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Lavoro, non schiavitù. Il dolore e la rabbia riempiono Amendolara

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Lavoro

07/06/2026

da Il Manifesto

Luciana Cimino

La risposta della città Migliaia di persone rispondono all’orrore dei braccianti arsi vivi. Ci sono il sindacato e i leader del centrosinistra, assente la Regione

Il comizio davanti alla stazione di Amendolara è finito. Alla spicciolata i manifestanti tornano verso le macchine o i bus che li hanno portati in Calabria dal resto d’Italia. Le ferrovie alle spalle sono giusto un’intuizione, passano due treni al giorno. Il trasporto è affidato ai bus dei privati che percorrono i paesi calabresi per portare gli studenti nelle scuole delle città. Come Castrovillari o Sibari, a malapena collegate tra loro. Il capoluogo da qui dista solo 180 chilometri ma per arrivare da Catanzaro ad Amendolara con i mezzi servono 9 ore e tre cambi.

LA NUOVA CITTÀ della della Regione Calabria si trova lì, ma non in centro: è un palazzo faraonico che si staglia nel nulla. Un cubo di cemento in mezzo agli ulivi e ai fichi d’india. Da lì al distributore della 106 dove l’1 giugno sono stati arsi vivi quattro braccianti – Waseem Khan, pachistano di 29 anni, e gli afghani Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Ullah Ismat Qiemi,19 anni, e Safi Iayjad, 27 anni – in macchina sono invece solo due ore. Eppure nessuno della giunta regionale guidata dal forzista Roberto Occhiuto è venuto a portare un segno di vicinanza. Neppure l’assessore all’Agricoltura, Gianluca Gallo (mister preferenze alle scorse elezioni con oltre 30 mila voti) che vive a Cassano Ionio, a venti minuti dal luogo dove sono stati uccisi quattro braccianti, si è fatto vedere. «Dice che va in giro per il mondo a sponsorizzare le eccellenze calabresi ma dimentica come vengono prodotte», nota uno dei sindaci della piana della Sibaritide in corteo. La loro fascia tricolore è l’unico segno istituzionale della manifestazione. «La destra regionale vuol far passare l’episodio come una guerra fra migranti», spiega Giovanni, della Cgil di Catanzaro, mentre la coda del corteo arriva davanti alla stazione.

Saranno stati 5 mila i manifestanti, un’enormità per la zona. Ci sono i lavoratori agricoli di Mezzocannone, i veneti, gli operai dell’Emilia Romagna che hanno fatto 20 ore di viaggio per una manifestazione di due. «L’abbiamo organizzata in due giorni, è stato un miracolo – commenta il segretario generale della Flai, Giovanni Mininni – abbiamo intercettato un sentimento di sgomento davanti alla barbara uccisione di lavoratori che vivevano in semi schiavitù, che andava espresso, c’era bisogno di incanalare energia per costruire la riscossa». Accanto a lui c’è il leader della Cgil, Maurizio Landini, coperto da un cappello di paglia perché il sole sulla strada statale 106, su cui si sviluppano i paesi della costa, picchia fortissimo.

ARRIVA LA SEGRETARIA del Pd Elly Schlein, poi Nicola Fratoianni di Avs e Maurizio Acerbo del Prc. E una delegazione del M5S capitanata dall’europarlamentare Pasquale Tridico. Un manifestante li ferma e chiede loro di azzerare i vertici locali dei partiti del campo progressista. Poi si scusa «per i modi concitati ma la questione c’è». «Non mi aspettavo di vederli davvero arrivare qui – spiegherà poi ai cronisti – volevo giusto illustrare la situazione». I leader del campo largo convergono su un punto: l’inerzia del governo. «Due anni fa ha nominato un commissario per il superamento degli insediamenti abusivi, dei ghetti, avevano 200 milioni a disposizione del Pnrr, ne hanno utilizzate meno del 10%», sottolinea Fratoianni. «Sarebbe opportuno immaginare anche una procura specializzata contro le agromafie, lo sfruttamento è una piaga strutturale come opposizione siamo disponibili a fare la nostra parte anche in parlamento», assicura Schlein.

Prende la parola Fabio Ciconte, in rappresentanza di Terra Comune/Terra non guerra, una coalizione formata da oltre 50 realtà tra sindacati, aziende agricole, associazioni biodistretti: «Il ministro dell’Agricoltura Lollobrigida non è venuto, fa dichiarazioni parlando di mele marce ma il caporalato è parte integrante del sistema produttivo di questo paese, lo dico alla sinistra: mettete al centro dell’agenda politica il tema dell’accessibilità al cibo».

«Bisogna uscire dall’ipocrisia e dire basta a questo sistema di fare impresa – tuona Landini – non è un problema che riguarda qualche migrante, c’è bisogno di una reazione da parte di tutti i soggetti politici, istituzionali, imprenditoriali per poter invertire questa tendenza e bloccare questo sfruttamento che sta portando alla morte delle persone».

AL MEGAFONO È LUIS, operaio edile, a citare il convitato di pietra: la legge Bossi-Fini. «È quello il problema, inutile girarci attorno, siamo venuti qui per lavorare non per finire schiavi». È arrivato dal Ghana a Lampedusa che non era neanche maggiorenne. Ha lavorato, sempre a nero, nei cantieri di mezza Italia e intanto si è sindacalizzato e ora aiuta gli altri migranti a trovare tutele. Maria soccorsa lo ascolta dal suo cortile. Ha lavorato per 40 anni in Germania, alla Bosch, e quando è andata in pensione è tornata in Calabria. «Sono con loro perché anche io mi ribellavo quando mi trattavano male».

FINITA LA MANIFESTAZIONE, Amendolara si spopola: la stagione estiva non è ancora cominciata. La strada della marina è un rettifilo che corre lungo la 106, chiamata la strada della morte dai calabresi che ogni giorno la attraversano. Anche se negli ultimi anni a morire sono soprattutto lavoratori migranti che la percorrono la notte sulle biciclette o sui furgoni. Ricky, che è arrivato dal Pakistan, si prepara a tornare nel Cae dove dorme. Ora che comincia l’estate, spiega, la sua giornata è più pesante: all’alba lavora nei campi, il pomeriggio fa la spola sulla spiaggia per vendere teli, la sera vende rose tra i locali della costa.

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