25/02/2026
da La Notizia
Se il No dovesse imporsi, la nuova legge elettorale resterebbe comunque in piedi, già incardinata e pronta a ridisegnare i rapporti di forza
La maggioranza vuole chiudere entro i primi giorni di marzo. Prima del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo. L’obiettivo politico è dichiarato nei retroscena parlamentari: “sganciare” la nuova legge elettorale dall’esito del voto sulla giustizia, così da evitare che una sconfitta referendaria venga letta come premessa di elezioni anticipate o, al contrario, che una vittoria del Sì apra la strada a un cambio delle regole in corsa.
L’accelerazione è stata decisa nell’ultimo vertice tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani. Il cantiere resta formalmente aperto, ma l’impianto prende forma.
Legge elettorale, un proporzionale corretto dal premio
Si punta a superare l’attuale sistema misto, il cosiddetto Rosatellum, con un modello proporzionale corretto da un premio di maggioranza che scatterebbe al 40 per cento dei voti. Il premio non garantirebbe automaticamente il 55 per cento dei seggi, ma assegnerà 70 deputati alla Camera e 35 senatori in più alla coalizione vincente.
La soglia di sbarramento dovrebbe restare al 3 per cento per le liste singole e al 10 per cento per le coalizioni, anche se nelle ultime settimane si è discusso di un possibile innalzamento al 4 per cento per le liste. Un dettaglio tecnico che ha un peso politico preciso: la comparsa del movimento “Futuro Nazionale” del generale Roberto Vannacci, accreditato sopra il 4 per cento in alcune rilevazioni, ha riaperto il tema della frammentazione interna al centrodestra.
Il nodo dei collegi e la leadership
Il nodo dei collegi uninominali è centrale. Il Rosatellum assegna una quota significativa di seggi con sistema maggioritario a turno unico. Nel Mezzogiorno, dove il centrosinistra unito o il Movimento 5 Stelle hanno dimostrato di poter competere efficacemente, quei collegi rappresentano un fattore di rischio per la maggioranza. Superarli con un proporzionale di lista significa neutralizzare quella variabile territoriale.
Sul tavolo c’è anche l’indicazione del leader di coalizione nel programma depositato. Il nome non comparirebbe sulla scheda, ma verrebbe formalizzato nel documento politico presentato agli elettori. Una soluzione già utilizzata nel 2006 con il Porcellum. Un passaggio che incide sugli equilibri del centrosinistra, oggi privo di una leadership condivisa, e che obbligherebbe a una scelta preventiva.
Resta controversa l’ipotesi di un ballottaggio nazionale tra le prime due coalizioni qualora nessuna raggiungesse il 40 per cento ma entrambe superassero il 35. La Lega si è mostrata fredda verso il secondo turno, coerentemente con la propria posizione storica contraria ai ballottaggi anche a livello locale.
I rischi costituzionali e l’effetto referendum
Ma bisogna fare attenzione perché sul piano costituzionale, i precedenti pesano. La sentenza n. 35 del 2017 della Corte costituzionale ha già delimitato il perimetro dei premi di maggioranza e dei meccanismi di secondo turno. Un premio sganciato da soglie ragionevoli o privo di correttivi rischia di trasformare una minoranza relativa in maggioranza parlamentare con un artificio aritmetico esposto al vaglio della Consulta.
La riduzione dei parlamentari a 400 deputati e 200 senatori complica ulteriormente la geometria. Il Senato resta eletto su base regionale. Un premio nazionale alla Camera e premi regionali a Palazzo Madama potrebbero produrre maggioranze divergenti tra i due rami del Parlamento.
La tempistica rivela la posta in gioco. Il referendum sulla giustizia, indetto per il 22 e 23 marzo, non prevede quorum. L’esito dipenderà dalla maggioranza dei voti validi. In questo contesto, blindare prima la legge elettorale significa sottrarre alla dinamica referendaria un pezzo decisivo dell’architettura istituzionale.
Se il Sì dovesse prevalere, la maggioranza arriverebbe alle urne con un doppio intervento sulle regole: giustizia e sistema di voto. Se il No dovesse imporsi, la nuova legge elettorale resterebbe comunque in piedi, già incardinata e pronta a ridisegnare i rapporti di forza. In entrambi i casi, la cornice viene definita adesso.
Non è un dettaglio tecnico. È la scelta di fissare oggi le condizioni del prossimo Parlamento, prima che il clima politico e l’esito referendario possano modificarne i contorni.

