16/07/2026
da Il Manifesto
Governo In gioco c'è la «responsabilità politica» di Giorgia Meloni
Che vi sia un “obbligo” di dimissioni a seguito di un voto contrario al governo in Parlamento è da escludere («il voto contrario di una o d’entrambe le Camere su una proposta del Governo non importa obbligo di dimissioni»: art. 94, quarto comma della Costituzione).
Ciò che è in gioco è la «responsabilità politica» di Giorgia Meloni («Il Presidente del Consiglio dei ministri dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile»: art. 94, primo comma). D’altronde, nella storia italiana le dimissioni sono state sempre determinate dal venir meno delle condizioni necessarie per permettere al governo di realizzare il proprio «indirizzo politico», su cui ha ottenuto la fiducia delle Camere (art. 95, primo comma e art. 94, primo comma). Ed è entro questa prospettiva che l’attuale maggioranza dimostra il suo fallimento.
È la distanza che separa il voluto dal realizzato che dovrebbe indurre ad andare dal presidente della Repubblica e rassegnare le dimissioni. L’elenco è noto, a partire dalla politica estera che aveva visto il nostro governo impegnato in un difficile ruolo di mediazione tra l’Europa e l’alleato statunitense. Il risultato non è stato quello ricercato, bensì la clamorosa rottura con l’imprevedibile presidente Usa e la perdita di ogni identità del nostro Paese nell’attuale assetto globale. Non se ne può ormai che prendere atto.
Anche il programma di politica interna era assai ambizioso. Si volevano riscrivere gli equilibri complessivi della Repubblica. Una strategia – il vero cuore dell’accordo politico stipulato delle tre forze di maggioranza – che puntava a modificare la forma di stato (trasferendo alle regioni del nord competenze su praticamente tutte le materie relative ai diritti civili e sociali); travolgere gli equilibri tra potere politico e giudiziario (intervenendo sulla Costituzione); affermare una forma di governo di tipo presidenziale (prima proponendo l’elezione diretta del presidente del consiglio, poi indirettamente attraverso la legge elettorale).
Nulla di tutto questo si è reso possibile. Alla prova dei fatti l’autonomia differenziata così come caparbiamente proposta dal più combattivo dei ministri dell’attuale governo è stata abbattuta dal nostro giudice delle leggi; il nuovo assetto immaginato per il potere giudiziario ha trovato la contrarietà della maggioranza del popolo italiano che ha votato al referendum costituzionale. Ora anche l’ultima carta è stata giocata e a far perdere la partita è stato il Parlamento.
Non un voto contro il governo, ma la certificazione dell’impotenza di questo governo nel far valere le proprie ragioni. Un governo contro tutti: dai capi di Stato estero (leggi Trump, ma non solo), ai guardiani della costituzione (leggi Consulta, ma non solo), al popolo (leggi referendum, ma non solo), al Parlamento (leggi franchi tiratori, ma non solo). «Tanti nemici, tanto onore» potrebbe ironizzarsi, ma meglio sarebbe richiamare l’attuale maggioranza alle sue responsabilità che coinvolgono certamente l’onore e la disciplina di chi esercita funzioni pubbliche (art. 54, secondo comma), e che dovrebbero portare alle dimissioni per incapacità manifesta.
Un’ultima osservazione è forse opportuna. Questo governo, oltre alle proposte indicate e fallite, s’è impegnato con virulenza anche su due altri terreni tra loro spesso tenuti assieme: ordine pubblico e lotta alla migrazione. In questi casi si possono discutere i risultati. Gli inasprimenti di pena, la creazione di nuovi reati, le misure contro i migranti e le fasce deboli ed emarginate della popolazione italiana sono numerose. Ampie sono anche le resistenze sia delle opposizioni, sia di piazza, sia da parte dei giudici. Ma è vero che è questo il fronte che non ha ancora avuto una clamorosa smentita nei fatti.
Ed è questo forse l’aspetto più inquietante. Se questo governo dovesse proseguire la sua strada non potrebbe che concentrarsi sulla definizione di un indirizzo politico di stampo ancor più autoritario e di contrasto dei diritti fondamentali delle persone deboli. Il fenomeno Vannacci non nasce per caso.
Un monito per le forze che si dicono progressiste, le quali non possono più continuare a seguire o tentare di limitare i danni. Dovrebbero con uno scatto d’orgoglio e sensibilità costituzionale definire un programma alternativo su tutti i temi che hanno caratterizzato la stagione fallimentare che si deve chiudere al più presto. Qual è la politica estera, quale l’assetto istituzionale, quale la politica sociale, quale l’alternativa che si propone?
Qualcuno in passato ha sostenuto che la Lega è una costola della sinistra ed è arrivata l’autonomia differenziata, altri hanno sostenuto che una forma edulcorata di governo presidenziale poteva essere una soluzione all’ingovernabilità ed è arrivato il premierato assoluto; ancora altri dopo aver abbandonato il garantismo si sono convinti della necessità di limitare il potere dei giudici ed è arrivata la separazione delle carriere; infine qualcuno ha sostenuto che l’ordine pubblico è una priorità per garantire i diritti, ed è arrivato il generale. Forse è ora di cambiare passo e dire “qualcosa di sinistra”.

