25/01/2026
da L'Antidiplomatico
Tra eredità millenarie e modernità ibrida, Pino Arlacchi decostruisce le categorie interpretative dell’Occidente di fronte all'ascesa cinese
Nell'attuale morfologia delle relazioni internazionali, segnata dal riemergere di faglie tettoniche tra blocchi contrapposti e da una retorica bellicista che evoca spettri da Guerra Fredda, le analisi sulla Cina soffrono di una grave patologia epistemologica: l'incapacità dell'Occidente di osservare l'Altro se non attraverso lo specchio deformante delle proprie paure e della propria storia imperiale. Le narrazioni dominanti oscillano pendolarmente tra la demonizzazione ideologica — che dipinge Pechino come un Leviatano orwelliano — e il timore economico di un sorpasso imminente, creando una nebbia cognitiva che impedisce una comprensione lucida del "fenomeno Cina". È in questo vuoto analitico, colmato troppo spesso da una pubblicistica allarmista e superficiale, che si inserisce con autorevolezza La Cina spiegata all'Occidente (Fazi Editore), l'ultima, monumentale opera di Pino Arlacchi.
Non siamo di fronte a una semplice ricostruzione geopolitica né a un pamphlet apologetico, bensì a un tentativo sistematico di traduzione culturale e sociologica. Arlacchi, forte di un background unico che fonde la sociologia accademica con la pragmatica delle alte istituzioni internazionali (già Vicesegretario Generale dell’ONU, architetto delle strategie antimafia globali e oggi Presidente del Forum internazionale di criminologia a Pechino), compie un’operazione di igiene concettuale doverosa. L’autore sfida il lettore a sospendere il giudizio normativo eurocentrico — viziato da quella che potremmo definire una "teleologia democratica" che vede nella liberal-democrazia il punto di arrivo obbligato della storia — per abbracciare una prospettiva di longue durée, indispensabile per decifrare un "manufatto sociologico" complesso e stratificato come la Cina contemporanea.
Il punto di partenza dell'esegesi di Arlacchi è la demolizione sistematica del teorema della "minaccia cinese". Attraverso un'analisi storico-comparativa rigorosa, l'autore evidenzia una divergenza strutturale, quasi ontologica, tra la parabola delle potenze occidentali e quella del Celeste Impero. Se l'ascesa dell'Europa prima, e degli Stati Uniti poi, è stata intrinsecamente legata all'espansione territoriale, al colonialismo predatorio e all'uso della forza militare come vettore primario di influenza (hard power), la Cina si distingue per una "triade genetica" radicalmente opposta, al cui vertice risiede un radicato non- espansionismo.
Arlacchi argomenta, dati alla mano, che la Cina, nella sua Weltanschauung consolidatasi in cinquemila anni, non concepisce l'egemonia in termini di conquista fisica o di annessione territoriale. Un esempio storico illuminante citato spesso dagli storici, e che trova eco nell'analisi di Arlacchi, è il confronto tra le spedizioni dell'ammiraglio Zheng He nel XV secolo e le esplorazioni europee: benché la Cina disponesse di una flotta immensa e tecnologicamente superiore capace di raggiungere l'Africa, non stabilì mai colonie né sottomise popolazioni, limitandosi a scambi diplomatici. La Grande Muraglia, lungi dall'essere solo un monumento, assurge nel testo a metafora pietrificata di una civiltà che ha storicamente privilegiato la difesa, il consolidamento interno e l'omogeneità culturale rispetto all'avventura imperiale esterna.
Mentre le potenze europee disegnavano confini con il righello in Africa e in Asia, esportando le proprie istituzioni con la forza, la Cina gestiva le relazioni estere attraverso il sistema tributario: una rete di riconoscimento formale e scambi commerciali asimmetrici che garantiva sicurezza ai confini senza richiedere l'occupazione militare o l'imposizione del proprio modello di governo. Questa avversione culturale alla guerra non è interpretata da Arlacchi come debolezza o pacifismo idealista, ma come una forma sofisticata di realismo politico: la consapevolezza millenaria che l'estensione eccessiva porta inevitabilmente al collasso (imperial overstretch).
In un momento storico in cui i venti di guerra scuotono l'Europa orientale e il Medio Oriente, e mentre le flotte occidentali pattugliano l'Indo-Pacifico in ottica di contenimento, questa lettura offre una chiave interpretativa cruciale. La posizione diplomatica di Pechino, esemplificata dalla Belt and Road Initiative (la Nuova Via della Seta), appare dunque volta alla costruzione di reti geoeconomiche, infrastrutturali e logistiche interconnesse, piuttosto che all'instaurazione di un sistema di alleanze militari offensive o alla dislocazione di basi armate globali, tipiche invece del modello di proiezione di potenza americano.
Il secondo pilastro dell'analisi riguarda l'architettura istituzionale, forse l'aspetto più ostico per la mentalità liberale abituata a identificare la democrazia esclusivamente con il momento elettorale. Arlacchi affronta il nodo gordiano del sistema politico cinese, respingendo la dicotomia semplificatoria "democrazia vs autocrazia" che domina il dibattito mediatico e accademico occidentale. L'autore introduce e sviluppa il concetto di meritocrazia politica (o political meritocracy) come fonte di legittimazione alternativa e parallela.
Il Partito Comunista Cinese viene descritto non come un apparato statico o un monolite ideologico, ma come l'erede iper-moderno del mandarinato confuciano: una gigantesca organizzazione di gestione delle risorse umane che seleziona la propria classe dirigente attraverso processi competitivi estremamente rigorosi. Arlacchi descrive un cursus honorum rigoroso in cui i funzionari vengono valutati per decenni sulla base di metriche concrete e misurabili — crescita del PIL locale, gestione delle emergenze sanitarie o ambientali, stabilità sociale, capacità di innovazione — prima di poter anche solo aspirare ad accedere ai santuari del potere a Pechino.
In questa visione, la legittimità non deriva dall'urna elettorale (input legitimacy), ma dai risultati ottenuti nella gestione della res publica (output legitimacy). Non si tratta di "elezione", ma di "selezione". Secondo l'autore, è proprio questa capacità di garantire governance efficiente e risposte rapide ai bisogni collettivi
— dalla costruzione di una rete ferroviaria ad alta velocità in tempi record alla gestione della sicurezza sociale — a cementare il "patto sociale" tra governanti e governati. Questo sistema, sostiene Arlacchi, si è dimostrato straordinariamente resiliente e capace di correggere i propri errori e squilibri interni con una rapidità spesso preclusa alle democrazie occidentali, talvolta paralizzate dalla polarizzazione partitica, dai veti incrociati o dallo short-termism dei cicli elettorali che impediscono pianificazioni decennali.
Sul versante economico, il volume offre una disamina penetrante e controintuitiva del cosiddetto "socialismo di mercato". Arlacchi ribalta la visione neoliberista degli anni '90, che vedeva nell'apertura al mercato l'anticamera inevitabile della democratizzazione in senso occidentale (la tesi della "modernizzazione" alla base dell'ingresso della Cina nel WTO). Al contrario, egli illustra come Pechino abbia integrato i meccanismi di mercato con spregiudicato pragmatismo, utilizzandoli però come strumentum regni: leve formidabili per generare ricchezza, efficienza e innovazione, ma rigorosamente subordinate all'indirizzo politico statale.
Mentre nelle economie atlantiche si assiste sovente al predominio della finanza sulla politica, con gli Stati costretti a inseguire i mercati e a salvare banche too big to fail , in Cina la gerarchia è invertita. Il mercato è un "buon servo ma un cattivo padrone". Lo Stato mantiene saldo il controllo sulle leve strategiche (energia, telecomunicazioni, credito, grandi infrastrutture) e non esita a intervenire drasticamente — come dimostrato dalle recenti strette regolatorie sui colossi del tech e dell'immobiliare — quando l'interesse privato minaccia la stabilità sociale o l'interesse collettivo.
Questa architettura ibrida ha permesso al governo di orchestrare la più grande fuoriuscita dalla povertà della storia umana, sollevando ottocento milioni di individui dall'indigenza in pochi decenni: un traguardo che Arlacchi pone al centro della sua analisi sui diritti umani, intesi primariamente nella tradizione cinese come diritti sostanziali alla vita, alla sussistenza e allo sviluppo, prima che come diritti civili individuali. L'autore sottolinea come questo modello rappresenti una sfida intellettuale formidabile per l'ortodossia economica occidentale, dimostrando empiricamente che la modernizzazione non è un processo univoco che conduce necessariamente al capitalismo liberale di stampo anglosassone, ma può assumere forme plurali.
Tuttavia, proprio nella forza argomentativa con cui Arlacchi smonta i pregiudizi occidentali, risiedono alcuni spunti di riflessione che meritano di essere ulteriormente esplorati.
Nell’ intento di riequilibrare la bilancia storica, l'autore offre una visione del modello cinese talmente strutturata da obbligare il lettore a porsi domande sulla complessità della transizione in atto. Lo stesso, infatti, non potrà che chiedersi come evolverà, nel lungo periodo, la dialettica tra il primato dei "diritti sostanziali" (cibo, casa, sicurezza) e la crescente domanda di partecipazione che spesso accompagna l'espansione del benessere. Atteso che la stabilità è stata finora il pilastro dello sviluppo, resta decisamente aperto il dibattito su come la società cinese, sempre più colta, connessa e sofisticata, negozierà in futuro il proprio spazio di espressione all'interno della cornice statale.
Inoltre, la narrazione sulla meritocrazia e sulla solidità economica si confronta oggi con le sfide inedite del post-pandemia. La trasformazione del settore immobiliare, l'invecchiamento demografico e le aspirazioni delle nuove generazioni rappresentano banchi di prova cruciali per quel "patto sociale" solidissimo che il libro descrive.
Infine, il ruolo centrale della leadership di Xi Jinping pone interrogativi interessanti sull'evoluzione degli equilibri interni al Partito. La crescente concentrazione del potere nelle mani del Presidente pone una questione irrisolta sulla tenuta di quella "leadership collettiva" che si erge a garanzia contro gli errori del singolo: se il mandarinato dovesse malauguratamente virare nella direzione di una corte personalistica, il meccanismo di autocorrezione e adattamento del sistema finirebbe ragionevolmente con l’ incepparsi (come del resto avvenne quando un imperatore sempre più solo e sempre più assente, circondato da eunuchi avidi, determinò il crollo Ming), rendendo la Cina meno prevedibile e razionale di quanto questo libro, indubbiamente prezioso per comprenderne le evoluzioni nei prossimi decenni, ci racconti.
Un banco di prova immediato per la solidità di queste categorie interpretative è offerto dall'attualità geopolitica più stringente. Applicando la lente di Arlacchi al recentissimo, drammatico scenario della violazione rozza e unilaterale del diritto internazionale da parte dell'amministrazione Trump in Venezuela, emergono conseguenze inquietanti per gli equilibri del Pacifico. Secondo la logica del libro, un simile evento non verrebbe letto a Pechino come un incidente di percorso, ma come la conferma strutturale dell'«Ipocrisia Imperiale». Per la Cina, questo intervento americano finalizzato al regime change in Sud America non può che offrire un formidabile assist diplomatico: permette infatti al Dragone di presentarsi al Sud Globale non più come un'autocrazia, ma come l'ultimo credibile baluardo della Carta dell'ONU e del principio di non-interferenza, vero pilastro della politica estera cinese.
Ma l'eco più pericolosa risuonerebbe sullo Stretto di Taiwan. Arlacchi descrive il realismo difensivo cinese come una dottrina reattiva: possiamo quindi presumere che, se il garante dell'ordine liberale (gli USA) agisce fuori dalle regole, la Cina si sentirebbe paradossalmente legittimata ad accelerare la propria preparazione militare.
La Cina spiegata all'Occidente si configura, in ultima istanza, come un vibrante appello al realismo geopolitico e alla prudenza diplomatica. Arlacchi mette in guardia le cancellerie occidentali contro il
rischio di una "profezia che si autoavvera": trattare la Cina come un nemico esistenziale rischia fatalmente di trasformarcela, innescando quella spirale di sfiducia, sanzioni e riarmo — la celebre Trappola di Tucidide descritta da Graham Allison — che potrebbe condurre a un conflitto globale disastroso e niente affatto necessario.
L'autore invita a recuperare una capacità di analisi autonoma, libera dai riflessi condizionati della Guerra Fredda e dalle crociate ideologiche manichee. Comprendere la Cina non significa accettarne acriticamente ogni aspetto e tanto meno volerne importare il modello, ma riconoscerne la specificità di civiltà millenaria che rivendica il proprio spazio nel mondo senza necessariamente voler imporre la propria way of life agli altri. In un'era di instabilità globale e di transizione verso un ordine multipolare, l'opera di Pino Arlacchi è uno strumento fondamentale per navigare la complessità, suggerendo che la strada per il futuro non passa per lo scontro di civiltà, ma per una faticosa, indispensabile coesistenza competitiva basata sul rispetto reciproco delle diversità sistemiche.
Titolo: La Cina spiegata all'Occidente Autore: Pino Arlacchi
Editore: Fazi Editore Pagine: 521

