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L’Emisfero Americano di Trump ben oltre il ‘cortile di casa’

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11/10/2026

da Remocontro

Ennio Remondino

Prima di contendere a Pechino l’Indo-Pacifico o a Mosca l’Ucraina, l’America di Trump vuole tutto l’Emisfero privo di variabili ostili. “L’America agli Americani” che, tradotto geopoliticamente, significa l’America continente ai Nord-Americani e, in particolare, agli statunitensi.

Nessun rivale nel continente America

«Nella competizione tra grandi potenze che caratterizza in modo crescente questo primo scorcio del XXI secolo, sembra che gli Stati Uniti stiano compiendo una scelta di priorità», segnala l’ambasciatore Marco Carnelos. E ce l’hanno pure detto. «Nessuna proprietà di ‘risorse chiave’ da parte di rivali. I singoli dossier, dal Venezuela alla Groenlandia, sono capitoli di un’unica dottrina». Ripassare l’ultima National Security Strategy dell’Amministrazione Trump.

Venezuela: il precedente operativo

Il 3 gennaio 2026 gli Stati Uniti hanno colpito il Venezuela e catturato Maduro, portato fuori dal Paese con l’accusa, ridicola fin da subito, di essere il principale trafficante di droga del continente. Tema è subito scomparso dalle cronache. Non si vedeva un intervento così diretto in America Latina dall’invasione di Panama nel 1989, quando Washington fece fuori il Generale Manuel Noriega, una sua creatura che aveva intrapreso un percorso troppo indipendente. Curiosamente, anche all’epoca tra i capi di accusa a carico del malcapitato militare panamense figurava il sostegno al traffico di droga.

‘Padrino americano’

Washington avrebbe ‘gestito’ il Venezuela, con le riserve petrolifere del Paese, le più grandi del mondo, e dimostra che l’uso della forza nell’Emisfero, non è più un tabù. Il Venezuela è il precedente ‘trumpiano’, su cui si regge la credibilità di tutto il resto. Altro dissidente continentale in casa Nord, il Canada. «Nei confronti di Ottawa lo strumento non è al momento militare ma economico. Retorica sul cinquantunesimo Stato ma soprattutto dazi a fine accordi decennali». Il Premier canadese Carney ha risposto con un No popolare arrabbiato, «ma Trump non ha chiuso del tutto la porta all’annessione», valuta il diplomatico. Pesa l’autonomia strategica verso Europa e Artico.

Rabbioso e vendicativo vicino

Per Trump, ogni opposizione politica diventa sgarbo personale e i reiterati segnali di indipendenza del premier Carney, prima a Davos e ora con la proposta di adesione europea sono offese da vendicare. Con lui che ribadisce: «Integrazione energetica, difesa dell’Artico e scudo antimissile che devono essere costruiti alle condizioni di Washington». Altrimenti? Il peso della dipendenza commerciale». E il Canada subisce già dazi su acciaio, alluminio e auto. Si è giunti al punto che Ottawa ha trattato una qualche forma di adesione all’Unione Europea per la quale la Presidente Von der Leyen ha ipotizzato accorgimenti non previsti dai Trattati.

Groenlandia: dalla minaccia all’accordo

Il caso groenlandese in tre tempi: «Rivendicazione massimalista, crisi dentro la NATO, accordo presentato come vittoria». Trump aveva parlato di acquisto e non aveva escluso la forza. Il 19 settembre ha annunciato un’intesa che cederebbe agli Stati Uniti il controllo permanente della sicurezza dell’isola e vieterebbe agli avversari di costruire basi o fare investimenti sensibili senza l’approvazione americana. Copenaghen e Nuuk insistono che la sovranità danese resta intatta. Basi militari, esclusione di Cina e Russia, diritto di veto sugli investimenti. Cioè il controllo funzionale del Paese senza il costo politico dell’annessione.

Cuba: la prossima casella

A gennaio Trump ha deciso dazi contro i Paesi che vendono petrolio a Cuba. A maggio ordine esecutivo con sanzioni su energia, difesa e settore minerario. A marzo Trump ha previsto che Cuba sarebbe ‘caduta molto presto’. Negli ambienti della Casa Bianca il rovesciamento del governo cubano è considerato un evento 2026. Il Segretario di Stato Rubio, ‘cubano-italiano’, nega il petrolifero ma solo la fine del petrolio gratuito che giungeva dal Venezuela. Eliminato il rubinetto di Caracas, Cuba è senza il suo salvagente energetico. La sequenza classica americana: «prima si tagliano le sponde esterne, poi si lavora sull’asfissia interna».

Brasile: il vero banco di prova

Il Brasile è il caso più delicato, perché non è un Paese debole né isolato ma uno rilevante membro dei BRICS. Il primo turno delle elezioni Presidenziali del 4 ottobre collocano Flávio Bolsonaro davanti al Presidente Lula in carica, che alla vigilia veniva dato in lieve vantaggio.  L’ex Presidente Bolsonaro – padre dell’attuale candidato – sconta attualmente 27 anni di carcere per tentato golpe. Ora il ballottaggio di fine mese. Probabile che in caso di una per ora improbabile vittoria di Lula si attivi un copione già visto di delegittimazione del processo elettorale mentre affiorano  segnali che hanno già prodotto i frutti senza necessità di azioni più muscolari dopo.

Ingrassa certa America, crolla la sua credibilità

«Ogni intervento riduce la credibilità americana come garante di regole, sempre che questa Amministrazione abbia ancora a cuore questo ruolo di garante di regole che disprezza pubblicamente». Crollo di credibilità ad alto costo. Il paradosso è che la muscolare esclusione della Cina da parte di Washington mostra Pechino come un contrappeso. Ed è anche su questo che la Cina ed altri attori del Sud Globale puntano in America Latina. «L’Emisfero può essere chiuso con la forza, ma non per questo diventa un blocco fedele. Specialmente se i Governi di centro-destra allineati a Trump non sapranno corrispondere alle esigenze delle loro opinioni pubbliche»

Dato strutturale secondo Trump

Washington non cede il proprio cortile, lo consolida prioritariamente. Venezuela, Canada, Groenlandia, Cuba e Brasile sono i tasselli di un’unica gerarchia, in cui la sovranità degli Stati dell’Emisfero Americano è un attributo che ora lui pretende si negozi. Non è più un diritto sancito a priori dall’ormai più che traballante ordine internazionale degli ultimi 80 anni.

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