco-americana che a un attore indipendente. E il Libano profondo, quello delle basi intermedie dei potentati verticali, dei capi comunitari che gestiscono il sistema con logiche clientelari, non vuole la guerra civile. Nessuno, filo-americani e filo-iraniani compresi, ha un reale interesse a portare il paese allo scontro fratricida aperto. Il nodo reale, quello che l’accordo non tocca e che nessun allegato di sicurezza potrà risolvere per decreto, è strutturale: un paese che da decenni non produce, non tassa, non si difende da solo, che ha esternalizzato la propria sicurezza in parte all’Iran e in parte agli Stati uniti, con un’economia basata sulle rimesse della diaspora, non costruisce sovranità firmando a Washington. La firma può essere un punto di partenza, se la sequenza verrà rispettata e se i dettagli che mancano verranno riempiti in modo equo.

