17/07/2026
da il Manifesto
2001-2026. 25 anni dopo il G8 Bisogna riallacciare la trama infinita delle tante storie che attraversano il controvertice per capire cosa accade e come risuona oggi
Le cicatrici dei venticinque anni da Genova 2001 hanno ancora bisogno di punti di sutura narrativi, di elaborazione storica e racconti a più voci. Per centinaia di migliaia di persone quelle tre giornate sono state il momento di rottura che marca, nello scenario globale e nella vicenda delle singole esistenze, un prima e un dopo. La battaglia, simbolica e materiale, attorno al vertice dei potenti della terra è al tempo stesso un evento politico e l’esperienza individuale della «più grave sospensione dei diritti democratici che si sia mai verificata in un paese occidentale dal secondo dopoguerra», un trauma monopolizzato da alcune immagini, soverchiato dalle voci dei potenti o dalle carte dei processi, schiacciato sul precipizio di guerra dei mesi successivi. Questa commistione tra singolarità e collettività si è espressa anche in forma virtuosa nel grande fratello rovesciato con il quale, documentando dal basso e in forma diffusa ciò che accade, la moltitudine genovese riesce a disinnescare le bugie del potere.
Ognuno ha la sua storia da raccontare del momento in cui percepì uno scarto tra quello che era stato e quello che sarebbe venuto. Proviamo a raccoglierne alcune, parziali ma indicative. A partire dal colpo di pistola che uccide Carlo Giuliani. Sono le 17.27 del 20 luglio, ci troviamo in piazza Alimonda, uno dei luoghi nei quali ha tracimato il fiume di gente del corteo dei disobbedienti che è partito poche ore prima dallo stadio Carlini e che è stato aggredito a tradimento dai carabinieri in assetto antisommossa.
Carlo cade nel mezzo delle tre giornate di mobilitazione del 19, 20 e 21 luglio. La prima, gioiosa e profetica del grande corteo per la libertà di movimento per i migranti. La successiva, quella che precipita nella morte, è quella tragica dei blocchi contro il vertice e delle aggressioni ai manifestanti. Il grande corteo conclusivo, spezzato ancora dalle incursioni dei blindati e culminato nella macelleria messicana della scuola Diaz e nelle torture di Bolzaneto.
Gli scontri in cui viene ucciso Carlo discendono dalla violentissima carica contro il corteo della disobbedienza che dallo stadio Carlini muove verso via Tolemaide. In testa, davanti agli scudi di plexiglass, c’è Mauro Bulgarelli. Ha 47 anni e da poche settimane è deputato. È uno dei membri del «gruppo di contatto» che deve mediare con le forze dell’ordine per fare arrivare le migliaia di persone che gli sono alle spalle fino ai confini della zona rossa. Si accorge che gli uomini della Digos spariscono e si ritrova sotto il mirino dei lacrimogeni sparati ad altezza d’uomo. È costretto a rifugiarsi dentro il corteo. Le prime linee aprono gli scudi, come porte girevoli, per proteggerlo. A farlo passare dentro, «tra i compagni», imbardato nel suo fisico da rugbista e lo sguardo empatico che sbuca dal casco, c’è un volto conosciuto: è Sandrone Metz, 33 anni, esponente triestino dei centri sociali del nord est. Se chiedi a Bulgarelli un’immagine per raccontare la sua Genova rimane spiazzato. Poi racconta un fatto collaterale. Si trova di fronte alla scuola Diaz, prima dell’irruzione da «macelleria messicana» contro persone inermi. «A poche decine di metri dalla Diaz c’è una pizzeria – ricorda Bulgarelli – Lì dentro trovo cittadini che hanno subito le minacce degli agenti in tenuta antisommossa, passando hanno rotto i vetri del locale. Capiscono che sono un parlamentare e, terrorizzati, mi scongiurano di accompagnarli a casa. Io avverto rabbia e frustrazione, non sono riuscito a fermare le torture. Formano gruppetti di una decina di persone e ci incamminiamo alla spicciolata verso le loro case e devo quasi aggredire gli agenti che cercano di intimidire ulteriormente quelle persone. Quel senso di impotenza, la dolorosa inutilità di essere un deputato che avrei sperimentato altre volte, mi resta attaccata addosso».
Oggi Metz è uno responsabili di Mediterranea Saving Humans. Anche lui ricorda le cariche di via Tolemaide e la resistenza durissima di fronte all’esercito antisommossa per garantire che il corteo possa almeno tornare al Carlini. Mentre Bulgarelli si trova davanti alla Diaz, Metz è con le centinaia di compagni arrivati dal nord-est alla stazione ferroviaria. Nella stazione c’è un blackout: buio totale. Una volta sul treno poco fuori Genova, il convoglio si ferma in mezzo al nulla. Spuntano uomini in divisa con caschi e manganelli, che per alcuni interminabili minuti battono contro sportelli e finestrini. La provocazione non viene raccolta, il treno riparte. «Riesco a raccontare Genova solo da poco – dice oggi Metz – Probabilmente riesco a farlo da quando, assieme ad altri e ad altre, abbiamo comprato una nave, da quando nel Mediterraneo cerchiamo vita. Forse è proprio questo: la responsabilità di una morte, quella di Carlo, perché quel giorno per la prima volta non siamo tornati tutti, si lenisce con la responsabilità di una vita. Ogni vita che incontriamo, di uomo, donna, bambino o bambina, è un passo in avanti che faccio dalla fermata di Genova. Quella ferita non si chiuderà mai. Ci faccio i conti, cerco di tenerla pulita per non infettarla con il rancore o l’odio, non sento più bisogno di vendetta, ma ogni tanto la guardo e la sfioro. Fa ancora male. Ma la vita è più forte, anche quando muore».
È possibile riallacciare innumerevoli di questi fili narrativi attorno alle giornate del G8. Chi scrive non finisce alla mattanza della scuola Diaz soltanto perché riceve una telefonata da una compagna, all’ultimo secondo: «Non venire qui, tira una brutta aria». Si chiama Anna Curcio, diventerà ricercatrice e insegnate, e in quei giorni ha trent’anni e si trova al media center. Le sue telefonate finirono nel faldone di un’inchiesta giudiziaria farneticante che la portarono in un carcere di massima sicurezza. Lei ricorda l’inizio della domenica, the day after: «Alle prime luci dell’alba, come sopravvissuti, abbiamo lasciato il media center. Ci mettiamo in macchina con ancora negli occhi e nelle orecchie le violenze della notte prima. Ci suggeriscono di evitare i caselli autostradali . Usciamo da Genova quartiere dopo quartiere, con tanta stanchezza addosso e una tensione pesante. Curva dopo curva, galleria dopo galleria, la tensione, a un certo punto, si squarcia: siamo su un viadotto e sotto c’è la spiaggia. Una cala, il mare azzurro intenso, qualche casa colorata a fare da cornice. Non ho memoria del nome del lungo. So solo che è stato uno sprazzo di luce, una visione. ‘Ci fermiamo?’ Ma avevo già imboccato la strada sulla destra che ci portava giù al mare, prima che rispondesse».
A proposito di mare. C’è una particolare categorie di persone che a Genova non ci arriverà: in tanti sulla strada per il contro-vertice, all’andata, si fermano a fare un bagno e rimangono sulla spiaggia. È una scelta di sottrazione dalla battaglia campale percepita come trappola ma anche il suggello di un decennio: Genova 2001 è anche figlia dell’accumulo intenso di tutti gli anni Novanta. Per certi versi, ci arriviamo stanchi e saturi: è una lunga rincorsa che comincia nell’estate del 1989 con la resistenza allo sgombero del Leoncavallo, prosegue pochi mesi dopo con la Pantera e poi va avanti fino ai movimenti globali. Al contrario, molti di quelli che non devono esserci si mettono in viaggio. Lo fanno subito dopo la notizia dell’uccisione di Carlo, perché hanno capito che c’è bisogno di proteggere il corteo del giorno dopo.
Tra questi, Gianluca De Angelis. Ha 19, vive nella periferia romana di Primavalle e fa il cameriere. Proprio il lavoro lo tiene legato a roma. Quando vede che la situazione precipita manda tutto all’aria. Esce di casa con bandiera srotolata e t-shirt No G8. La gente gli dice «Dove vai, vi ammazzano tutti». È proprio per quello che decide di esserci. Oggi è sociologo, fa il ricercatore all’Ires Emilia Romagna.
Come un ipertesto che si dirama all’infinito, la raccolta di storie di piccola resistenza e cura collettiva è terapeutica d in chiave personale e utile dal punto di vista politico. Genova non fu la fine improvvisa di tutto, nessuno scelse di tornarsene a casa da un momento all’altro, l’onda lunga di quei movimenti in Italia durò almeno altri dieci anni. Ne è scaturita una risorsa di umanità e coraggio che risuona ancora. Ci ricorda l’importanza di curare e proteggere la fragile potenza di un movimento, anche quando annuncia e prevede l’apocalisse in arrivo.

