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Lacrime di coccodrillo, Starmer esce di scena senza capire il perché

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Politica estera 

23/06/2026

da Il manifesto

Leonardo Clausi

British museum Davanti al numero 10 di Dowing street piange ed elenca i suoi meriti: l’addio del primo ministro delle mille retromarce

Il sesto primo ministro britannico in dieci anni esce di scena elencando i suoi meriti. Ieri mattina “Sir Keir” ha dato le dimissioni – partorite dopo le doglie di un bucolico weekend solo con la famiglia e i più vicini fra i suoi. Poche ore dopo Andy Burnham, il neodeputato di Makerfield che si è procurato quel seggio come lasciapassare per sostituirlo – umiliando nel contempo il candidato del Reform Uk di Nigel Farage -, prestava giuramento ai Comuni in mezzo ai sorrisi e ai sospiri di sollievo. Ne prenderà il posto probabilmente assai presto, da giorni cogita su quale ministero affidare a chi. Alla fine niente effetto domino, né pioggia di ministri dimissionari ad assediare un leader e i pochi suoi rimasti nel bunker. Starmer ha fatto “la cosa giusta”: ha preso il suo bravo leggio davanti a Downing Street e si è deposto motu proprio per il bene del partito. Un breve discorso permeato di opinabile orgoglio il suo, concluso dalle ormai consuete quasi-lacrime.

LA MALAPIANTA dell’antisemitismo dal partito? Sradicata. Un Partito Laburista «in bancarotta» ereditato sei anni fa, politicamente, finanziariamente e moralmente allo sbando? Salvato. La fiducia nelle istituzioni in materia di economia, difesa e sicurezza nazionale? Ripristinata. L’orgoglio nazionale? Ritrovato. Una maggioranza schiacciante alle elezioni politiche (di due anni prima) quando i critici lo ritenevano impossibile? Ottenuta. Il più consistente aumento della spesa per la difesa dai tempi della Guerra Fredda? Attuato. Proprio mentre parla della famiglia a lui tanto cara con voce rotta, viene sommerso dall’ormai quasi molesto Inno alla gioia euro-beethoveniano sparato a tutto volume poco distante da Steve Bray, il soggetto con il cilindro che da sempre protesta contro Brexit davanti a Westminster a dieci anni – oggi esatti – dal referendum sulla permanenza nell’Ue. Un farsesco controcanto che non sarebbe dispiaciuto a Karl Kraus e che simboleggia l’amore non corrisposto di un politico per i suoi elettori. Se sei l’unico a piangere, non è vera commozione.

MA PERCHÉ TANTO ODIO nei confronti del primo ministro meno amato del Regno dai tempi di Robert Walpole (1721-1742), e che nemmeno due anni fa si installava fra le fanfare a Downing Street forte di un battaglione di 403 deputati? È facile dimenticare che i sondaggi sul suo gradimento sono stati sempre pessimi e che Starmer, un avvocato incapace di connettersi umanamente con i suoi simili, ha vinto un’elezione persa dai conservatori per la nausea che quattordici anni di loro dominio avevano instillato nel paese. Questo quanto al “carisma”. Ci sono poi i problemi politici veri.

Nonostante avesse promesso di sanare la frattura fra sinistra e destra del partito, difendere la libera circolazione, aumentare le tasse ai ricchi, abolire la Camera dei Lord e nazionalizzare i servizi pubblici, Starmer ha governato accettando regalie da milionari mentre flirtava con la retorica razzista sull’immigrazione. Una vacuità politica al solito contrabbandata come “pragmatismo” ne ha fatto l’uomo delle mille retromarce.

LA PRIMA È STATO purgare la sinistra del suo predecessore, il mite Jeremy Corbyn, dopo essersi fatto eleggere leader con un’agenda di continuità su buona parte del programma socialista di quest’ultimo, finendo per cacciarlo dal partito dandogli dell’antisemita solo perché amico dei palestinesi. Ha tolto l’indennità invernale per il riscaldamento ai pensionati per poi parzialmente reintrodurla quando ormai il danno politico di questa misura sociopatica era bell’e fatto. Stesso dicasi per l’altrettanto detestato tetto massimo per l’assegno familiare fissato alle famiglie con soli due figli: anch’esso difeso e poi abolito. Non va dimenticata la nomina del monello Peter Mandelson ambasciatore a Washington mentre in accappatoio percolava segreti a Jeffrey Epstein.

MA SARANNO I VOLTAFACCIA etici e morali a lordare la memoria dell’ex avvocato dei diritti umani: prima il suo avallare il genocidio e i crimini di guerra commessi da Israele a Gaza – l’intervista a Lbc radio dell’ottobre 2023 in cui approvava il taglio di acqua ed elettricità ai civili; poi la complicità militare nella sistematica devastazione una volta premier, tardivamente corretti col riconoscimento della Palestina. Nel maggio 2025 sfodera il discorso su quella «nazione di stranieri» che era diventata la Gran Bretagna per colpa dei migranti – anch’esso poi frettolosamente abiurato. Dell’unico risultato concreto per cui probabilmente verrà ricordato – il “ni” a Trump sulla guerra in Iran – non ha fatto menzione, nonostante l’essersi guadagnato l’epiteto di “non-Churchill” da parte del presidente della superpotenza canaglia. Starmer inizialmente sapeva sussurrare bene al presidente americano. Ma ultimamente, si sa, i suoi sussurratori non se la passano granché.

CI SARANNO ELEZIONI anticipate? Non è da escluderlo. La porta girevole del numero Dieci di Downing Street è ormai ben oliata dall’uso. Avanti il prossimo.

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