«Se non faranno un accordo, saranno bombardamenti come non li avete mai visti». Le parole di Donald Trump alla NBC per spingere l’Iran a firmare un trattato sul nucleare, sono da prendere sul serio? O fanno parte, della sua dottrina, di ‘bastone e carota’, per indurre gli ayatollah a smetterla di tirarla per le lunghe, sperando nel frattempo di accumulare altro uranio arricchito?
La prima bomba atomica iraniana è vicina
Perché, di questo si tratta: il tempo sta scadendo e l’intelligence israeliana, che si muove in stretta collaborazione con quella Usa, ha ormai lanciato l’allarme definitivo. In sostanza, l’Iran sarebbe molto vicino a fabbricarsi la sua prima ‘bomba’. Quindi: bisogna assolutamente accelerare, dicono a Tel Aviv. Dentro o fuori. A quanto pare, però, i tentativi di fare faticosamente ripartire la macchina delle trattative finora sono falliti e ora Trump e gli israeliani hanno il dito sul grilletto.
Problemi interni iraniani
Alì Khamenei, la Guida suprema della teocrazia persiana, stretto tra le minacce di Trump e le esigenze (sempre pressanti) di mantenere i fragili equilibri esistenti tra le fazioni clericali al potere, ieri ha risposto. Certo, i margini di manovra sono quelli che sono, e alla retorica incendiaria di una volta si è sostituita una «dialettica franca», ma molto più diplomatica. A nessuno, in questo momento, conviene gettare altra benzina sul fuoco. Soprattutto agli ayatollah, confusi dal riavvicinamento tra Mosca e Washington e preoccupati per le disastrose condizioni finanziarie ed economiche del Paese. «Minacciano di farci del male», ha dichiarato Khamenei durante un discorso in occasione dell’Eid al-Fitr, la festività per la fine del mese del Ramadan. «Se ciò verrà attuato – ha aggiunto – riceveranno sicuramente un forte contrattacco».
Moderatismo degli ayatollah
Una risposta che sembra proprio modellata dalla volontà di non esacerbare ulteriormente gli animi. Impressione confermata anche dalla presa di posizione del portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei. «Una minaccia aperta di bombardamento da parte di un capo di Stato contro l’Iran – ha scritto sulla piattaforma X il funzionario – è un affronto scioccante all’essenza stessa della pace e della sicurezza internazionale». Baqaei, inoltre, ha parlato di conseguenze non specificate «se gli Stati Uniti dovessero scegliere la strada della violenza». E, per finire, ha poi annunciato che il governo iraniano ha deciso di convocare l’incaricato d’affari dell’Ambasciata svizzera, che rappresenta gli interessi degli Usa in Iran, «a seguito delle minacce del Presidente degli Stati Uniti».
Una risposta ‘soft’ costretta
Come si vede, una risposta decisamente ‘soft’, che rispecchia una situazione sul campo molto chiara. E cioè, quella di un regime iraniano in palese difficoltà. Non a caso, proprio l’altro ieri, è giunta l’ennesima mazzata per l’economia di Teheran: il Rial, la valuta nazionale, ha continuato a sprofondare. Ora, con tutto quello che ciò significa, per avere un solo dollaro ci vorrà l’astronomica cifra di un milione di Rial. Con questi chiari di luna, basta sbagliare una mossa per ritrovarsi una rivoluzione nelle strade. Ecco perché, forse, Trump ha scelto il momento giusto per mettere le sue mani alla gola della teocrazia persiana. In effetti, la minaccia del Presidente americano è sostenuta da una serie di movimenti di logistica militare, che fanno pensare alla possibilità di un’azione imminente contro Teheran.
Gli iperbolici B2 nell’oceano indiano
In particolare, come abbiamo già scritto nei giorni scorsi, l’US Air Force ha dislocato diversi bombardieri strategici B-2 sull’isola di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano. Le immagini satellitari indicano che quattro bombardieri stealth con capacità nucleare e almeno 10 aerei cargo C-17 sono arrivati nella base. Adesso, grazie alle ulteriori informazioni raccolte da Al Monitor, il think tank specialista di Medio Oriente, siano in grado di aggiungere dettagli che completano le finalità strategiche di tutta l’operazione, e cioè che Trump ha voluto mandare un ultimatum a Khamenei. Scrive Al-Monitor: «Tracker open source, alla fine della scorsa settimana, hanno anche segnalato che gli USAF F-35 Joint Strike Fighters si stavano dirigendo verso Israele dall’Italia meridionale».
Troppi aerei d’attacco Usa
I funzionari della difesa non hanno voluto divulgare lo scopo dello spiegamento dei B-2 e gli schieramenti degli F-35 non sono stati confermati pubblicamente. Ma la comparsa dei bombardieri strategici sui siti di tracciamento ‘open source’ suggerisce che il Pentagono intendeva che fossero rilevati. Il B-2 è uno dei soli due tipi di bombardiere USAF in grado di trasportare la GBU-57 MOP, una bomba bunker-buster convenzionale da 30 mila libbre che si pensa sia necessaria per penetrare negli impianti sotterranei di arricchimento nucleare dell’Iran. L’altro è il B-52. «I funzionari israeliani – conclude lapidario Al Monitor – hanno esortato l’Amministrazione Trump a lanciare attacchi aerei strategici a lungo raggio, nel tentativo di smantellare il programma di arricchimento dell’uranio del Paese, rilanciando anni di urgenza segreta su come affrontare insieme la minaccia iraniana».
La scorsa settimana al senato Usa
Tulsi Gabbard, direttrice dell’Intelligence nazionale Usa, davanti al Senato, ha sostenuto che «le scorte di uranio arricchito dell’Iran hanno raggiunto i livelli più alti e non hanno precedenti per uno Stato privo di armi nucleari». Stiamo parlando di circa 240 kg. di uranio arricchito al 60%. Troppo per usi civili. La verità è che, col bubbone ucraino ancora aperto, Trump è restio ad aprire un altro fronte. Anche se le pressioni degli israeliani si stanno facendo insostenibili.
01/04/2025
da Remocontro