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L’agenda atlantica si può strappare

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11/07/2026

da Il Manifesto

Emiliano Brancaccio

Nato Una prova di inattesa resilienza per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale»

Per un’istituzione che pochi anni fa Trump considerava «obsolescente» e Macron reputava affetta da «morte cerebrale», la Nato sta dando prova di inattesa resilienza. Ad Ankara i membri dell’alleanza atlantica hanno tutti ribadito l’obiettivo cruciale: la cosiddetta spesa per la difesa deve salire al 5 percento del Pil entro il 2035, un incremento complessivo di oltre 1200 miliardi di dollari. Nel caso dell’Italia, Meloni e Giorgetti avevano già assunto l’impegno di portare la spesa militare al 2,5 percento del Pil nel 2028, un aumento di ben 40 miliardi rispetto al 2020. Ma non basta. Al vertice Nato, Meloni ha dovuto ribadire il target del 5 percento, che porterà il finanziamento della difesa su un picco da 150 miliardi.

Per avere un ordine di grandezza, si tratterebbe del più vertiginoso incremento mai registrato da una specifica voce di spesa pubblica dal dopoguerra ad oggi, un multiplo del tanto lamentato aumento dell’onere pensionistico.

La spesa complessiva per la difesa supererebbe anche il tetto del 4 percento raggiunto nel 1952, in piena guerra fredda. Utilizzando le stime dell’Ageing Report della Commissione Ue, il bilancio della difesa diventerebbe tre volte più grande della spesa per l’assistenza, una volta e mezzo più grande della spesa per l’istruzione, quasi uguale alla spesa sanitaria.

Come sostenere un tale boom di spesa militare? Insufflata da Crosetto, Meloni timidamente puntualizza agli alleati Nato che l’obiettivo del 5 percento è cosa splendida e giusta, ma dovrebbe favorire più Leonardo che Lockheed, cioè più la produzione militare nostrana che l’importazione di armi americane. Anche per questo Trump le ruggisce contro.

Ammesso che riesca a trovare una quadra col capo della Casa bianca, il problema di Meloni sta nella flebile logica del ragionamento. Le speranze della premier sono riposte in una sorta di “riarmo keynesiano”, che aumenti la produzione nazionale, i redditi interni e quindi anche le entrate fiscali, abbastanza da finanziarsi da solo senza gravare troppo sulle altre voci di bilancio. Vano auspicio, verrebbe da dire. Persino il Fmi, che impudicamente ha sposato la causa bellica, ammette che in larga misura la maggior spesa militare europea dei prossimi anni si tradurrà in importazioni dall’apparato militare-industriale Usa.

L’implicazione macroeconomica è inquietante. Con le regole attuali, rispettare gli impegni Nato ad aumentare la spesa per la difesa significherà determinare un abbattimento di portata storica delle altre voci di bilancio: nuovi tagli su assistenza, previdenza, istruzione, ricerca e sanità, che dovranno dare fino a 100 miliardi in una legislatura e poco più. Se l’austerity aveva messo in ginocchio il welfare, la nuova economia del riarmo potrebbe cancellare ogni traccia della sua precedente esistenza.

Certo, si può obiettare che i più immani sacrifici sono benvenuti se servono a difenderci da aggressioni nemiche. Con l’invasore militare russo in perenne assetto di guerra e l’invasore economico cinese che si spande fino al mediterraneo, rinunciare al burro per dotarci di cannoni pare a molti razionale, per non dire scontato.

Questa argomentazione, tuttavia, non tiene conto di un fatto. Il boom militare sancito dai vertici Nato si proietta in larghissima misura ben oltre i confini dei paesi membri. Dall’Ucraina, all’Iran, ai canali di transito marittimi, alle acque internazionali, l’attuale ottica del riarmo non pare affatto difensiva ma classicamente imperialista.

Ovviamente, chi nega che pure russi e cinesi abbiano vocazioni espansioniste non capisce niente delle attuali tendenze mondiali alla guerra capitalista. Ma bisogna ammettere che i capitali dei “nemici” stanno facendosi largo con brutalità ancora relativamente modesta, a confronto con la violenza codificata nel sangue dei milioni di morti che l’imperialismo occidentale ha causato nel mondo.

E qui viene la questione chiave, finora sottaciuta. Più si consolida la corsa Nato agli armamenti, più sembrano infiacchirsi i tentativi, che pure erano stati accennati, di intavolare trattative sulle profonde radici capitalistiche dei conflitti odierni e sull’urgenza di ristabilire “condizioni economiche per la pace” a livello globale.

In altre parole, abbracciare l’agenda Nato del riarmo sta implicando che la guerra, e solo la guerra, venga intesa quale unico mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. Con le madri e i padri costituenti che sempre più si rivoltano nella tomba.

In un tale, orrido scenario, dovrebbe esser considerato lecito sollevare una domanda politica.

La politica del riarmo Nato, alla quale il governo Meloni si è sottomesso, costituisce un destino inesorabile? Si tratta cioè di una traiettoria governata da un “pilota automatico”? O è possibile immaginare un’uscita da questo sentiero di militarizzazione forzata?

È evidente che il problema consiste nella praticabilità o meno di uno sganciamento dall’unanimismo Nato in materia. I gradi del distacco, a tale riguardo, possono esser diversi. Un esempio morigerato è il tentativo del premier spagnolo Sánchez di appellarsi a un suo discusso scambio epistolare col capo della Nato su come parzialmente derogare all’obiettivo del 5 percento. Non sta trovando sponde ma almeno ha smosso la palude del “consensus”.

Un’ipotesi più forte sarebbe l’applicazione di veti alle prossime decisioni dell’alleanza atlantica, una strategia che negli ultimi tempi sta facendo la fortuna della Turchia. Più radicale ancora sarebbe una versione riveduta dello storico distacco dal comando militare integrato, sul modello della Francia del generale De Gaulle. All’estremo delle possibilità, infine, ci sarebbe la scandalosa uscita dalla Nato, in una posizione simile a Irlanda e Austria.
Il menu politico è vario, va dal prudente al sovvertente. Si tratta di capire quale ricetta consenta di dire “no” agli irresponsabili impegni di spesa militare, prima che mandino i bilanci pubblici allo scasso. Ne vogliamo discutere?

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