15/07/2026
da Il Manifesto
Bocciatellum La maggioranza si schianta sull’emendamento di FdI sulle preferenze, sconfitta per un voto. Ora a rischio è tutta la riforma elettorale
Non ne servivano dieci o venti, ne bastava uno. Perché poi si ricorda l’esito: accolto o respinto. Sono passate da poco le 19 quando il tabellone della Camera si accende per il responso: l’emendamento di FdI, Noi Moderati e Udc per reintrodurre le preferenze non passa. 188 a 187: la maggioranza si è dissolta e ha votato contro l’indicazione della premier Meloni che solo poche ore prima si era intestata la battaglia.

LA SCONFITTA è plateale. I banchi delle opposizioni esplodono, Elly Schlein e Giuseppe Conte si stringono la mano soddisfatti: la strategia ha funzionato, i rispettivi gruppi sono stati compatti e il governo è andato sotto. Si sollevano i cori: «Dimissioni, dimissioni!» ed «elezioni, elezioni!», accompagnati dalla richiesta più scontata: «Meloni ora salga al Colle e rimetta il mandato, non ha più una maggioranza».
IL CENTRODESTRA aveva vissuto in fibrillazione tutta la giornata. Prima le riunioni di Lega e Forza Italia, che avevano dato mandato di votare Sì in nome del compromesso e della tenuta della maggioranza. Riunioni con tanto di spiegazioni tecniche su quanto poco avrebbe impattato sui due partiti il «modello toscano» proposto da FdI e condite da qualche minaccia neanche troppo velata: «Niente scherzi, qui si parla della tenuta del governo». Ma i dubbi permanevano, anche in FdI: per tutto il pomeriggio si era aggirato per il Transatlantico il ministro Lollobrigida, già capogruppo meloniano nella passata legislatura, in veste di sceriffo per assicurarsi la lealtà dei suoi.
Fino all’all in di Meloni a metà pomeriggio: «Sfido le opposizioni a non chiedere il voto segreto. Ognuno si assuma la responsabilità del proprio voto e ci metta la faccia davanti agli italiani. Sì alle preferenze, no al voto segreto». Per dire del rischio assunto, l’orientamento iniziale era quello che i relatori rimettessero il parere sull’emendamento all’Aula, non esprimendo parere favorevole per non esporre l’esecutivo. Poi il dietrofront, per alzare di più la posta e giocare la carta della minaccia verso i potenziali ribelli: la ministra Casellati ha dato parere favorevole, rendendolo di fatto un voto anche contro il governo.
«CI ABBIAMO PROVATO, ha vinto di nuovo la palude», ha scritto Meloni dopo la bocciatura, «il risultato dice che la sinistra e le opposizioni hanno votato compattamente contro. Ma anche nella maggioranza sono mancati diversi voti, e su questo serve una riflessione». A destra i veleni iniziano a scorrere subito. La scena è da sola eloquente: mentre le opposizioni prendono la parola in fila per chiedere le dimissioni del governo, sui banchi della destra prevalgono gli sguardi sperduti e di mano in mano passano i tabulati dei voti precedenti. Si cerca di ricostruire cosa è accaduto, di capire chi è mancato e da dove. Non dai vannacciani che hanno filmato le loro operazioni di voto per mettersi al riparo da ogni sospetto.
Si rifanno i conti: nei voti palesi del pomeriggio, sulle questioni di pregiudizialità delle opposizioni, la maggioranza insieme ai sette vannacciani presenti si era attestata a 214 voti. Più tardi, negli scrutini segreti dei subemendamenti, si erano aggiunti pezzi di governo che avevano tirato la media un po’ più su: ai 219 voti. Il conto è semplice: all’appello mancano tra i trenta e i quaranta voti. La viceministra leghista Vanni Gava ha lamentato un malfunzionamento: «C’è stato un problema con la registrazione del voto».
IL PRIMO a uscire dall’aula per commentare è il capogruppo meloniano Galeazzo Bignami, che sulle preferenze ci aveva messo la firma. «Su Fratelli d’Italia metto la mano sul fuoco, anche tutte e due», spiega, anche se la verve che mostra di solito è decisamente scemata. «Ci sono colleghi di maggioranza che hanno votato platealmente contro, altri nel segreto, ma la maggioranza sui voti prima c’era». Prima di uscire dall’Aula il segretario azzurro Tajani si sofferma dietro una colonna di Montecitorio con un pugno di fedelissimi per fare il punto, con lui ci sono Stefano Benigni (che ha seguito il dossier per i forzisti), Andrea Orsini e Nazario Pagano, presidente della commissione Affari costituzionali che ha licenziato il testo. I leghisti sgusciano più in fretta, tutti negano di avere responsabilità: traditori saranno gli altri.
DUNQUE iniziano le ricostruzioni: un’opposizione trasversale a Meloni venuta da tutti e tre i partiti per motivi diversi. Tra i Fratelli erano in subbuglio le donne, convinte di essere penalizzate dalla mancanza di alternanza di genere. Ma anche diversi parlamentari erano scettici convinti di non riuscire a vincere. Dentro la Lega le preferenze non erano mai piaciute, e che una loro bocciatura possa fermare tutto il Melonellum è un’ipotesi che non dispiace: «Ci terremo gli uninominali…», sogghigna qualcuno. Anche tra i forzisti l’idea non ha mai scaldato i cuori, e poi c’è l’elemento interno: se i gruppi parlamentari non hanno tenuto è anche responsabilità dei leader che avevano assicurato il sì a Meloni. Per due segretari non in salute come Tajani e Salvini non è faccenda da poco.
IN SERATA è ripresa la discussione sul testo, che andrà avanti nei prossimi giorni con un centinaio di altri voti segreti. Sulle preferenze ce ne saranno almeno altri tre, sugli emendamenti presentati da Fn, Iv e M5S. Poi andrà votato il testo nel suo complesso: ma l’approvazione finale anche al Senato, ora, è molto meno scontata.

