20/06/2026
da il Manifesto
Andrea Colombo
Independence Day Intervistato da La7, il presidente Usa attacca a sorpresa l’alleata italiana: «Mi ha implorato di fare una foto con lei, mi ha fatto pena»
È la cronaca di un disastro non annunciato né previsto. Una tempesta che scoppia all’improvviso e travolge ogni illusione di poter ricostruire un rapporto, se non più privilegiato, almeno di forte vicinanza con gli Usa di Trump. Lo scambio di schiaffoni e insulti va avanti tutto il giorno: botta e risposta. «Meloni mi ha fatto pena». «Dispiace che Trump non abbia la stessa determinazione con i nemici dell’occidente». «Giorgia era una mia fan ma non la voglio come fan dal momento che lei, come il gruppo della Nato, non c’era per Hormuz». La pace non tornerà, potrà tutt’al più essere mimata. Giorgia Meloni, che alla riconciliazione mirava davvero ed era felice dei passi avanti che riteneva di aver fatto a Evian, non può che esserne immensamente contrariata.
A PALAZZO CHIGI fioccano le ipotesi sul perché Trump abbia deciso di andare giù con tanta pesantezza, con l’intento di umiliare Meloni: «Non ero tenuto a parlarci…Mi ha implorato di fare una foto con lei». L’intervista telefonica con il giornalista Daniele Compatangelo, diffusa dalla 7, arriva in traduzione italiana e senza l’audio originale per precisi accordi con lo staff della Casa Bianca. Sarebbe del tutto fuori luogo mettere in dubbio la fedeltà della traduzione ma così si perde l’intonazione che sarebbe di una certa utilità.
Impossibile dire cosa abbia spinto il rancoroso Donald a mostrarsi tanto sprezzante. Forse il malumore per quei meme che inondano i social americani e nei quali sembra uno scolaretto imbarazzato di fronte alle rampogne dell’italiana. Più probabilmente non gli sia piaciuto sentirla rivendersi come pace fatta quello che era invece solo un passetto sulla strada di una riappacificazione ancora lontana.
LA PREMIER E L’INTERO governo prendono malissimo gli insulti presidenziali. Il ministro degli Esteri Tajani cancella il viaggio a Miami in programma. Il governatore della Lombardia Fontana, in procinto di partire per gli Usa, disferà i bagagli poco dopo. Salvini abbraccia l’umiliata e offesa: «Chi attacca Giorgia attacca tutti noi». Ministri e pezzi grossi dichiarano tutti: uno più sdegnato dell’altro. Ad addolcire la pillola arriva la telefonata di Sergio Mattarella, che poi garantirà piena solidarietà alla premier sbeffeggiata. Passaggio centrale per palazzo Chigi: significa che a sentirsi offeso non è il governo italiano ma lo Stato, anzi «la nazione».
ANCHE PER MATTARELLA una reazione immediata è necessaria ma a dosare il volume di fuoco è la premier. È lei a decidere di alzare ancora il tiro. La rissa è uno smacco per chi, come lei, fino a ieri mattina si rivendeva gli incontri di Evian come prova di un rapporto con la Casa Bianca «immutato». Però Meloni fa di necessità virtù e sfrutta l’occasione: «Dichiarazioni totalmente inventate. Sono allibita. Non so perché Trump si comporti così con gli alleati. Con i nemici dell’Occidente si dimostra molto più accondiscendente». Non c’è bisogno di specificare a quali nemici alluda: Putin, Xi, ma anche gli ayatollah, perché Roma è convinta che la pace di Trump sia una resa. E conclude dura: «Io e l’Italia non imploriamo mai».
SAREBBE REPERTORIO se non ci fosse quell’accusa rivolta al maleducato di Washington: feroce con gli amici e servile con i nemici. Vuol dire bruciarsi i ponti alle spalle ma a questo punto Meloni si è convinta che la sponda con gli Usa è persa per sempre. Dunque, da un lato prova a scrollarsi di dosso ogni ombra di complicità con un presidente Usa detestato dagli italiani, dall’altro si misura direttamente con Vannacci cercando di dimostrare che quella davvero tosta, pur senza la divisa, è lei.
Almeno da questo punta di vista fa centro. Il comunicato di piena solidarietà del generale come stile somiglia all’indimenticabile Vogliamo i colonnelli di Mario Monicelli, con «la Patria» citata quattro volte in cinque righe, ma politicamente segna un avvicinamento chiaro.
CON L’ECCEZIONE DI CONTE, che trasforma una apparente dichiarazione di solidarietà in coltellata, anche l’opposizione solidarizza. Elly Schlein fa passare ore prima di esprimersi ma in compenso è netta: «Attacchi inaccettabili da respingere con forza». Però non rinuncia a segnalare il totale fallimento della strategia perseguita a lungo dalla rivale: «Ci aspettiamo che la destra capisca quanto è stato sbagliato un atteggiamento remissivo».
AL CONSIGLIO EUROPEO di Bruxelles, cioè sul campo nel quale Meloni mirava a recuperare l’ombrello un tempo garantitole dall’amicizia con Trump, solo il “nemico” Sanchez solidarizza apertamente con la premier italiana. Macron si tiene a metà strada: «Sono stupito. Ne discuterò con Meloni». Merz ammutolisce. In privato, giurano da Chigi, fioccano gli attestati di solidarietà. Meglio evitarli in pubblico però, per non turbare la pace appena raggiunta con il potente e pericoloso Donald. Ma l’ultima bordata del presidente, l’attacco non solo a Meloni ma a tutta la Nato indica piuttosto chiaramente che quella pace durerà pochissimo.

