28907/2026
da Il Manifesto
Stati uniti Le prove di allineamento di un asse sionista-ucraino-occidentale, simbolicamente rappresentato dalla presenza congiunta di Trump, Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu alle esequie del senatore Lindsey Graham non poteva avere più adatto padrino
Le prove di allineamento di un asse sionista-ucraino-occidentale, simbolicamente rappresentato dalla presenza congiunta di Trump, Volodymyr Zelensky e Benjamin Netanyahu alle esequie del senatore Lindsey Graham non poteva avere più adatto padrino.
Il senatore del South Carolina era un falco arciconservatore, noto per «non aver mai incontrato una guerra di aggressione che non sostenesse con passione», una citazione che è stata asciuttamente riassunta dallo stesso Trump quando ieri ha detto: «A Lindsey piaceva la guerra». Quando Graham è improvvisamente scomparso la scorsa settimana, era appena tornato da Kiev dove aveva messo a punto l’accordo che consentirebbe la produzione ucraina su licenza di sistemi antimissilistici Patriot, sul quale, aveva affermato, mancava solo la firma del presidente. Quel risultato era stato frutto di una lunga opera di convincimento sull’«amico Trump» per distoglierlo dalla naturale propensione filo putiniana e dissuaderlo dall’altrettanto spontanea diffidenza per Zelensky, il leader che un anno e mezzo fa aveva aggredito nella stessa Casa bianca accusandolo di «non avere carte» da giocarsi contro la Russia.
Anche se l’accordo sui Patriot non sembra ancora finalizzato, gli incontri incrociati di ieri hanno dato la misura di quanto sia cambiato da allora il quadro geopolitico e le dinamiche fra tre leader – ognuno condottiero di guerre variamente in crisi che sembrerebbero presto potersi fondere in un conflitto sempre più mondiale. A Washington Zelensy ha tentato di siglare la manovra di avvicinamento alla sfera anti-russa di Maga innescata dai sussurri di Graham. Il presidente ucraino era in città a spendere il capitale acquisito con i successi militari e il momento di difficoltà di Putin: un nuovo mazzo di carte che sembrava fuori portata nel febbraio del 2025. In quest’ottica sarebbero da leggersi anche i recenti incontri del presidente ucraino con influencer Maga come Laura Loomer, ex filorussa che si è detta convertita alla causa di Kiev dopo un recente incontro fra i due. E i missili ucraini lanciati sabato sul cargo iraniano Ana nel Mar Caspio sembrerebbero un ulteriore segnale per posizionarsi come potenziale alleato anche nella guerra che sta a cuore a Trump.
Improvvisamente, le carte peggiori sembrano semmai essere in mano a Trump la cui partita iraniana appare senza speranza. L’aggressione unilaterale scatenata 5 mesi fa su consiglio israeliano e con lo sconsiderato hybris di chi aveva da poco rapito Maduro dal palazzo presidenziale di Caracas, si è trasformato in pantano americano oltre le peggiori previsioni. Gli Usa non hanno certo riportato brillanti risultati nelle loro recenti campagne mediorientali, ma la guerra iraniana sembra destinata ad essere annoverata, come e più del Vietnam, negli annali dell’epocale declino dell’impero. Il presidentissimo, che aveva trionfalmente annunciato l’avvento della novella «dottrina Donroe» di predominio geopolitico militare Usa, ha invece ricevuto una sonora lezione sui limiti di uno strapotere che credeva illimitato. La trappola in cui si è così entusiasticamente infilato si è da subito rivelata insensibile alle ripetute dichiarazioni di vittoria, gli annunci di iraniani prostrati dalla sconfitta, i tweet trionfalistici o i meme creati con la Ia.
Le rappresentazioni messe in scena per plasmare trumpianamente la narrazione – vedi la “pace di Versailles” firmata un mese fa nello sfarzo di Luigi XIV – hanno semplicemente finito per far risaltare l’incompetenza con cui è stata gestita una guerra arbitraria e stupida di cui l’unico dato concreto è il repentaglio in cui mette il mondo.
Il consenso di ogni rispettabile analista è che la guerra gli Usa l’hanno persa in modo disastroso. L’unico plausibile vincitore dell’attuale impasse non può che essere il regime dei pasdaran, elevato a pari della superpotenza con cui tratta da una posizione di forza controllando le sorti dell’economia mondiale da Hormuz. Consapevole del proprio potere Tehran non ha incentivo alcuno per prendere accordi (men che meno con un rompitore seriale di trattati) mentre il grande satana è a corto di munizioni, e i limiti della potenza Usa in vetrina davanti al mondo. Non sorprende se, come scrive il New York Times, Trump è «frustrato ed erratico». La guerra si è rivelata assai più ostica alle narrazioni eroiche dei comizi degli incontri di arti marziali sulla spianata della Casa bianca.
Senza strategia e attorniato da adulatori, Trump sembra sempre meno all’altezza della complessità. I ranghi di competenza sono stati seriamente compromessi dalle epurazioni ideologiche e «anti-woke» nel Pentagono e al dipartimento di Stato. Nel vuoto prevalgono improbabili teorie sui supplementi di testosterone alle truppe, minacce e rappresaglie improvvisate – le erratiche e casuali decisioni di un presidente che declina massime della sua autobiografia di businessman mentre gli scenari si appiattiscono sempre più su tre opzioni: escalation militare, sanzioni croniche o ritiro ignominioso – ognuna politicamente tossica in vista delle elezioni d’autunno.
Ugualmente corrucciato davanti al feretro di Graham doveva sicuramente essere Netanyahu che nel senatore ha perso uno dei massimi sostenitori della propria causa. Una perdita strategica in un momento delicato in cui i sondaggi rivelano una drastica perdita di consensi per Israele fra gli americani. Per lui si è profilata una missione delicata per gestire un alleato che gli ha permesso di scatenare la guerra anelata contro l’Iran ma che rimane incostante ed imprevedibile.
Nell’eterogenesi dei fini dei convitati a Washington, la costante rischia di essere guerra ad oltranza.

