11/04/2026
da Il Manifesto
Il fondo del barile Il greggio spot (consegna subito) tocca i 147 dollari, quello futures (consegna a giugno) è sotto i 100. È così conteso che non si trova più
La tregua annunciata tra Stati Uniti e Iran avrebbe dovuto segnare una svolta, almeno sul fronte energetico. In teoria. Perché nello Stretto di Hormuz – ancora saldamente sotto controllo iraniano – la realtà racconta altro. Mercoledì, primo giorno pieno dopo l’accordo, sono transitate appena 5 navi. Nessuna petroliera. Nei giorni precedenti, pur con i combattimenti in corso, il traffico era ridotto ma non così: 10 navi al giorno, circa. Comunque poca cosa rispetto alle oltre 100 imbarcazioni che passavano regolarmente prima del 28 febbraio.

Oggi le navi devono coordinarsi preventivamente con Teheran per poter transitare, mentre resta sul tavolo l’ipotesi di un pedaggio di circa un dollaro a barile per le petroliere, che possono trasportarne oltre due milioni per viaggio.
LE CONSEGUENZE si vedono soprattutto nel mercato fisico, quello del petrolio consegnato subito. Come riporta il Financial Times, raffinerie europee e asiatiche fanno a gara per assicurarsi i carichi disponibili, nel tentativo di compensare quelli bloccati nel Golfo Persico. Kpler – società specializzata nel tracciamento dei flussi di materie prime – ha rilevato che ben 68 petroliere vuote sono state dirottate verso gli Usa, il cui export di greggio è aumentato ad aprile del 30%. Un affare d’oro per le major americane, che stanno vendendo all’estero a prezzi stellari. Molto meno per i cittadini statunitensi, che alla pompa, complice la speculazione, pagano il carburante quasi il doppio (benzina +40%, diesel +53%).
La corsa ai barili ha spinto i prezzi a livelli eccezionali. Il «Forties Blend» – uno dei greggi del benchmark Brent, principale riferimento mondiale per il petrolio scambiato via mare – ha toccato ieri 140-147 dollari al barile, superando persino i picchi della grande crisi finanziaria del 2008. Si tratta di prezzi reali, pagati per consegne immediate. Ed è qui che emerge la frattura. Mentre il greggio spot (consegna subito) raggiunge livelli record, il greggio Brent futures – consegna a giugno – resta intorno ai 96-97 dollari. Una differenza enorme, che segnala una distanza crescente tra la realtà materiale del mercato e le aspettative finanziarie.
Quando il prezzo spot supera quello delle scommesse (futures) si entra in «backwardation»: il petrolio oggi vale molto più di quello di domani. Può capitare. Ma in questo caso la «backwardation» è estrema e riflette una vera emergenza.
ALTRI SEGNALI confermano la tensione: gli scambi si spostano fuori dai circuiti ufficiali, molte infrastrutture energetiche nella regione del Golfo sono danneggiate e la capacità produttiva di alcuni Paesi chiave è ridotta. Anche in caso di riapertura completa di Hormuz, pertanto, ci vorrebbero settimane per riportare i flussi a un livello regolare.
Intanto, una lettera dell’associazione degli aeroporti europei (Aci Europe) avverte che le riserve di carburante per l’aviazione negli scali europei si stanno rapidamente assottigliando. Gli aeroporti dell’Ue rischiano una «carenza sistemica» di jet fuel se il traffico di combustibile non riprenderà stabilmente entro tre settimane, con effetti pesanti sulla connettività e sull’economia continentale.
Fin qui la dimensione del mondo reale: scarsità, logistica bloccata, ricadute sulla vita quotidiana. Tradotto: carburanti più cari, inflazione, difficoltà crescenti per le classi popolari e per il sistema produttivo.
POI CI SONO i mercati finanziari. I futures, molto più bassi dei prezzi spot, riflettono la scommessa che la crisi sia temporanea. La finanza guarda già oltre l’emergenza, prezzando un ritorno alla normalità che sul terreno non si vede. Ed è proprio in questo scarto che si inserisce la speculazione. Un esempio. Nelle ore precedenti all’annuncio della tregua si sono registrati movimenti anomali: circa 950 milioni di dollari puntati sul ribasso del petrolio, attraverso vendite massicce di futures concentrate in un arco di tempo brevissimo. Poco dopo, l’annuncio del cessate il fuoco ha effettivamente fatto crollare i prezzi finanziari.
EPISODI SIMILI, già osservati in prossimità di altri annunci del tycoon, alimentano il sospetto che qualcuno disponga di informazioni in anticipo. Numeri. Negli anni pre-guerra si scambiavano circa 300.000 lotti di futures sul Brent al giorno; nelle ultime quattro settimane i volumi sono raddoppiati, superando 1 milione di lotti quotidiani, pari a 1 miliardo di barili negoziati.
L’analista Vandana Hari, Ceo di Vanda Insights, avverte: «Il mercato dei futures rischia di diventare il terreno di gioco esclusivo degli speculatori, un covo di insider trading».
DUE MONDI contrapposti. Da un lato, navi ferme, rotte insicure, scarsità fisica, prezzi che pesano sulla vita materiale delle persone. Dall’altro, la crisi come opportunità di profitto. Nulla di nuovo nel capitalismo contemporaneo. A parte la spregiudicatezza del biscazziere-in-chief della Casa Bianca.

